7 – LEZIONI DI ALLEGRIA… E DI ORGOGLIO

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Una delle cose dell’Africa che ci resterà di più nel cuore sarà sicuramente la forte spiritualità di questa gente.

Avevamo già sentito parlare delle messe africane, ma non c’è racconto che renda giustizia a ciò che sono.

Avevamo sentito dire che durano due ore ed è vero, ma la cosa sorprendente è come queste due ore non conoscano noia o impazienza, nemmeno quando la messa è celebrata in una lingua di cui non capiamo una parola! Com’è possibile questo? E’ semplice.

La messa domenicale è un giorno speciale vissuto davvero come tale. Sentita da tutti con un appuntamento importantissimo, è un trionfo di gioia e di voglia di stare insieme.

Adulti, giovani, anziani e bambini indossano i loro vestiti migliori e gran parte di loro arriva in chiesa molto prima dell’inizio della funzione.

La messa si apre con una piccola processione che accompagna il prete e i chierichetti dal fondo della chiesa all’altare: come avviene anche qui, direte voi. Non proprio, a meno che non abbiate visto in Italia una trentina di persone avanzare lungo una navata come un corpo solo a vivaci passi di danza e cantando, tra gli allegri sproloqui dei tamburi e il battimani di tutti i presenti.

La processione danzante si ripete al momento della prima lettura, quando la Bibbia viene tolta dal leggìo e lì viene subito riportata con solennità, e una terza volta al termine dell’offertorio, per portare all’altare quanto i fedeli hanno donato per il sostentamento della missione: denaro, ma anche uova, verdure dell’orto e perfino polli vivi.

Anche la preghiera dei fedeli si svolge con una spontaneità che la nostra fede da secoli istituzionalizzata e talvolta banalizzata ha perso: chi lo desidera sale all’altare e a turno si esprime, e l’elenco delle intenzioni da dire è scritto solo sul suo cuore.

La celebrazione si chiude con una coreografia cantata ancora più elaborata delle precedenti, eseguita davanti all’altare e coronata da un meritato applauso.

Il ballo fa così profondamente parte della cultura di questo popolo che sarebbe impensabile fare qualcosa di così importante come una messa senza di esso.

Il momento finale che da noi è riservato solo al prete per comunicazioni e annunci di interesse parrocchiale, qui è aperto a chiunque abbia qualcosa da raccontare o proporre alla comunità: un nuovo progetto per finanziare borse di studio, una raccolta fondi per costruire una chiesa dove i fedeli si riuniscono sotto gli alberi, aggiornamenti sull’andamento di un progetto di sviluppo. A volte capita che questo momento duri quasi quanto il resto della messa!

E non si creda che tutto questo fervore si esaurisca solo al momento della celebrazione eucaristica,: a differenza di molti di noi, qui nessuno uscendo dalla chiesa lascia e dimentica Cristo appeso alla sua croce dipinta, quasi fosse un ombrello reso inutile da una temporanea schiarita. Qui ognuno fa la sua parte nella fatica di tirarlo giù, lo porta a casa con sé e lo fa risorgere tutti i giorni.

Dio è presente con estrema naturalezza non solo nelle preghiere, ma in ogni momento e aspetto della quotidianità. Nei discorsi, nei saluti, nei pensieri, perfino negli slogan dipinti a lettere fiammeggianti sulle testate dei camion e dei pullman: Dio qui non è mai lasciato in un angolo, è sempre parte integrante di tutto e fondamento di tutto.

Qui nessuno si vergogna di credere in Dio! Che faccia farebbero queste persone se sapessero che per noi è diventato quasi un segno di debolezza, di ignoranza, qualcosa di vecchio, un soprammobile antiquato che non si adatta più alle nostre case moderne ed efficienti.

Salvo poi tornare di moda quando succede qualcosa di doloroso e inspiegabile, allora gridiamo: “se Dio esiste, come ha potuto permettere questo?”. Ma ieri l’abbiamo rifiutato, l’abbiamo dimenticato in un cassetto e lui ha rispettato la nostra decisione perché ci ha creati liberi.

