LA NOSTRA “MARATONA DI LONDRA” – GIORNO III

Standard

Oggi a Londra fa un caldo surreale per essere alla fine di Marzo. Proprio quello che ci serviva per i nostri piani! Ci aspetta un programma molto intenso, a cui allude scherzosamente il titolo dell’articolo, che in realtà, lo dico subito, con la vera maratona di Londra non ha niente a che fare.

In mattinata andiamo alla Tower of London, vecchio palazzo reale fondato nel 1066 che ha visto tutti i truculenti intrighi di corte per i quali gli inglesi (e non solo loro) sembrano andare pazzi. A differenza di quanto il nome potrebbe far pensare, non si tratta semplicemente di una torre, ma di un vastissimo complesso di edifici, soprattutto torri, appunto.

Il prezzo, diciamo, controbilancia l’ingresso gratuito ai musei, ma il percorso di visita è ampio, variegato, molto interattivo e ben studiato, tanto per gli adulti quanto per i bambini.

Tra armi e armature d’epoca, elaborate testimonianze storiche, gialli irrisolti da secoli, aneddoti curiosi di ogni genere e i favolosi gioielli della corona, praticamente chiunque trova di che appassionarsi.

Nel più verace stile inglese, temi come la guerra, la prigione e le sanguinarie lotte per il trono sono trattate con uno squisito humour nero, sia nei testi lungo il percorso, sia nelle visite guidate dai custodi del luogo.

Tuttavia, abbondano anche punte inarrivabili di comicità involontaria. Quando si tratta di regalità e cerimoniosità, gli inglesi non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno, e i turisti sembrano apprezzare molto. Accade così che si renda necessario, per evitare ostruzioni nello scorrere dei visitatori, esporre i pezzi migliori del tesoro della corona lungo tapis roulant che impediscono di fermarsi davanti ad essi; che alla fine del percorso incentrato appunto sui gioielli della corona ci sia una teca dedicata a esporre le loro custodie, come se fossero anch’esse degne di nota; che una vecchia superstizione venga presa tanto sul serio da spingere i guardiani della Tower ad allevare amorevolmente dei corvi come se fossero animali preziosi; che per assistere alla cerimonia della quotidiana chiusura delle porte dell’edificio sia ancora necessario prenotare i biglietti esclusivamente tramite posta tradizionale. Completa l’assortimento di risate l’inconsapevole “sfilata di moda” dei turisti giapponesi e americani, che da buoni italiani saccenti ci godiamo sgranocchiando una mela su una panchina davanti alla piccola chiesa.

Verso la fine del percorso camminiamo sulle spesse mura dal lato che affaccia sul Tamigi. L’imponente Tower Bridge, che forse insieme al Big Ben è il simbolo più conosciuto di Londra, si staglia vicinissimo davanti a noi in una luce densa come acqua. E’ circa l’una, il sole è abbagliante tra le prime foglie verdi e il fiume sfavilla più del famoso diamante Koh-i-noor che abbiamo appena visto.

Più per il gusto di percorrerlo che per arrivare dall’altra parte, attraversiamo il ponte passando sotto i suoi quattro pilastri gotici.

Immagine

Affamati dopo la lunga visita, entriamo in uno dei primi posticini che troviamo, un grazioso bar in stile nautico dove nonostante l’ora troviamo una coppia di artisti che suona e canta dal vivo. Ci ricarichiamo di energie con un piatto appositamente pensato per essere condiviso in due, un’idea davvero molto carina che ritroviamo nella maggior parte dei pub e dei posti dove andiamo.

Ci aspettano ancora tantissime cose per oggi. Ci spostiamo in metropolitana verso l’immenso Hyde Park, al centro delle zone più signorili della città. Il parco è così vasto che, una volta entrati, quasi non si vedono più edifici intorno. In questa primavera perfetta, è tutto uno sproloquio di narcisi gialli da far girare la testa.

Il viale principale è costeggiato da un’ordinata striscia di terra morbida che, come capiamo solo più tardi, è destinata alle passeggiate a cavallo. Aiuole di fiori curatissime dai colori splendidi si alternano a zone piacevolmente più selvagge. Un po’ ovunque gli scoiattoli fanno a gara coi piccioni ad attirare l’attenzione (e i bocconcini) delle persone, tutt’altro che spaventati. Il lago al centro del parco brulica di barchette e pedalò. Nei prati più grandi e pianeggianti è possibile noleggiare a tempo delle sdraio, peraltro a prezzi che farebbero impallidire un albergatore di Rimini.

Sugli ampi viali scorre una vera e propria folla, una foresta di piedi che si muovono a velocità diverse a seconda che indossino scarpe da corsa o pattini, che premano pedali di biciclette o skateboard, che vadano al seguito di un passeggino o di un grosso cane insofferente al guinzaglio.

Attraversiamo a piedi tutto il parco da parte a parte, fino ad arrivare all’elegante zona di Kensigton, poi alla vivace ed eclettica Portobello Road. Sì, quella di “Pomi d’ottone e manici di scopa”.

In un susseguirsi di facciate dipinte a colori vivaci, si alternano negozi e bancarelle di antiquariato, di artigianato etnico, di vintage musicale e di souvenir.

Purtroppo, essendo già tardo pomeriggio, la maggior parte dei commercianti sta chiudendo. Ne approfittiamo per riposarci un po’ in un locale della catena “Caffè Nero”, disseminata ovunque per la città, e constatare che effettivamente servono un vero caffè espresso. Resta da vedere se il merito di questo vada davvero alla catena o piuttosto alla simpatica ragazza italiana che ce l’ha preparato.

Stufi del prezzo esorbitante della metropolitana e desiderosi di vedere nuove zone della città, decidiamo di prendere l’autobus per raggiungere l’ultima tappa della giornata: il quartiere di Camden Town.

Famosa nei decenni scorsi come cuore alternativo e punk della città, anche questa zona si è inevitabilmente un po’ “commercializzata”, ma conserva il suo spirito giovane, originale e aperto. L’attrattiva principale è il mercato, e purtroppo lo troviamo ormai del tutto chiuso già nella prima serata.

Nonostante questo riusciamo comunque ad apprezzare l’atmosfera magica che non lascia mai questo posto. I vicoli sono stipati di chioschi dalle imposte dipinte a motivi etnici, negozietti curiosi e locali dove si fuma il narghilé. Questo posto ricorda un po’ Montmartre e il Gran bazar di Istanbul, ma non è solo questo a darmi la sensazione di essere già stata qui, magari in sogno.

L’aria è carica di luci colorate e profumi di cibi di tutto il mondo: ovunque ci giriamo si vendono all’aperto piatti cinesi, indiani, brasiliani, greci. In un vicolo cieco dall’aspetto allo stesso tempo trasandato e accogliente, si mangia seduti in sella a vecchi motorini tagliati a metà e addossati ad una lunga asse di legno che fa da tavolo.

Nonostante l’offerta allettante, fa ancora troppo freddo per i nostri gusti per cenare fuori, e con l’aiuto della nostra guida Lonely Planet troviamo il graziosissimo ristorante spagnolo Gansa.

E’ la nostra ultima sera a Londra e abbiamo deciso di festeggiare il nostro anniversario con un giorno di anticipo. Davanti a un’ottima paella allietata da un’esibizione di flamenco, ci rendiamo conto che un cerchio si chiude, ricordandoci che il nostro primo viaggio insieme è stato a Barcellona.

LET YOUR SOUL TAKE YOU WHERE YOU LONG TO BE – GIORNO II

Standard

E’ una mattinata incredibilmente tiepida e soleggiata su Londra, e ci aspetta una giornata lunga ed entusiasmante. Facciamo una colazione leggera, portata da casa per evitare di sorbirci qualche penosa e costosissima imitazione di un cappuccino da Starbucks, che io chiamo Starbuckarozzo dopo la disgustosa avventura che mi è accaduta quando ci ho messo piede (cosa sia successo, o meglio cosa ci fosse in fondo al bicchiere, lo potete immaginare…).

Nonostante qualche inevitabile passo falso tra le complicatissime linee della metropolitana, giungiamo ancora abbastanza presto al British Museum.

Non c’è bisogno che io vi racconti cosa abbiamo visto lì: ci hanno già pensato tutti quelli che hanno scritto un libro di storia. Al British Museum c’è tutta l’umanità.

Rovine di Nimrod e di Atene, di Alicarnasso e di Persepoli, statue romane ed egizie, un moai dell’Isola di Pasqua e piccoli scacchi medioevali, ogni cosa riposa accanto all’altra come se fosse sempre stata lì nell’immenso museo. Ciò che resta dei vinti riposa nella stanza accanto a quella di ciò che resta dei vincitori. Dormono sotto gli occhi di tutti, mummie egizie e un uomo dell’età del ferro. Non cessano mai il sorriso di pietra di Ganesh e la danza immobile di Shiva. Tutto appare eternamente calmo e serenamente terminato.

Perfino chi indossò quei copricapi di piume mi piace pensare che riposi, dopo aver troppo camminato: il motivo del loro viaggio, però, si può chiamare Indians Removal Act o Trail of Tears, e non è la stessa cosa.

La storia in realtà non è qui per riposare in silenzio, è qui per parlare e per non essere dimenticata. Soprattutto, è qui per farci delle domande.

Non per niente tutte le dittature che hanno mandato in rovina intere nazioni nell’ultimo secolo hanno avuto una componente ideologica di apparente progressismo portato all’estremo, di svalutazione del passato e di baldanzosa retorica incentrata sul futuro, fino allo slogan letale “Forget your past” a lettere rosse sulla facciata dell’orrenda sede del partito comunista bulgaro, in attività fino alla caduta del muro di Berlino.

Una comunità o una persona che dimentica da dove viene ha perso se stessa: non può conoscere il senso di ciò che accade, non ha fondamenta su cui costruire una consapevolezza, in una parola non può pensare.

Ma cosa c’entra con noi una guerra combattuta duemila anni fa, uno stile artistico inventato dall’altra parte del mondo, una divinità adorata in una lingua che noi non parliamo e che magari nessuno parla più? Nella comunità globalizzata di oggi, non possiamo più permetterci di credere ci sia qualcosa al mondo che non c’entra con noi.

Se ai tempi dell’Antica Roma le cartine del mondo finivano sotto al deserto del Sahara con la scritta “hic sunt leones” (qui ci sono i leoni) a mo’ di giustificazione, adesso non possiamo più chiudere gli occhi e giocare a non sapere (forse anche perché, tra l’altro, i leoni li abbiamo quasi fatti estinguere). Tutto è collegato con tutto, nel tempo e nello spazio. Ogni evento, ogni gesto e ogni parola nell’universo fino a questo istante ha un ruolo nel fare di noi ciò che siamo.

E’ a questo che penso mentre lasciamo a malincuore il museo dopo tre ore che sono sembrate tre minuti e tre millenni. Ritornare alla realtà e al presente sarebbe traumatico, se non fossimo a Londra.

Dopo una buona camminata arriviamo nei dintorni del Her Majesty’s Theatre. C’è appena il tempo per un panino veloce, seguito dal caffè “espresso” più annacquato di sempre, prima che per me arrivi l’ora di fare finalmente ciò che desideravo da anni: vedere dal vivo il musical The Phantom of the Opera! Il titolo di questo articolo è una citazione dal libretto.

E’ piuttosto ovvio che qualsiasi spettacolo visto dal vivo è più emozionante di una registrazione. In questo caso però è ancora più vero, perché la vicenda stessa dello spettacolo è ambientata in un teatro, e così il pubblico si trova violentemente immerso nella trama, con l’impressione di essere coinvolto negli eventi. Immagine

Conosco lo spettacolo alla perfezione, ma non me ne stanco mai. Basta il primo accordo dell’orchestra dal vivo, il primo scricchiolio di scarpette da ballo dalle punte di gesso sul vecchio assito del palcoscenico, la prima nota cantata da questi interpreti splendidi per fracassare completamente la nota versione cinematografica del musical.

Per evitare di accendere un mutuo ho acquistato un posto in balconata, precisamente all’altezza del soffitto, e vedere tutto dall’alto fa uno strano effetto, ma godo di una visuale migliore di quanto mi aspettassi. Poi, con il mio binocolo posso vedere perfettamente ogni particolare, ogni espressione dei visi e approfittare dei momenti emotivamente meno carichi per ammirare come una bambina l’infinita cura dei dettagli di ogni prezioso costume.

Siamo nell’Opera Garnier buia e caduta in rovina, poi nello stesso teatro al massimo del suo splendore, nel camerino della diva e negli sterminati sotterranei, nell’ufficio dei direttori e sul tetto, in una coloratissima festa in maschera e in un cimitero innevato: gli spettacolari cambi di scenografia si susseguono leggeri come carezze e maestosi come navi da guerra.

Sembra incredibile che questi suoni di un altro mondo arrivino da qualcosa di così piccolo come delle corde vocali. Mi riesce molto più facile pensare che Geronimo Rauch e Olivia Brereton stiano in realtà suonando un organo formato da tutto il pubblico, e le nostre spine dorsali siano le sue canne. La musica e l’emozione ci attraversano come aria, i personaggi prendono vita davanti a noi e ci attirano negli abissi della loro psicologia.

Potrei parlare di questo capolavoro fino a scrivere un articolo davvero troppo lungo, come peraltro ho già fatto qualche tempo fa.

Inevitabilmente arriva anche per me il momento di riemergere dai sotterranei del teatro alla realtà.

Al momento degli inchini finali, mi porto senza dare nell’occhio a ridosso della balconata per appoggiarvi la macchina fotografica e scattare qualche immagine degli artisti che salutano. Completamente in buona fede, mi preoccupo di non ostruire la visuale a chi mi sta intorno, ma non minimamente di non essere vista dal personale del teatro: immediatamente una ragazza in uniforme viene a redarguirmi sul fatto che anche i saluti finali sono coperti da copyright. Come direbbe il mitico Crozza: “ma come vengo a scoprirle male, le cose…”

Pazienza. La mia dolce compagnia, che ha preferito una passeggiata e una birra al teatro, mi aspetta per un’altra lunga camminata.

Attraversiamo la zona signorile di Covent Garden e Fleet Street, fino ad arrivare alla cattedrale di Saint Paul. E’ il crepuscolo, e l’enorme cupola è illuminata da una luce surreale.

I dintorni della zona, come ben sa chiunque ami il film musicale di Mary Poppins, sono l’austero distretto finanziario della città, ma basta spostarsi verso il Tamigi per vedere altre meraviglie.

Il Millennium Bridge, la ruota del London Eye e il Big Ben brillano intorno a noi, azzurri, gialli e bianchi di luci che si riflettono sulla superficie increspata del fiume, come sulle pieghe di un lunghissimo vestito da sera nello scorrere di un ballo.

Grattacieli futuristici si innalzano vicini e lontani tutto intorno a noi, mentre costeggiamo i resti del duecentesco palazzo Winchester e la ricostruzione fedele del Globe Theatre dove recitava la compagnia di Shakespeare.

Ceniamo e beviamo in due bellissimi pub storici: il Blackfriars dalle luci tenui e con interni decorati in stile medioevale, dove veniamo serviti da un simpatico immigrato italiano, e lo spaziosissimo e accogliente George Inn. In entrambi si mangia e si beve divinamente e l’atmosfera è calorosa e gioviale.

Solo l’avvicinarsi dell’ora dell’ultima metropolitana ci fa rimettere in viaggio a malincuore. Ma siamo a poco più di metà dell’avventura…

LA CITTA’ DOVE TUTTI VORREBBERO ESSERE – GIORNO I

Standard

Desideravo vedere Londra da molto tempo. Questa città, come ha efficacemente sintetizzato una dinamica signora franco-inglese-caraibica con cui ho attaccato bottone sul bus, “è il posto in cui tutti vorrebbero essere”. Per quanto possa suonare esagerato O arrogante, in parte è proprio così, e la cosa ancora più incredibile è che Londra sembra essere il posto in cui effettivamente tutti sono.

Trovarsi nella metropolitana di Londra significa sentirsi passare intorno tutta l’umanità con il tasto “avanti veloce” premuto: migliaia e migliaia di persone di ogni colore camminano ad una velocità irreale, lungo le linee di giornate e vite tutte un po’ simili e tutte un po’ uniche. La folla è qualcosa di maestoso e minaccioso, buffo e affascinante.

Ogni categoria umana si riconosce e si confonde, stereotipi e cliché si esibiscono come su una passerella e si infrangono sotto i passi rapidi della moltitudine, e tutte le diverse identità si mescolano come i tanti ingredienti di quel piatto che è la quintessenza della tradizione, ma che poi in realtà in ogni casa si cucina con una propria variante.

Questo cosmopolitismo, come ogni cosa, non è bene e non è male e allo stesso tempo è entrambe le cose. Il suo prezzo è un lungo passato coloniale: il gioco vale la candela? Giudicate voi stessi.

Ora, per una volta tanto non ho voglia di essere polemica: godetevela questa volta, perché non credo che ce ne sarà molto presto un’altra. Per adesso lasciatevi prendere per mano e portare a venerdì scorso nella metropolitana di Londra: sedetevi comodi tra un anziano signore indiano dall’aspetto ieratico e una bimba tutta treccine, e fate sferragliare l’immaginazione senza paura di perdervi nell’intricatissima rete sotterranea (però mi raccomando: mind the gap!)

Dopo aver cambiato vari mezzi di trasporto, raggiungiamo la nostra guest house nella zona residenziale di South Kensington nel tardo pomeriggio. Avendo puntato sul prezzo e sulla posizione ed essendo preparati a una sistemazione spartana, restiamo in realtà piacevolmente sorpresi da un ambiente pulito e grazioso dai freschi toni azzurri, che fornisce più comodità di quanto non lasciassero intendere le recensioni.

Lasciamo comunque quasi subito la nostra base e per tutta la vacanza ne usciremo al mattino e ci torneremo solo la sera tardi: il tempo è poco e le cose da vedere troppe!

La nostra prima tappa è la National Gallery, approfittando del fatto che il venerdì è aperta fino alle 21. Come in quasi tutti i musei londinesi, l’ingresso è gratuito.

La quantità e la varietà di opere è tale che non possiamo vedere tutto: ciò che ci interessa di più sono i capolavori del Rinascimento italiano, conservati qui come molti tesori inestimabili da tutto il mondo, talvolta con mezzi non precisamente etici. Ah già, avevo detto che non sarei stata polemica. Comunque, qualche goccia di orgoglio colorisce la pura meraviglia di fronte a Venere e Marte di Botticelli, la Vergine delle rocce di Leonardo, la Cena ad Emmaus di Caravaggio e la Maddalena di Savoldo. Questo nome è sicuramente meno noto dei primi tre, ma per me l’intimità di quello sguardo diretto, che da sotto l’argento vivo del mantello sembra volerci rivelare il miracolo segreto del rinascere, vale da solo il viaggio a Londra.Immagine

Proseguiamo verso paesaggisti e ritrattisti da tutto il mondo: perdiamo l’illusione dello spazio e del tempo immergendoci nella luce di albe e tramonti resi eterni dal colore, e incontrando migliaia di sguardi spenti da secoli, ma sempre vivi sulla tela.

Purtroppo l’orario di chiusura ci sorprende nel bel mezzo di questo stato alterato di coscienza e ci fa correre verso l’uscita, dove le mie cose, rimaste per ultime nel guardaroba, sono state già lasciate sul bancone dell’ingresso da uno steward giustamente impaziente di andarsene a casa. Insomma, veniamo letteralmente spazzati fuori dal museo, e ci troviamo di nuovo nell’incredibile Trafalgar Square. La piazza è su due livelli, con maestose fontane in quello inferiore e una grande terrazza a quello superiore, dove si può godere di una magnifica vista sulla città con il Big Ben in lontananza, mentre intorno a noi le musiche di vari artisti di strada si sovrappongono leggermente tra loro nello spazio immenso.

Abbiamo deciso di passare la serata nel movimentato quartiere di Soho: lo raggiungiamo passando da Piccadilly Circus, dove le note tenui di un suonatore di cornamusa in costume tradizionale scozzese fanno allegramente a pugni con gli abbaglianti cartelloni luminosi giganti dalla parte opposta. La piazza però non ci colpisce tanto come avevamo immaginato, forse anche a causa del fatto che il famoso monumento di Eros è coperto da un’impalcatura per un restauro.

Soho, la vecchia “China-Town” di Londra, nota fin dall’inizio del Novecento anche per gli strip club, ricorda il quartiere a luci rosse di Amsterdam con l’aggiunta di ristoranti cinesi a decine.

Visto però che la mia dolce compagnia non ama le cucine orientali, cerchiamo un posticino differente dove cenare, ma tutti i locali sono così pieni che la gente fa la coda all’esterno in attesa di entrare. Alla fine troviamo il simpatico baretto “Da Bruno”, dove davanti a un rigenerante piatto di pesce fritto e patatine, guardandoci intorno impariamo alcune nozioni fondamentali sul modo inglese di intendere il mangiare: l’enormità surreale delle porzioni, l’assenza totale di tovaglie o tovagliette, la salsiccia coi fagioli a colazione e la perversione del pollo sulla pizza.

Dopo essere stati cortesemente cacciati anche da Bruno all’orario di chiusura (le 22), passeggiamo ancora per Soho, passando sotto ai colorati archi in stile cinese che delimitano l’inizio e la fine della sua strada principale.