Il ragno costruì una ragnatela enorme, così perfetta, così bella che non si stancava di ammirarla, soprattutto quando le gocce di rugiada la facevano sembrare coperta di effimere perle che sparivano dopo pochi minuti. Ma c’era un filo che rompeva quell’armonia creata da lui e solo da lui, un lungo filo che andava dritto verso l’alto e stonava tra le geometrie oblique del suo lavoro. Il ragno decise di tagliarlo, senza ricordarsi che quello era il filo da cui era sceso all’inizio della sua vita e dal quale aveva iniziato la sua costruzione. Si rese conto che quel filo sorreggeva tutto il resto solo dopo averlo reciso, mentre la sua casa si accartocciava sopra di lui e lo imprigionava come una mosca.

 

A parte

Alla missione di Mujwa, oltre ai missionari, vive stabilmente da decenni anche Daniele.

Si è costruito una casetta affacciata sul cortile principale della missione, tra la casa dei padri e gli uffici della parrocchia e della scuola, dove vive in compagnia di due cani.

I locali lo chiamano Makelele, ovvero “Chiassoso”: infatti è costretto a parlare sempre a voce molto alta per la sua parziale sordità, causata dal continuo uso dei farmaci antimalarici.

Ma non è questo il momento di dilungarmi sull’indubbia utilità di farmaci che, oltre a provocare raramente danni gravi e permanenti, danno comunemente effetti indesiderati identici ai sintomi della malattia stessa.

Apparentemente schivo e burbero, Daniele ci accoglie facendoci trovare a tavola un’ottima pizza la sera del nostro arrivo, ma ci racconta la propria storia solo molti giorni dopo.

E’ fratello di un missionario, ma lui non ha pronunciato alcun voto, e in un certo senso proprio questo dà ancora più valore a ciò che fa giorno dopo giorno.

Era un benestante imprenditore veneto e presidente di una squadra sportiva, ma ha lasciato tutto per la missione.

Gestisce una falegnameria a Mujwa, dando lavoro anche a una decina di operai.

Con le proprie sostanze e i proventi di una onlus da lui fondata in Italia, ha guidato la costruzione nei dintorni di ben tre scuole e un orfanotrofio.

E’ quest’ultima la “casa” che occupa, insieme alla falegnameria, gran parte del suo tempo e dei suoi pensieri, e insieme a lui andiamo a visitarla.

L’orfanotrofio di S. Patrick si trova a meno di un chilometro dalla sede della parrocchia, e ogni giorno alcuni dei ragazzi più grandi vengono ad attingere acqua potabile dalla sorgente che si trova proprio nel terreno della missione. E’ un lavoro pesante, ma presto un tubo porterà l’acqua potabile direttamente là. Sì, perché la costruzione dell’orfanotrofio è in continua evoluzione e non è mai compiuta una volta per tutte, proprio come dovrebbe essere quella della nostra persona.

Vivono qui circa cinquanta bambini, ognuno con una storia diversa ma tutti con storie simili: una malattia, spesso l’aids, ha portato via i loro genitori, oppure la loro mamma nonostante gli sforzi non ce l’ha proprio fatta a crescerli da sola.

Quello delle madri single è un problema sociale forte in Kenya, dove il rispetto per le donne e i doveri dell’uomo in una relazione di coppia non fanno parte dei valori tradizionali, ma si stanno faticosamente affermando non solo grazie all’evangelizzazione, ma anche ad un cambiamento generale della cultura e del senso comune non molto diverso da quello che è avvenuto in Italia più o meno l’altro ieri.

E’ una madre single anche Scolastica, la direttrice dell’orfanotrofio, che ha preferito crescere la sua bambina qui piuttosto che a casa di un marito che le dava più preoccupazioni e incombenze della piccola.

A parte lei e il cuoco Pius, che è cresciuto qui fino a diventare adulto, non c’è altro personale residente e per questo motivo purtroppo l’orfanotrofio non può ospitare bambini più piccoli di due o tre anni.

Crescendo, normalmente i ragazzi restano qui fino alla maggiore età, momento in cui fortunatamente, grazie alle leggi della nuova costituzione approvata pochi anni fa, quasi tutti riescono ad entrare in possesso del terreno di famiglia che spetta loro e a intraprendere dignitosamente una vita autonoma.