Nelle vicinanze si trovano anche moltissimi teatri dove si rappresentano in modo stabile, anche per anni di seguito, decine di musical: per me è il paradiso! E in paradiso per poco non ci finisco davvero, mentre attraverso la strada un po’ alla leggera per fotografare dall’angolazione migliore il Queen’s Theater e le sue enormi insegne di Les Miserables, considerato il musical di maggior successo di tutti i tempi e rappresentato qui da quasi trent’anni.

Qui a Londra il concetto di teatro è ben lontano dallo sfizio vecchiotto e un po’ snob che da noi spesso si associa ad esso. E’ tanto chiassosamente mondano e mediatico quanto a suo modo sacro, è un vero e proprio culto di massa, incomprensibile a noi italiani, che dopo aver dato al mondo l’opera lirica ci facciamo rappresentare all’Eurofestival da Emma Marrone e crediamo ancora che i film di Checco Zalone valgano il prezzo del biglietto.

Desiderosi di una buona pinta di birra con cui concludere questa prima serata, scegliamo a caso un locale in cui entrare, e ci ritroviamo in un piccolo bar gay dove montagne umane di mezza età ballano spassosi successi dance degli anni ’80 e ’90 felici come ragazzini. Il luogo però è strapieno e non c’è posto per sedersi, quindi ritentiamo con il vicino pub O’Neill, così grande che si sviluppa su tre piani. Qui troviamo un gruppo che suona dal vivo classici del pop britannico e del rock ‘n roll con un tocco irish, e attacchiamo bottone con un ragazzo cinese piantato dalla strana coppia di amici a cui regge la candela.

Dopo aver bevuto la prima di tante pinte che seguiranno nei prossimi giorni, rincasiamo e ci ricarichiamo per la lunga giornata di domani…

LUCE E OMBRA II: IL VISCONTE E IL FANTASMA

Standard

POTOok

 LUCE E OMBRA II: IL VISCONTE E IL FANTASMA

Questo articolo è la continuazione del precedente, “Luce e ombra I”, che vi invito a leggere.

Prosegue l’esplorazione di uno dei temi più complessi in assoluto della nostra vita psichica: il rapporto con la nostra ombra. Tradizionalmente associato al male, alla bestia, al proibito, perfino al diavolo, il nostro cosiddetto “lato oscuro” è davvero solo questo?

Cos’è l’Ombra? Non pretendo certo di dirimere qui un concetto che Jung in persona, e non solo lui, ha lavorato praticamente per tutta la sua carriera a definire e approfondire. Solo qualche parola per tentare di rendere un briciolo di giustizia a questa parte di noi da sempre bistrattata.

L’Ombra è, in estrema e forse eccessiva sintesi, tutto ciò che l’individuo e la società sacrifica per il proprio buon funzionamento. Tutti dobbiamo fare delle scelte: non si può essere tutto e il contrario di tutto, una cosa non può essere giusta e sbagliata, bella e brutta, ammirata e disprezzata.

Reprimere alcuni intenti in favore di altri a cui teniamo di più è in gran parte una dinamica assolutamente sensata: rinunciamo alla nostra libertà di uccidere, rubare e truffare al fine di poter vivere tutti più tranquilli e sicuri; rinunciamo al nostro desiderio di fare sesso ad ogni occasione che si presenta con qualunque persona ci piaccia al fine di poter avere una relazione stabile e una famiglia; rinunciamo alla pazza idea di mollare tutto e vivere suonando la chitarra su una spiaggia di Rio nella speranza di ottenere una posizione di responsabilità in ufficio.

Spesso però rischiamo di buttare via per così dire il bambino insieme all’acqua sporca. Nella nostra Ombra, in ciò che più o meno consapevolmente, più o meno autonomamente decidiamo di ignorare in noi, c’è molto più che una serie di istinti meschini.

Nell’Ombra c’è quella voce che non ha peli sulla lingua e mette in dubbio ogni nostra certezza; nell’Ombra è acquattata quella rabbia che se potesse uscire dalla nostra bocca griderebbe “Basta!” alle costrizioni che subiamo in famiglia, alla relazione sentimentale che è ormai solo abitudine, ai compromessi scomodi a cui ci adattiamo per amor di pace; nell’Ombra ci aspetta quel sogno di quando eravamo bambini e tutto ci sembrava possibile, al quale credevamo di aver detto addio autoconvincendoci che un posto fisso in banca era la miglior cosa che potesse capitarci; nell’Ombra vive la persona che potevamo essere e non ce lo siamo permessi, chiunque essa sia; nell’Ombra chiacchierano impunemente tutti i “ma” e i “se” che riempiono di tante puntine il materasso del nostro sonno; nell’Ombra risuona quell’irresistibile risata che fa sembrare più piccolo tutto ciò che è la nostra vita.

L’Ombra è anche creatività, alternativa, irriverenza e domande a non finire. Se è un diavolo, è un diavolo bambino. Se ci fa del male, è lo stesso male che ci fa il dentista per curarci. L’Ombra è una parte di noi come ogni altra, ed è nostra alleata: siamo noi a rendercela nemica o a sentirla come tale.

Mi piace pensare che si chiami Ombra non tanto perché è oscura, ma perché ci segue sempre, a meno che non siamo noi stessi persi in un buio completo.

Vista la complessità dell’argomento,ho pensato di affrontarlo non con uno ma con due dei miei consueti articoli basati su una coppia di personaggi di fantasia contrapposti.

Dopo un’opera dove le protagoniste erano due donne e l’esito era tragico, ora una dove luce e ombra sono incarnati da due uomini e c’è un lieto fine almeno parziale.

STORIA: Il fantasma dell’Opera.

Originata dal romanzo di Gaston Leroux, di questa storia sono state fatte infinite trasposizioni cinematografiche e una celeberrima versione in musical, che è appunto quella che prenderemo in considerazione. Il musical ha avuto a sua volta una trasposizione cinematografica nel 2004, ma consiglio di tenere come punto di riferimento la versione teatrale, superiore a mio parere sotto ogni aspetto. Tra le varie produzioni e gli innumerevoli interpreti che si sono succeduti in quasi 30 anni di rappresentazioni consiglio ad esempio la registrazione del venticinquesimo anniversario dell’opera (2011). Qui i due ruoli maschili principali sono interpretati da Ramin Karimloo (Erik) e Hadley Fraser (Raoul). Sono abbastanza sicura che sia in commercio anche in Italia un dvd ufficiale con sottotitoli, comunque potete trovare lo spettacolo completo su youtube http://www.youtube.com/watch?v=PO9ENip4zFg.

ATTENZIONE SPOILER!

Parigi, ultimi decenni dell’Ottocento. Al teatro dell’opera Garnier la tensione si taglia con il coltello a causa di una misteriosa ed elusiva presenza che si fa chiamare “Il Fantasma dell’Opera” e, con le sue lettere minacciose e il terrore che instilla in tutti, è il vero padrone del teatro.

Il “fantasma” è in realtà Erik, un uomo che vive nei sotterranei dell’Opera, dove nasconde agli occhi del mondo la sua atroce bruttezza e coltiva in solitudine il suo incredibile genio artistico. E’ un brillante architetto, prestigiatore, ventriloquo e soprattutto musicista: canta divinamente e sta lavorando a uno spartito che farà sfigurare qualsiasi altra opera, ma non può esprimere la sua immensa creatività nella società a causa del suo aspetto terrificante, che nasconde portando sempre una maschera e non mostrandosi mai comunque a nessuno. Tuttavia, senza mai essere visto, può vedere, udire e farsi udire a proprio piacimento in tutto il teatro grazie a una serie di astute modifiche architettoniche da lui operate, cosicché ogni cosa e ogni persona nell’edificio finisce per essere da lui dominata e spiata.

Attraverso ordini scritti ai direttori del teatro, minacce e sotterfugi Erik fa in modo che Carlotta, arrogante primadonna sul viale del tramonto, venga sostituita nei ruoli da protagonista dalla giovane ballerina di fila e corista Christine Daaé, che si rivela sorprendentemente dotata nel canto.

L’ingenua ragazza è convinta di essere stata visitata negli ultimi mesi dall’“Angelo della musica” inviato come promesso dal suo defunto padre violinista a insegnarle l’arte del canto. Il suo maestro è in realtà lo stesso Erik che, innamorato di Christine, è solito introdursi non visto in un’intercapedine del muro del suo camerino ed ha finora assecondato la sua convinzione, approfittando della sua buona fede per conquistare il suo affetto e la sua devozione.

La sera del debutto trionfale di Christine è tra il pubblico il visconte Raoul, suo amico d’infanzia che nutre da allora un sincero amore per lei nonostante le differenze sociali che li separano. Dopo lo spettacolo il ragazzo va a trovarla nel suo camerino, il loro affetto si ravviva come se non si fossero mai persi di vista e lei acconsente a uscire con lui. Ma mentre Raoul va a chiamare la carrozza, Erik attira Christine dentro lo specchio del camerino che si apre come una porta, la conduce nei surreali sotterranei dell’Opera e la seduce con il suo canto e con la sua “musica della notte”, facendole però capire che non deve toccare la maschera. In preda a una sorta di estasi o ipnosi, la ragazza cade in un sonno profondo. Al suo risveglio, meravigliata e confusa, si avvicina di soppiatto a Erik mentre egli è assorto nel suonare l’organo e gli toglie la maschera, scoprendo così la verità sull’ “angelo della musica” e provocando la sua violenta ira.

In seguito ad alcuni eventi sinistri in teatro, riconosciuti come opera di Erik, tra cui specialmente l’assassinio di un macchinista, Christine comincia ad avere paura di lui, pur essendone allo stesso tempo misteriosamente attratta. Condotto Raoul sul tetto dell’edificio, gli racconta ogni cosa. Raoul la rassicura teneramente, i due si dichiarano il loro reciproco amore, si scambiano una segreta promessa di fidanzamento e si baciano. Erik, furibondo e affranto, ha visto e udito tutto a loro insaputa.

Qualche tempo dopo si tiene nel foyer del teatro un ballo di gala in maschera: mentre tutti si divertono e folleggiano, compare Erik, naturalmente mascherato. Annuncia di aver terminato la composizione della sua opera, “Don Giovanni trionfante”, ne lancia lo spartito agli astanti e ne ordina la messa in scena, esplicitando che i protagonisti dovranno essere Christine e il tenore Ubaldo Piangi, e subito scompare in una vampa di fuoco.

Raoul e i direttori del teatro vedono in questa rappresentazione l’occasione di tendere una trappola al Fantasma: ansioso di vedere Christine eseguire il suo capolavoro commetterà di certo qualche imprudenza, si mostrerà in qualche modo e loro, con l’aiuto della polizia, saranno pronti ad arrestarlo. Pur confusa, spaventata e riluttante, Christine accetta e l’opera va in scena. Vuole costruirsi una vita con Raoul ma allo stesso tempo non vorrebbe tradire Erik, poiché nonostante tutto resta sempre vivo in lei il sentimento di adorazione per l’ “angelo della musica” legato alla memoria di suo padre; ha paura di cos’altro la malvagità di Erik potrebbe fare se si provoca la sua ira, ma si sente tuttavia profondamente legata a lui per quanto con la razionalità cerchi di opporre resistenza.

Nello spettacolo rappresentato, Don Giovanni riesce a conquistare la sua “preda” attraverso un sotterfugio che prevede l’uso di un travestimento e uno scambio di persona: proprio a questo punto della rappresentazione Erik si introduce dietro le quinte, uccide Ubaldo, si sostituisce a lui ed entra in scena.

Nella scena che viene rappresentata, Don Giovanni seduce la sua ospite al punto da indurla ad abbandonare ogni reticenza e dimostrargli la sua passione.

Qui, in una sequenza che è un assoluto capolavoro di meta-teatro (e lasciatemelo dire, di recitazione), si sovrappongono e si confondono i personaggi (e gli spettatori) di Don Giovanni trionfante e di Il fantasma dell’Opera, e nel giro di pochi attimi, proprio mentre i due cantano “i nostri giochi di finzione sono giunti alla fine”, nessuno sa più cosa stia davvero accadendo.

Impossibile stabilire con certezza fino a che punto Christine è convinta di avere a che fare con Ubaldo, e quando si accorge che si tratta di Erik: dal primo momento in cui sente la sua voce, a poco a poco nel corso della scena, solo alla fine? E anche allora, mette in scena il desiderio del suo personaggio per Don Giovanni solo perché lo spettacolo deve continuare, o il proprio per Erik, nascondendosi dietro la finzione scenica come lui dietro la sua maschera?

Comunque Raoul tra il pubblico si inquieta e si insospettisce.

Sulle ultime note del brano Erik infila il proprio anello al dito di Christine, ma lei gli toglie nuovamente la maschera, denudando la sua bruttezza davanti a tutto il pubblico.

I poliziotti scattano, Raoul abbandonata la sua indole calma e pacata spara a bruciapelo verso Erik, ma mentre i proiettili lo mancano lui riesce a fuggire nel labirinto delle sue botole che portano ai sotterranei, portando via Christine.

Raoul decide allora di scendere al suo inseguimento e affrontarlo direttamente. Quando giunge alla sua dimora sotterranea, lo trova insieme a Christine vestita da sposa.

Erik, ormai senza maschera, cattura Raoul passandogli un cappio al collo e ricatta la ragazza imponendole di scegliere se accettare di passare tutta la vita con lui o vederlo uccidere il suo fidanzato.

Lei si sente delusa, tradita, ingannata ed estremamente arrabbiata con lui, ma alla fine con un supremo sforzo di comprensione si immedesima in lui e lo bacia, non una ma due volte. Erik allora capisce che Christine è disposta a restare con lui non solo per evitare la morte di Raoul ma anche perché lo accetta profondamente.

Commosso, lascia andare i due. Prima di scomparire risalendo le scale, Christine torna indietro, restituisce l’anello a Erik, gli bacia la mano e poi si affretta dietro a Raoul.

Erik, al colmo dell’emozione e pazzo di dolore, al sentire i passi dei poliziotti sulle sue tracce sparisce nel nulla con uno dei suoi trucchi, lasciando trovare sulla scena agli inseguitori soltanto la sua maschera.

Tutta l’opera (e molto di più il libro, che qui non tratto per non dilungarmi ancora più di quanto sto già facendo) è intessuta di un simbolismo che rimanda al dialogo tra conscio e inconscio, razionalità e sentimento, accettabile e inaccettabile, luci e ombre della nostra mente.

Qui la vera protagonista, a dispetto del titolo, è Christine, che rappresenta l’anima di ognuno di noi alle prese con le sue interiori contraddizioni.

Raoul è il principe azzurro delle favole, è un amore puro e sincero oltre che un partito assolutamente desiderabile dal punto di vista sociale; è pacato, rassicurante, pratico, razionale e diretto, ma anche coraggioso e disposto a combattere per la sua amata. Completamente trasparente, coerente, monolitico, sembra privo di punti oscuri o contraddittori. Più volte nel testo si paragona ed è paragonato alla luce, all’estate, al rifugio sicuro. Raoul è l’evidenza, l’armonia con le regole della società, la ragione , la sfera conscia della nostra psiche.

Erik all’opposto è l’irrazionalità, la pazzia, i sentimenti violenti, l’amore ossessivo e possessivo, ma anche il genio artistico e il mistero. Si paragona ed è paragonato alla notte, al sogno, all’oscuro, alla musica. Il suo posto sono i sotterranei della nostra psiche, l’inconscio, dove Christine ne resterà sedotta e dove Raoul scenderà coraggiosamente per affrontarlo. Gli unici momenti in cui può farsi vedere, e perfino ammirare dalla società sono quelli protetti dalla “zona franca” che solo la finzione dichiarata può dare: il ballo in maschera, l’opera teatrale.

Il “fantasma” al quale viene ingenuamente paragonato dalla gente del teatro rimanda anche al passato, a ciò che dovrebbe riposare in pace ma non lo fa, alla persecuzione: il nostro inconscio infatti ha molto a che fare con il nostro passato, e in particolare con le sue pagine incompiute.

Erik sembra racchiudere in sé tutti i più inaccettabili paradossi, tutti gli estremi. Il suo viso è tanto orrendo e terrificante quanto è splendida e irresistibile la sua voce; i suoi occhi, la cui immagine sembra ossessionare Christine, “minacciano e adorano” allo stesso tempo; ha in sé un’incredibile creatività e molteplici talenti, ma li piega altrettanto facilmente alla creazione del bello e dell’arte, quanto all’omicidio, al ricatto e a quello che oggi chiameremmo stalking; sembra totalmente privo di alcuno scrupolo morale riguardo alle proprie azioni malvagie e violente, tutte derivate però dal suo bisogno di essere amato.

A ben vedere, tutto il dramma della sua condizione deriva dall’impossibilità di essere accettato dalla comunità umana e guardato in viso come chiunque altro.

Lo stesso si può dire del nostro inconscio, del nostro cosiddetto lato oscuro, della nostra Ombra: è l’ignoto in essa a farci paura. Il nostro profondo, come il viso di Erik, può essere molto spiacevole a guardarsi. Tutto il male che esso può farci, tutto il dolore che può causare nella nostra vita si scioglie davanti alla nostra accettazione e amore per noi stessi nella nostra interezza, come si sciolgono le lacrime del “fantasma” al tocco delle labbra di Christine.

Nel teatro dell’opera della nostra psiche, è come se noi fossimo continuamente al nostro debutto sul palcoscenico della vita: la ragione e la società ci guardano dall’alto dei palchi, ma nel raccoglimento del nostro camerino e nel silenzio dei nostri sotterranei dimenticati, che lo vogliamo o no, è il nostro inconscio a guidarci e a farci da maestro.

Quando ci lancia provocatoriamente il suo spartito, non possiamo fare a meno di prenderlo al volo. Se guardiamo appena dietro la superficie del nostro specchio che riflette la nostra immagine, l’inconscio è lì da sempre.

Se con la nostra razionalità tentiamo di ribellarci alla nostra Ombra, vogliamo ignorarla o crediamo di poterla dominare o ingannare, non solo essa rivolterà contro di noi i suoi aspetti più violenti, ma noi finiremo per esserne, senza saperlo e senza capirlo, ancora più soggiogati e invischiati.

Se alla nostra Ombra togliamo la maschera di fronte alla ragione, le luci troppo forti del palcoscenico la faranno per forza apparire orrenda e inaccettabile, e i nostri poliziotti interiori scatteranno per arrestarla.

Ma se invece conosciamo e comprendiamo la nostra Ombra, se ci lasciamo scendere nei sotterranei con lei, se ascoltiamo la sua canzone, essa ci lascerà liberi di andare e di tornare, senza più ricatti.

Il nostro inconscio, con buona pace di Freud, non è lì per rovinarci la vita, per farci dispetti come un bambino capriccioso e viziato. Il nostro inconscio, la nostra Ombra, è una parte di noi che ha bisogno di vivere in armonia con le altre.

A modo suo ci ama.

E noi, solo dopo averla accettata e riamata a nostra volta, potremo finalmente scegliere di risalire verso la luce del giorno.

LUCE E OMBRA I: IL CIGNO BIANCO E IL CIGNO NERO

Standard

Un film, in poco tempo e con grande efficacia, è in grado di veicolare significati profondi, e perfino di illustrare in modo chiaro concetti di psicologia anche molto complessi.
In una serie di articoli vorrei quindi guidarvi alla scoperta di nozioni psicologiche utili nella vita di ognuno di noi, attraverso l’analisi di personaggi cinematografici.
NON SI TRATTA DI RECENSIONI di film, bensì dell’illustrazione di una coppia di personaggi.ninalily

Oggi voglio confrontarmi e confrontare chi mi legge con uno dei tempi più complessi in assoluto della nostra vita psichica: il rapporto con la nostra ombra. Tradizionalmente associato al male, alla bestia, al proibito, perfino al diavolo, il nostro cosiddetto “lato oscuro” è davvero solo questo?
Cos’è l’Ombra? Non pretendo certo di dirimere qui un concetto che Jung in persona, e non solo lui, ha lavorato praticamente per tutta la sua carriera a definire e approfondire. Solo qualche parola per tentare di rendere un briciolo di giustizia a questa parte di noi da sempre bistrattata.
L’Ombra è, in estrema e forse eccessiva sintesi, tutto ciò che l’individuo e la società sacrifica per il proprio buon funzionamento. Tutti dobbiamo fare delle scelte: non si può essere tutto e il contrario di tutto, una cosa non può essere giusta e sbagliata, bella e brutta, ammirata e disprezzata.
Reprimere alcuni intenti in favore di altri a cui teniamo di più è in gran parte una dinamica assolutamente sensata: rinunciamo alla nostra libertà di uccidere, rubare e truffare al fine di poter vivere tutti più tranquilli e sicuri; rinunciamo al nostro desiderio di fare sesso ad ogni occasione che si presenta con qualunque persona ci piaccia al fine di poter avere una relazione stabile e una famiglia; rinunciamo alla pazza idea di mollare tutto e vivere suonando la chitarra su una spiaggia di Rio nella speranza di ottenere una posizione di responsabilità in ufficio.
Spesso però rischiamo di buttare via per così dire il bambino insieme all’acqua sporca. Nella nostra Ombra, in ciò che più o meno consapevolmente, più o meno autonomamente decidiamo di ignorare in noi, c’è molto più che una serie di istinti meschini.
Nell’Ombra c’è quella voce che non ha peli sulla lingua e mette in dubbio ogni nostra certezza; nell’Ombra è acquattata quella rabbia che se potesse uscire dalla nostra bocca griderebbe “Basta!” alle costrizioni che subiamo in famiglia, alla relazione sentimentale che è ormai solo abitudine, ai compromessi scomodi a cui ci adattiamo per amor di pace; nell’Ombra ci aspetta quel sogno di quando eravamo bambini e tutto ci sembrava possibile, al quale credevamo di aver detto addio autoconvincendoci che un posto fisso in banca era la miglior cosa che potesse capitarci; nell’Ombra vive la persona che potevamo essere e non ce lo siamo permessi, chiunque essa sia; nell’Ombra chiacchierano impunemente tutti i “ma” e i “se” che riempiono di tante puntine il materasso del nostro sonno; nell’Ombra risuona quell’irresistibile risata che fa sembrare più piccolo tutto ciò che è la nostra vita.
L’Ombra è anche creatività, alternativa, irriverenza e domande a non finire. Se è un diavolo, è un diavolo bambino. Se ci fa del male, è lo stesso male che ci fa il dentista per curarci. L’Ombra è una parte di noi come ogni altra, ed è nostra alleata: siamo noi a rendercela nemica o a sentirla come tale.
Mi piace pensare che si chiami Ombra non tanto perché è oscura, ma perché ci segue sempre, a meno che non siamo noi stessi persi in un buio completo.
Vista la complessità dell’argomento, lo svilupperò nel corso di due articoli che ci poteranno alla scoperta di quattro affascinanti personaggi non solo cinematografici, ma anche teatrali e letterari.
Cominciamo affrontando la questione dal punto di vista femminile.

Film: Il cigno nero (2010)
Interpreti: Natalie Portman (Nina), Sarah Lane (Nina nella maggior parte delle scene di danza), Mila Kunis (Lily)

ATTENZIONE SPOILER: Se non avete ancora visto questo capolavoro, fatelo prima di leggere l’articolo, perché è indispensabile discutere di tutta la trama, e del finale soprattutto.

New York. Il direttore artistico Thomas annuncia alla sua compagnia di danza classica di voler mettere in scena il balletto “Il lago dei cigni” con una nuova protagonista.
Il ruolo principale richiede di interpretare sia Odette, la dolce e innocente principessa innamorata del principe Sigfried e vittima di un sortilegio malefico che solo una promessa di eterno amore può spezzare e che la trasforma in cigno bianco durante il giorno; sia Odile, la scaltra e maliziosa figlia del mago Rothbart, in parte cigno nero e in parte bellissima ragazza, la quale riesce a fingersi Odette agli occhi del principe e a sedurlo, sottraendolo all’altra e condannandola così a restare per sempre prigioniera dell’incantesimo di Rothbart.
Si prospetta quindi la grande occasione per la ballerina Nina, volitiva e autocritica ma allo stesso tempo molto infantile, che vive con una madre severa e morbosa, la quale la tratta come una bambina e la tiene sotto controllo anche in bagno e nella camera da letto, ancora rosa e piena di bambole.
Il giorno del provino Nina nota in metropolitana una misteriosa e attraente ragazza vestita di nero che, ignara di lei, compie esattamente i suoi stessi gesti come se fosse uno specchio, e che si rivela essere Lily, una nuova ballerina della compagnia.
Come afferma il direttore artistico, Nina risulta essere ideale nel ruolo del cigno bianco ma incapace di rendere la sensualità e la malizia del cigno nero. La sua tecnica è perfetta, ma manca di espressività e passionalità. Nonostante questo, Thomas assegna a lei la parte della protagonista, mettendola così alla prova come ballerina e come donna. Nel tentativo di scuoterla le rivolge anche improvvise e spicce attenzioni erotiche, ma Nina, nonostante l’attrazione che prova per lui, si chiude ancora più rigidamente in se stessa.
Poco dopo, Thomas decide di far provare il ruolo del cigno nero alla nuova arrivata Lily, sottolineando a Nina quanto l’altra interpreti magnificamente il ruolo di Odile.
Inizia allora per Nina un travagliato rapporto di amicizia e rivalità con Lily, dove realtà e fantasia, fatti e allucinazioni si confondono nella mente della protagonista, resa sempre più fragile dall’infrangersi delle sue certezze di fronte alla crescente tensione sul lavoro e all’intrigante collega.
La “realtà” della trama del film e la “finzione” della trama del balletto si intrecciano per Nina-Odette, Lily-Odile e Thomas, padrone del loro destino come Rothbart e conteso tra loro come Sigfried.
Una sera Lily “rapisce” Nina alla madre, la porta in discoteca e al ritorno resta in camera sua, dove le due ragazze hanno un rapporto sessuale nel quale finalmente Nina si lascia andare.
Il giorno dopo, però, quando Nina accenna a quanto è accaduto Lily cade dalle nuvole, afferma di aver passato la notte con un ragazzo conosciuto in discoteca e deride l’amica.
La protagonista, assalita dalla confusione, sente di stare sprofondando sempre di più nella pazzia e nella totale immedesimazione con il proprio personaggio.
Arriva la sera della prima esibizione. Dopo aver danzato la prima parte dell’opera nel ruolo di Odette, in camerino Nina vede Lily vestita da cigno bianco come lei, pronta a farle da sostituta se dovesse infortunarsi durante lo spettacolo, ma il timore che voglia rubarle il trionfo scatena in lei un improvviso raptus di violenza: ferisce a morte la compagna con una scheggia di specchio e nasconde il cadavere sanguinante in bagno. Poi entra in scena nel ruolo del cigno nero.
In una sequenza di fortissimo impatto visivo, Nina riesce finalmente per la prima volta a liberare il proprio cigno nero interiore in un’interpretazione prepotente e sublime. Il pubblico e Thomas la adorano. Appena dietro le quinte, Nina lo bacia davanti a tutta la compagnia.
Nel finale, Nina deve vestire di nuovo i panni di Odette che, perdente nella contesa con Odile per l’amore di Sigfried, si suicida gettandosi da una rupe.
In camerino, non trova più traccia del corpo di Lily e della grossa pozza di sangue di prima, ma sente il dolore di una ferita piena di frammenti di vetro sulla propria pancia. Mentre una macchia rossa si allarga sul suo corpetto bianco, Nina si precipita in scena e danza l’ultimo brano. Dopo un ultimo sguardo alla madre tra il pubblico, cade sul materasso posto dietro alla scenografia della rupe ed esala l’anima sussurrando a Thomas: “Ero perfetta.”

Gli ampi spazi concessi in questo film, in termini visivi e di sceneggiatura, al surreale e al paradosso lasciano molte possibilità interpretative.
La mia è che Lily non sia affatto una persona reale, ma una parte di sé che la protagonista, nel suo disagio psichico, rifiuta e proietta all’esterno, in una persona immaginaria, per poterla tenere lontana e separata. Questa parte è l’Ombra di Nina, della quale Lily incarna tutte le contraddittorie e complesse caratteristiche.
E’ evidente fin da subito quanto le due ragazze abbiano personalità diametralmente opposte: Nina, sempre vestita di bianco e rosa, affronta con severità se stessa e la vita, quasi si priva del cibo, non ha mai avuto esperienze sessuali e non riesce ad emanciparsi dal rapporto morboso con la madre; Lily, che veste sempre di nero, è scherzosa e sicura di sé, ambigua e schietta allo stesso tempo, è disinibita con gli uomini e libera nel suo godersi la vita.
Nina porta sempre un coprispalle per nascondere i graffi che si procura da sola sulla schiena nei momenti di rabbia e frustrazione contro se stessa, Lily nella stessa zona ha un grosso tatuaggio con due calle che ricordano anche due occhi aperti o due ali nere.
In Lily è la vita notturna con le sue intriganti opportunità, la sensualità e i piaceri, ma anche la spensieratezza, la giocosità e l’ironia. Lily, come Odile, inganna, prende in giro e scompiglia le carte in tavola, ma ha anche l’assoluta trasparenza e spontaneità di chi è perfettamente sicuro di sé nel presentarsi al mondo.
Nina, al contrario, non può permettersi di essere completamente se stessa a tutto tondo: schiacciata tra le pretese della madre e la propria ambizione, è spietata verso se stessa e si prende sempre terribilmente sul serio: non è in grado di giocare con la vita.
Fin dall’inizio primeggia tra le compagne nel suo talento e nella stima del direttore artistico, e sembra destinata a trionfare. Come ognuno di noi, però, Nina non può esimersi dal confronto con la propria ombra, Lily.
Lily possiede le qualità artistiche che mancano a Nina, ma quest’ultima non riesce a vedere in questo un’occasione di imparare qualcosa di nuovo, si chiude anzi sempre di più in un atteggiamento astioso, rigido e unilaterale.
In seguito, Nina e la sua Ombra riescono ad avvicinarsi fino a vivere una metaforica unione erotica: questo infrange in Nina il precedente blocco nei confronti della sessualità, ma al contempo con la sua forza innovativa troppo dirompente la sprofonda ancora di più nella confusione tra realtà e allucinazione.
E’ solo quando, uccidendo Lily, Nina riesce a esprimere la propria istintualità e la propria aggressività, che si apre finalmente in lei l’interrotto canale di comunicazione con tutto ciò che l’Ombra rappresenta, consentendole di interpretare alla perfezione il cigno nero.
Alla fine, però, uccidendo una parte così importante di sé Nina ha ucciso se stessa. Nina muore vittima del proprio perfezionismo. L’ambizione di essere perfetta, senza ombre (la sua l’ha pugnalata), assolutamente splendente come il suo candido costume sotto le luci del palcoscenico l’ha spinta fino a darsi veramente la morte per interpretare al meglio la scena del suicidio di Odette. Una sola esibizione perfetta vale la sua intera vita e anche la sua morte, sottraendola a un’esistenza e ad una carriera appena all’inizio e all’amore di Thomas che era ormai diventato possibile.
Il senso di tutto ciò è che ognuno di noi, per continuare a vivere, deve accettare di avere dell’Ombra in sé, di avere dei limiti e di non poter essere perfetto.
La nostra Ombra è a modo suo un’amica vera, come Lily per Nina, senza la quale il nostro atteggiamento unilaterale verso la vita diventa solitudine.

Insegnare nelle favelas

Standard

Mi permetto di postare sul mio blog un articolo di Jo Griffin su The Guardian. Tutto il merito di questo splendido documento va a lei (lui?).

Yvonne Bezerra de Mello has developed a pedagogy based on neuroscience to help children raised in the slums of Rio de Janeiro bridge the achievement gap. Jo Griffin profiles her work.
Favela Brazil
Yvonne Bezerra de Mello has developed a new teaching technique to help children from impoverished favelas in Brazil. Photograph: Alamy

Why do children raised in tough slums perform worse than others when they get the same schooling?

Too often a lack of self-confidence or self-discipline get the blame but, according to Yvonne Bezerra de Mello at the Uere Project in Rio de Janeiro, the real reasons are more complex. Trauma and violence inearly life create specific learning difficulties that block children’s capacity to learn.

At her school in one of the city’s most impoverished favelas, De Mello has developed an innovative pedagogy that integrates neuroscience with didactics to fill in the learning gaps that prevent such children making progress. The results are so successful it has been adopted as a method in 150 state schools in Rio and has started to attract attention overseas: in 2012, a group of 15 teachers from Cologne visited the project because they were having difficulty adapting old methods to today’s multi-racial classrooms.

De Mello, who has a PhD in philology and linguistics and based her methods on 30 years of research in the slums of Rio and abroad, is a well-known social activist in Brazil, in part due to her public protests after the massacre of eight street children by police outside the Candelaria church in July 1993. De Mello set up a makeshift school for the survivors, which grew into the Uere project.

Outside the school in Mare, a sprawling complex of 16 favelas that are home to 130,000 people, small children run through the warren of alleyways shouting and laughing. Inside, the half-day session begins for a group of teenagers in a brightly painted classroom where they are free to get up and wander out, or move chairs. Lessons are divided into blocks of no more than 20 minutes and the more-able children take turns to instruct the class through role play. Subjects are covered for short periods in varied ways, often linked to real life, with no note taking or rote learning.

De Mello’s method stresses “repairing the brain’s synapses” so that students’ minds become active and engaged – in some cases, for the first time in their lives. In a community where gun crime, drug-related violence and domestic abuse are endemic, her methods improve brain functions such as memory, focus, verbal skills, concentration and logic that may have been blocked by constant exposure to violence and trauma. She believes all teachers should be trained in the basics ofneuroscience.

“Look,” she says, showing me an exercise book with incomprehensible scribbles. “These were made by a 12-year-old boy who could not even name the colours when he came here.” Her team started by spending hours talking to him. De Mello says a key problem for many children growing up in favelas is the lack of verbal communication, whether because of their parents’ poor education or circumstances that mean the child is alone all day.

De Mello believes children from very deprived backgrounds inevitably fail in mainstream education because they lack the “pre-learning” that equips them to absorb information, to concentrate or understand information that may seem obvious to others.

“Intelligence can be repaired,” she says, “and we have found the way to do it.”

Her teaching method aims to fill in that gap so that even the poorest children have a chance to succeed in mainstream education. In Brazil, children attend school for half a day – De Mello’s students go on to a session at a mainstream school in the afternoon.

Criticism of the education system was a feature of protests earlier this year by mainly middle-class Brazilians, but the children from poorest families face particular challenges: many live far away from any schools, with inadequate transport links, or must stay at home to look after younger children. Others are sucked into crime or drugs by the gangs that rule their communities.

In another classroom at the school in Mare, 15 or so younger children are having a maths lesson – interchanging number games and switching between five languages – all the children at Uere learn basic vocabulary and numbers in several languages to keep their minds alert. It is impressive to watch these small children in flip-flops and shorts who rarely leave the slum switch between Mandarin, French or Germanconfidently. Everton, a 17-year-old boy who wants to be a vet, tells me he prefers the Uere school because children from the slums are snubbed in mainstream schools.

The emphasis at De Mello’s school is on equipping the students with the tools they need to learn, and this includes self-esteem and emotional intelligence. The young teachers are warm and tactile with the kids, who shower and eat two meals on the site. In one lesson, De Mello asks teenagers to tell her what happened at home the day before and a girl begins to cry when she recalls a fight between her parents. De Mello explains gently that she is not responsible for her parents’ lives and it is clear that no one has ever helped the girl to see her life in this way before.

“If children do not have this pre-learning, they cannot hope to complete their education, let alone hold down jobs. But if we help them to repair these ‘learning blocks’, they can have good prospects and lead worthwhile lives,” says De Mello, who is fired by anger about the lack of opportunity and inadequate infrastructure in poor communities, as well as the failure of the Brazilian state system to tackle social problems such as abuse or neglect.

“These children are just written off. Isn’t it obvious that that’s bad not just the children, but for Brazilian society as a whole?”

Quando una regola diventa un regalo…

Standard

dire-no“Ha solo due anni, ma è già la reginetta di casa! Quando vuole qualcosa urla e piange così tanto che non c’è verso di dirle di no.”

“Volevo dare ai miei figli tutto quello che non ho avuto io da ragazzo, ma non sono mai contenti!”

“Mi sento così in colpa per essermi separata dal suo papà, che sento di dover essere una mamma perfetta e di non dovergli far mancare mai niente”

“Ho così poco tempo da passare con i miei figli, che non ho proprio intenzione di sprecarlo litigando, in quei momenti voglio solo stare bene con loro.”

“Più gli do, e più mi chiede! Mi sento schiacciata.”

“Anche se è ancora un bambino, gli ho comprato volentieri il cellulare perché pensavo che mi avrebbe aiutata a stare tranquilla quando non è con me. Adesso però è sempre attaccato a quei giochini, e quasi non ci parliamo più!”

“Suo padre non fa che viziarla, e a me tocca fare la parte della cattiva che le dà delle regole. Mia figlia mi detesta!”

Il genitore è il mestiere più difficile del mondo.

E’ facilissimo, invece, trovarsi in una situazione simile a queste: siamo partiti con le migliori intenzioni ma un giorno, quasi all’improvviso, ci accorgiamo che le cose a casa nostra non vanno come speravamo: i nostri figli sono scontenti, arrabbiati, disobbedienti, ingrati. Eppure noi abbiamo dato loro tutto quello che potevamo, abbiamo messo i figli al centro del nostro mondo, abbiamo fatto veramente di tutto perché ci volessero bene e fossero contenti! E forse il punto è proprio questo: pur di sentirci amati e di vederli felici, rinunciamo a insegnare loro che esistono anche regole e limiti da rispettare, che è indispensabile fare delle scelte tra tutte le cose che vorremmo, e che la nostra libertà finisce dove inizia quella di qualcun altro. E’ brutto, ingiusto, frustrante tutto ciò? Niente affatto: è il fondamento del vivere insieme, in famiglia come nella società.

Un “No” detto senza sensi di colpa, senza rabbia, senza incertezze: molto spesso è di questo che i nostri figli hanno bisogno da parte nostra! Certo, non possiamo aspettarci che ci ringrazieranno subito per questo, anzi; ma lo faranno diventando adulti responsabili, equilibrati e sicuri di sé.

Da ogni parte, poi, tutti ci raccomandano che ogni “no” va spiegato: verissimo, ma spiegare non significa negoziare. I confini devono essere fermi, chiari e coerenti.

Non cedere di fronte ai pianti, alle urla, alla rabbia sembra un’impresa degna delle fatiche di Ercole: ma se dopo una lacrima o un grido in più facciamo la concessione, cosa imparerà nostro figlio, se non che basta fare sempre più “rumore” per ottenere qualsiasi cosa?

Spesso all’origine dei cosiddetti “capricci” c’è un bisogno importante e profondo, che però non è quello di avere un giocattolo in più o di rientrare mezz’ora più tardi: è quello di capire da noi adulti dove si trova il limite.

Anche un muro, a pensarci bene, è un limite: non possiamo oltrepassarlo né vedere al di là di esso. Ma una casa senza muri sarebbe totalmente inutile e non darebbe nessun riparo, calore e intimità.

Tutte queste idee a volte, soprattutto nei momenti di scoraggiamento, possono sembrarci troppo difficili da mettere in pratica. Parlarne insieme con una psicologa può essere utile.

Ci troviamo intorno a questo tema giovedì 24 ottobre in corso Peschiera 148 alle ore 21. La serata è a cura della dott.ssa Elisabetta Ranghino, psicologa, ed è a ingresso libero. Vi aspetto numerosi!

Uno schiaffo di storia

Standard

Immagine

UNO SCHIAFFO DI STORIA

Questa l’esclamazione che mi è salita dal cuore quando sono arrivata in cima a una scala mobile dell’affollata metropolitana di Atene e sono sbucata ai piedi dell’Acropoli antica di 2500 anni.

Oggi la capitale del Paese europeo più duramente colpito dalla crisi mondiale è una grande casa rimasta a soqquadro dopo la fine della festa del progresso e del benessere che si è consumata in fretta ieri.

Intorno a noi si estende a perdita d’occhio una metropoli caotica dall’aria trascurata, come un anziano pescatore con la barba di qualche giorno. Alti palazzoni dall’aspetto decisamente prosaico e spesso fatiscente sorgono senza un apparente progetto che dia senso all’insieme, le automobili sfrecciano folli su strade arroventate e sconnesse, l’aria a tratti è appesantita da cattivi odori.

Negli enormi incroci, all’ombra dei muri coperti di graffiti, ai tavolini dei bar in equilibrio precario sui marciapiedi in pendenza, ovunque si respira un senso di perdita, di rassegnazione che si risolve in una sdegnosa sonnolenza.

Davanti al monumento del milite ignoto, nella stessa piazza Syntagma che ha visto le manifestazioni e gli scontri passati alla cronaca, a salvare l’orgoglio e le apparenze ci pensano due guardie nella tradizionale divisa con gonnellino e ponpon sulle scarpe: il rito del cambio della guardia si svolge lento, silenzioso e regolare come il respiro di un grande mostro addormentato davanti all’ilarità fuori luogo dei turisti.

Se posso essere sincera, niente dell’Atene di oggi lascerebbe pensare che ci troviamo in quello che un tempo è stato il centro luminoso del nostro mondo, la città dove sono nate le arti, la politica, la democrazia, la filosofia e il teatro come noi occidentali li conosciamo.

Cerco insieme ai miei compagni di viaggio l’ingresso dell’Acropoli mentre mi domando se le vere rovine siano gli ostinati resti di marmo aggrappati all’altura davanti a me, o non piuttosto le strade e gli edifici brulicanti di attività che mi circondano.

Conviene che chi vuole visitare l’Acropoli abbia ben chiara la cosa che più di ogni altra gli servirà mettere in valigia: tanta immaginazione.

Di molti antichi edifici non restano che le fondamenta.

Dell’Areopago, antico tribunale e luogo in cui San Paolo tenne uno dei suoi famosi discorsi, vediamo soltanto un cancello chiuso, un cartello che recita “open 10.30-14.30”, un suonatore ambulante che regala a tutti un sorriso svanito e cinque o sei gatti che sonnecchiano alle sue spalle sotto l’ombra di un ulivo.

La colossale statua bronzea di Atena Promachos, il capolavoro di Fidia, dobbiamo riscolpircela e ridipingercela da soli nella nostra testa come possiamo, senza che il Michelangelo dell’antica Grecia possa più venirci in aiuto.

Eppure su questa collina che sale ripida verso il cielo ogni pietra non smette di raccontarci una delle storie più belle della nostra civiltà. Come direbbe Italo Calvino, classico è ciò che non ha mai finito di dire ciò che ha da dire.

Mi metto in ascolto di cosa hanno da dire le gradinate e il palcoscenico che hanno visto la prima delle Trachinie e dell’Edipo Re di Sofocle, della Lisistrata e delle Nuvole di Aristofane. Le tragedie e le commedie di 2500 anni fa non sono solo uno sfizio di erudizione, né la giusta punizione per chi ha avuto la disgraziata idea di andare al liceo classico: sono le bisnonne dei nostri film preferiti. La struttura, lo svolgimento della storia, le caratteristiche dei personaggi principali fanno ancora da scheletro ai film di oggi.

La natura umana parla tante lingue ma ha sempre lo stesso identico bisogno di ascoltare la poesia più segreta del proprio cuore declamata a gran voce su un palcoscenico o su un grande schermo. Di esorcizzare con una risata liberatoria i propri problemi e i propri limiti. Di vedere tutte le proprie ombre riflesse sul viso o sulla maschera di un attore, che ne porta la croce per un paio d’ore, muore ma poi si rialza e torna sorridendo a ricevere gli applausi. In definitiva, il bisogno di sapere che farcela è possibile perché l’eroe ci è riuscito, e poco importa se il suo nome è Eracle o Batman.

Non a caso andare a teatro nell’antica Grecia era considerato non un lusso o una passatempo un po’ snob, ma un bene di prima necessità, ed esisteva un’apposita tassa che i più ricchi pagavano affinché anche i più poveri potessero accedere alle rappresentazioni.

A tal punto il teatro era, ancora più del cinema di oggi, il vocabolario, l’atlante e il manuale su cui un popolo intero leggeva e scriveva la propria storia e la propria visione della vita e della morte.

Ma ci troviamo soltanto all’inizio della nostra salita verso la cima dell’Acropoli: solo dopo essere saliti di molto, solo dopo aver espulso – ovviamente sotto forma di sudore – tutti i pensieri che ci legano ai limiti spaziotemporali della nostra vita quotidiana, arriviamo a un’ampia scalinata di marmo sormontata da un imponente portico colonnato. La testa gira per il bianco abbagliante della pietra, per la fatica e per la soggezione di fronte a quanto di più vicino all’eternità l’uomo è riuscito a realizzare.

Quelli che stiamo attraversando sono i propilei, un maestoso corridoio d’ingresso alla vetta sacra dell’Acropoli.

Giunti in cima, vediamo finalmente il padrone incontrastato di Atene: il Partenone.

Il suo precario stato di conservazione non è dovuto tanto al tempo, che scorre indifferente al di sopra del bene e del male, quanto all’uomo.

La stessa ambizione alla grandezza che ha permesso la sua costruzione ha alimentato la sua rovina: per via della sua posizione è sempre stato considerato un simbolo di potere dai numerosi dominatori stranieri che si sono susseguiti ad Atene, e per questo nei secoli è stato fatto teatro di guerra, razziato a fondo, parzialmente smantellato per recuperarne i materiali, pesantemente manomesso per trasformarlo in moschea, in chiesa e perfino in deposito per la polvere da sparo, episodio quest’ultimo che ha provocato al monumento una vera e propria esplosione di origine dolosa. Per ultimi sono arrivati i diplomatici inglesi, che senza frastuono né spargimenti di sangue hanno educatamente rubato e portato via gran parte delle decorazioni rimaste, e ancora oggi il governo britannico “non ritiene opportuno” fare in modo che siano restituite.

Sempre con l’immaginazione di prima, dobbiamo vedere il tempio bianchissimo, sfavillante come una gemma al sole, abbellito da quasi cento formelle scolpite, un fregio con scene festose che correva tutto intorno alle pareti esterne e due maestosi complessi scultorei incastonati nei frontoni triangolari, il tutto realizzato con la sovrintendenza di Fidia, e dipinto in ogni dettaglio a colori vivaci; l’ingresso nell’area centrale chiusa da pareti era permesso solo ai sacerdoti, ma niente può impedire agli occhi della nostra fantasia di entrare per sbirciare la perduta statua di Athena Parthenos, che era alta 12 metri e interamente ricoperta con avorio e oro.

L’aspetto del Partenone oggi è molto diverso: il marmo è pieno di crepe, giunture e riempimenti realizzati dai restauratori; degli elementi decorativi non restano che pochi frammenti sostituiti da copie per proteggere gli originali; il tetto manca completamente; la maggior parte della pietra che componeva il tempio giace sparpagliata nell’area circostante, mentre l’interno è ingombro di materiali per il restauro e metà dell’esterno è coperta di impalcature; ovviamente tutte le aggiunte estranee all’opera originale, come il minareto della moschea e l’abside della chiesa, sono state eliminate, ma niente può sostituire le parti distrutte nel corso dei rimaneggiamenti.

Eppure anche così spoglio e monco il Partenone rende ancora benissimo l’idea di perfezione, armonia ed equilibrio derivante dalle sue perfette proporzioni che hanno qualcosa di quasi magico. Paradossalmente, sono state ottenute anche grazie all’uso di correzioni ottiche, come leggere curvature del basamento e delle colonne, che in prospettiva danno l’illusione di una totale simmetria e linearità.

Nonostante le apparenze il Partenone non mi fa pensare a un edificio in rovina, né a un qualcosa che abbia perso la sua bellezza. Sarà un effetto dovuto ai ponteggi e alla gru, ma a me l’antico tempio di Atena sembra piuttosto in costruzione: la sua perfezione ancora racchiusa in un progetto, in un’idea, la sua bellezza ancora tutta da scoprire.

Il governo Greco, anche prostrato dalla crisi, sta portando avanti un’imponente opera di restauro.

Si racconta poi che durante l’ultima guerra tra Turchi e Greci questi ultimi hanno offerto rifornimenti di munizioni agli avversari, purché smettessero di demolire le colonne del Partenone per estrarne il metallo.

Oggi non si tratta solo di ricostruire un edificio simbolo di un antico splendore, ma di costruire su di esso una nuova storia di resistenza, di rinascita, di rispetto per le pagine migliori del nostro passato. Il Partenone, come tutto ciò che è classico, ha ancora molto da dire.

Sulla vetta dell’Acropoli c’è un vento che ti porta via e ti riporta alla realtà: quasi improvvisamente ci rendiamo conto che si è fatto così tardi che tra poco i cancelli chiuderanno.

Riscendiamo in fretta la collina e ci ritroviamo in un vivace mercato turistico: gioielli fatti a mano, treccine di filo colorato, souvenir graziosi, pacchiani e pacchianissimi, pannocchie di mais arrostite, abiti sgargianti su manichini dal sorriso caricaturale, giocattoli e tatuaggi provvisori ci ricordano che il tempo e lo spazio esistono ancora, e che noi non siamo pietre millenarie.

La serata si conclude piacevolmente con una cena in un delizioso ristorante dall’aria molto bohémien, con tanto di vista del tramonto su un antico tempio.

Mentre mi godo il mio piatto e il gioco delle luci colorate che subentrano a quella naturale, penso a come gli antichi Greci credevano che dopo la morte ci fosse per tutti solo un aldilà cupo, vuoto e triste: il senso della vita era tutto nella sua effimera bellezza.

In questo momento non posso fare a meno di pensare che nonostante i capricci della storia, nonostante i problemi del nostro tempo, nonostante i nostri limiti e le nostre bassezze, la bellezza non è effimera ma eterna, fa parte di noi da sempre e per sempre.

Piazza dei miracoli

Standard

Sono le 8 e mezza del mattino e Piazza dei Miracoli sonnecchia ancora, approfittando della momentanea, relativa frescura che precede l’afa di questi primi giorni di agosto.

Per adesso la folla non è ancora arrivata, e uno dei luoghi più visitati del mondo sembra quasi reale, normale, quotidiano, come solo in Italia la bellezza, l’arte e la storia sanno essere.

Piazzadeimiracoli

Io e mio marito ci dirigiamo allegramente verso la biglietteria, dove però facciamo una sorprendente scoperta: il biglietto per la torre costa ben 18 euro. Per quanto emozionante possa essere la salita, decidiamo senza alcuna esitazione di ripiegare sull’adiacente Museo dell’Opera del Duomo.

Lasciamo quindi l’incombenza della scalata ad americani, giapponesi e altri stranieri su cui la torre pendente sembra esercitare un’attrattiva al limite del culto, e paghiamo soltanto 5 euro per renderci conto che non avremmo potuto fare scelta più felice.

Non so voi, ma ogni volta che visito una cattedrale, da sempre la cosa che mi colpisce di più tra le tante meraviglie è quello che si può a mala pena intravedere. Capitelli, fregi di pietra, vetrate e dipinti collocati troppo in alto perché si possano cogliere i dettagli, eppure realizzati con la stessa cura, fantasia e finezza delle opere più in vista. Ed è proprio questo che si trova nel museo: versioni originali di sculture, dipinti e e parti architettoniche provenienti dal Duomo e dal Battistero, che nel tempo sono state rimosse ed eventualmente sostituite con delle copie, e si trovano qui protette dalle bocche avide del tempo.

Guglie e pinnacoli che un tempo svettavano verso il Cielo dai tetti, sottili geometrie a perdita d’occhio, musi di animali, fiori, parole e persone che affollano la pietra resa viva da chi l’ha scolpita: tutto è collocato finalmente all’altezza dei miei occhi.

Ci sono inoltre paramenti e altri oggetti usati per le funzioni religiose, enormi libri di canti sacri miniati in colori brillanti, sontuosi servizi di piatti appartenuti a vescovi e cardinali, testi sacri illustrati a uso della popolazione dell’epoca tenuta nell’ignoranza a vantaggio di pochi, stoffe istoriate usate per decorare la cattedrale nei giorni di festa, reliquiari, crocifissi e altre opere, tutte decorate con una ricchezza di materiali preziosi, una cura del dettaglio e una bellezza dei particolari che lascia senza fiato.

Tutto è corredato da spiegazioni scritte sulla storia di Pisa, su come l’arte ne segue necessariamente le vicissitudini, sul significato delle opere e su alcune interessanti curiosità.

Mi ritrovo così a fantasticare sulla centinaia di mani sconosciute che hanno lavorato a questa complessa meraviglia, su persone vissute quasi mille anni prima di me e di cui non si conosceranno mai i nomi, che non saranno mai ricordati come i geni che hanno fatto la storia dell’arte, ma senza i quali l’arte non sarebbe degna di essere studiata.

Chi erano? Da dove venivano? Amavano il loro lavoro? Erano consapevoli dell’importanza di ciò che facevano, e che dopo dieci secoli milioni di persone si sarebbero ancora interessate ai frutti della loro fatica?

Almeno alla seconda domanda la pietra, il tessuto e gli smalti rispondono per loro: non venivano solo dalla Toscana, né solo dall’Italia, ma da tutto il Mediterraneo, l’enorme gonna azzurra di una danzatrice di strada che girando su se stessa al ritmo della Storia fa apparire mescolati fra loro i colori delle diverse coste che formano l’orlo del suo vestito.

Maestri turchi e bizantini, scultori e miniatori nordafricani, commercianti arabi hanno reso l’Italia ciò che è stata nei momenti più felici della sua storia.

Ce lo racconta la zanna di elefante in cui è intagliata una splendida Madonna, i motivi floreali che decorano con la stessa fantasia gli antichi paramenti per i sacerdoti e i caffetani dei sultani, gli intarsi su reliquiari e calici da Comunione che mi ricordano da vicino i tesori visti nel Palazzo del Topkapi, e perfino scritte in Arabo che completano le eleganti cesellature nel marmo bianco della cattedrale.

Passando poi al Duomo vero e proprio, constatiamo che l’enorme e unico mosaico di Cimabue che riempie l’abside di luce dorata potrebbe essere tranquillamente scambiato con i capolavori bizantini che resistono al tempo e ai millenari capricci del potere in Santa Sofia o in San Salvatore a Istanbul.

Come dire che l’arte che in tutto il mondo i turisti ci ammirano e le agenzie viaggi ci invidiano non sarebbe la stessa, se almeno in passato non avessimo saputo dare fiducia e valore alle feconde influenze degli altri popoli e delle altre culture.

Mi si può obiettare che la realizzazione dei capolavori di Piazza dei Miracoli è stata finanziata proprio attraverso razzie ai danni delle città musulmane dell’epoca, perpetrate nel corso di una serie di guerre vilmente giustificate strumentalizzando la religione cristiana. Non è proprio questo che si intende quando si dice “dare valore a un’altra civiltà”. E’ vero, in fondo i talebani non hanno inventato niente di nuovo e l’Italia del passato non ha primeggiato solo in cose belle e meritevoli.

Tutto cambia affinché nulla cambi: mille anni fa l’Occidente nutriva la propria opulenza succhiando il sangue delle altre civiltà e lo stesso fa oggi, ha solo inventato metodi più sottili e avanzati. Non più crociate, commercio di schiavi e guerre di conquista, ma sfruttamento del lavoro e delle risorse naturali, connivenze di comodo con i più crudeli regimi dittatoriali, mercato della droga, dei diamanti e delle armi, altre guerre ammantate con altre presunte giuste cause.

Dell’Occidente di mille anni fa, però, resta Piazza dei Miracoli. Quali meraviglie ammireranno i turisti del 3013 quando verranno in Italia per sapere cosa resta di me, di te e del nostro tempo? Ho paura a darmi una risposta.

Per adesso, guardando verso il limitare della piazza dal sagrato del duomo si vedono due file parallele di stranieri, ognuna delle due lunga quanto tutta la piazza stessa.

L’una è composta da americani, inglesi, russi, coreani, giapponesi e nordeuropei, in piedi nelle più svariate e sgraziate posizioni sulle colonnine che delimitano il prato, ognuno di loro circondato da amici e parenti festanti per quella che è quasi una cerimonia pagana dei nostri tempi: la foto “originale” nell’atto di sorreggere o spingere la torre di Pisa.

L’altra quasi non si vede: sono i venditori indiani, bengalesi, africani e cinesi delle bancarelle di souvenir allineate contro il muro dell’antico palazzo antistante. Nonostante la loro merce attiri più gente dei monumenti che raffigura, sono soli di una solitudine che fa venire le vertigini più della salita alla torre, per una brusca svolta della vita spesso tutt’altro che desiderata.

L’Italia accoglie queste due file di stranieri con due pesi e due misure, senza accorgersi che dipende da entrambe.

L’altro ci guarda dal vetro dello specchio, il lontano siede alla nostra tavola, lo sconosciuto non è mai stato davvero tale, il diverso ci parla di noi stessi con parole differenti, l’immigrato è il nostro bisnonno contadino e il nostro figlio neolaureato sotto un effimero travestimento.

Tutto questo fa parte di noi, tutto questo in fondo è l’Italia.

 

Segui il sentiero dorato

Standard

E’ una bella domenica di primavera.

Poco dopo esserci lasciati alle spalle Torino, veniamo avvolti nell’abbraccio delle dolci colline delle Langhe, lungo una strada tutta curve che mostra continuamente nuovi scorci.

Qui la vite è veramente il centro e la fonte della vita, in senso economico e culturale.

Le vigne occupano la maggior parte del terreno e sono ovunque.

In questa stagione le piante sono ancora piccole, e si vedono ancora brillare al sole i lucidi fili che sosterranno la loro crescita in ordinati filari. All’estremità di ogni filare, come vuole la tradizione, c’è un cespuglio di rose: la ragione molto poco poetica di questo è che la rosa è molto sensibile alle malattie e ai parassiti, serve quindi da campanello d’allarme per notarli e debellarli sul nascere prima che rovinino le viti; tuttavia, la loro colorata fioritura dona bellezza e leggerezza al paesaggio, e mi piace pensare, consolazione dalla fatica ai contadini di oggi e di ieri.

Alle vigne si alternano noccioleti che vibrano nel vento leggero. Nei campi incolti e in quelli coltivati, nei prati aperti e sullo stretto ciglio della strada, ogni zolla di terra splende dei mille papaveri rossi cantati dal grande De André.

Le spighe di grano ancora verdi sono mosse all’unisono dal vento in una continua ola: certamente tifano tutte per il coraggioso sole quasi estivo che oggi ha sfidato questa primavera decisamente sotto tono.

Sulle cime delle colline sono posati, come fiori di zucchero su torte gigantesche, piccoli paesini che sembrano usciti da un libro di fiabe senza tempo. Uno o due campanili sulla sommità, tetti scoscesi, muri di pietre antiche, poche stradine ripide e tanto senso di comunità, come ci raccontano le verdure coltivate in piccoli orti senza nessun tipo di recinzione.

Dentro ai paesi, ogni giardino è un’esplosione di colori e profumi anche in una stagione anormale come questa: o tutti gli abitanti di questi paesi sono dotati di un pollice verde fuori dal comune, o questa terra è particolarmente generosa e benevola con chi si prende cura di lei. Cascate di rose e iris di ogni sfumatura sovraccaricano i loro steli, inebriano lo sguardo e avvolgono i paesini in un’atmosfera quasi irreale.

Percorriamo la via non a caso detta Strada Romantica, facendo tappa a Neive, annoverato tra i Borghi più belli d’Italia; a Barbaresco, con la sua imponente torre; a Treiso, a Benevello, a Sinio e infine a Grinzane, dove un giovane Camillo Benso fu mandato in “esilio” dal padre a curare le vigne di famiglia nel tentativo, fortunatamente per nulla riuscito, di allontanarlo dalle idee rivoluzionarie che circolavano a Torino. Qui, il viale d’accesso al castello è decorato di bandiere tricolori ognuna con il ritratto e la biografia di un eroe risorgimentale, per ricordarci che l’Italia da cui adesso la gente scappa, data per scontata come l’anziana consorte di una vita, anche lei da giovane è stata un miraggio, un sogno d’amore per tanti uomini e ragazzi che hanno combattuto per conquistarla. Goffredo Mameli ad esempio, è morto per questo a 22 anni, ma ha fatto in tempo a scriverle la serenata di cui noi oggi ci ricordiamo per sommi capi giusto in occasione delle partite di calcio.

Nel nostro itinerario lungo la Strada Romantica, non è tanto la meta ad essere importante, ma ogni momento del viaggio. Scopriamo così che le Langhe hanno due facce, entrambe incredibilmente seducenti.

La prima ha nello sguardo lo scintillio scuro del Barolo chinato che sorseggiamo in un elegante vineria di Treiso: è il turismo di élite degli ammiratori dei vini pregiati e dei tartufi.

Sugli antichi muri di Barbaresco fioriscono insegne di lussuosi ristoranti, raffinate vinerie e prestigiose cantine. Nel castello di Grinzane, invece, ha sede l’asta mondiale del tartufo. Nei dehors e nei giardini pubblici si sentono le lingue più diverse: americani, nordeuropei, e asiatici vengono a godersi tutte queste prelibatezze facendo fluire qui la loro ricchezza. Questi borghi sono forse più valorizzati e apprezzati dagli stranieri che non da noi.

La seconda faccia delle Langhe è abbronzata e rugosa come quella degli anziani uomini che giocano a carte in quello che è forse l’unico bar di Sinio, situato nella stessa piazzetta su cui affacciano la scuola elementare del paese e una sedicente “tabaccheria”, che però ricorda più un supermercato in versione tascabile.

Il cuore di queste persone batte ancora al ritmo lentissimo e millenario delle vendemmie, e ciò sembra giovare molto: leggendo le epigrafi si ha l’impressione che quasi nessuno abbia la minima intenzione di lasciare queste colline meravigliose prima dei 90 anni, e ogni necrologio racchiude una vita in poche parole di tenerezza: “Dopo una vita umile e laboriosa, circondata dall’affetto dei suoi cari è mancata…” “Con la stessa semplicità con cui visse, cristianamente ci ha lasciati…”

La seconda faccia delle Langhe ha anche l’espressione solenne, a un tempo seria e serena delle icone sacre nella chiesa ortodossa di Neive: la sua ragione di esistere è la nutrita comunità est-europea, in particolare macedone, che si è stabilita qui negli ultimi decenni e si è integrata con naturalezza in questo tessuto sociale. Sono mani venute da lontano a colmare la nostra diserzione.

Con ogni probabilità, senza questi immigrati sarebbe molto meno fiorente la produzione del vino che è il cuore economico e culturale di queste zone.

E così, entrambe le anime delle Langhe, in modi diversi, vivono in buona parte grazie agli stranieri, che siano qui per bere o per produrre il buon vino, in ogni caso capaci e disposti ad apprezzare ciò che noi sottovalutiamo.

Se la Strada Romantica fosse il sentiero dorato della famosa fiaba “Il mago di Oz”, adesso vorrei che a tutti noi, come a Dorothy, bastasse battere tre volte i tacchi di un paio di sfavillanti scarpette rosse per capire che “nessun posto è bello come casa nostra”.