La più piccola si chiama Rossella, e guardandola mi sembra incredibile che l’animale più feroce e pericoloso di tutti, che siamo noi, possa mettere al mondo cuccioli così belli. Chissà cosa un giorno riaffiorerà dal suo passato ad affaticare il suo sorriso a fossette assolutamente contagioso. Per adesso però ride e sgambetta, vezzeggiata da tutti.

Daniele parla con tutti i locali un inglese approssimativo punteggiato da esclamazioni venete, ma non c’è lingua al mondo che non sia insignificante in confronto all’alfabeto universale della tenerezza e dell’affetto: è questa la vera lingua con cui comunica con tutti i “suoi” bambini.

E’ sabato, giorno di ferie dalla scuola e soprattutto giorno di bucato: in questa grandissima famiglia, ognuno fa la sua parte.

Sulle siepi e sui prati che decorano il cortile davanti alla costruzione principale sono stese in bell’ordine divise scolastiche di tre o quattro scuole diverse: tutti i bambini frequentano uno degli istituti dei dintorni.

C’è chi stende e chi spazza, c’è chi impasta piadine e chi le cuoce, mentre tre ragazzine sugli undici anni sbucciano una cesta di patate cantando una filastrocca molto popolare che abbiamo già sentito alla scuola.

Sono i ragazzi più grandi a occuparsi quasi completamente dei bambini più piccoli: fanno il bucato per sé e per loro, li aiutano a lavarsi, collaborano tutti insieme per le faccende domestiche e si comportano come tanti fratelli maggiori. I piccoli, dal canto loro, imparano gradualmente ma velocemente a rendersi autonomi e a dare il loro contributo.

I più grandi, che frequentano le ultime classi della scuola primaria (ovvero le nostre medie) oppure l’hanno già completata, si occupano anche degli orti e degli animali con cui si sostenta la famiglia di S. Patrick stessa.

Se tutto ciò può sembrare crudele, va compreso considerando il contesto in cui avviene, come ci spiega Daniele. Questi bambini non sono in lista per l’adozione, la loro vita è e sarà sempre qui a Mujwa, dove la vita funziona secondo logiche diverse dalle nostre, ma delle quali forse i nostri nonni ricordano qualcosa. Sarebbe irrealistico, oltre che dannoso per loro stessi, crescerli in un ambiente troppo ovattato senza che imparino gli stessi lavori che tutti i loro coetanei in famiglia imparano.

Tutto questo non significa che S. Patrick, a poche centinaia di metri dalla scuola di S.Eugenia edificata interamente da benefattori italiani, sia lasciato senza aiuto.

Anzi, le persone che dall’Italia hanno a cuore le sorti di questi bambini sono così tante che Daniele sta arredando, ovviamente con la propria falegnameria, un piccolo appartamento adatto alla permanenza di una famiglia anche con bambini piccoli che venisse a visitare la zona. Per inciso, il mantenimento di uno di questi bambini non costa che ottanta centesimi di euro al giorno.

Lasciamo S. Patrick con il sentimento di una scoperta dolce e piacevole. Daniele, Scolastica, Pius, i bambini: tante persone che non avevano una famiglia si sono trovate fra loro e ne hanno formata una. Tante altre forse saranno più normali e più agiate, ma questa ci ha insegnato qualcosa in più su cosa siano l’amore e la dedizione.

6 – LEZIONI DI FAMIGLIA

5 – LEZIONI DI FUTURO

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Durante la nostra permanenza a Mujwa, passiamo molto tempo alla scuola primaria in compagnia di professori e allievi.

Il sistema scolastico keniano, diffuso fino alle campagne più sperdute, prevede tre anni di scuola materna, 8 anni di scuola primaria con un importante esame finale e 4 anni di scuola secondaria. Le università per ora si trovano solo nelle grandi città.

La scuola della missione è privata, si chiama S.Eugenia, comprende materna e primaria e, come la maggioranza delle scuole qui, dà la possibilità agli studenti di risiedere a partire dalla quarta primaria.

Se questo a noi può sembrare eccessivo e inutile per dei bambini di nove anni, dobbiamo però tenere conto del fatto che la realtà locale è differente dalla nostra.

Molto banalmente, risiedere a scuola libera i bambini dalla necessità di percorrere chilometri di strade di polvere ogni giorno, spesso da soli o accompagnati soltanto da altri bambini fin dalla più tenera età; assicura loro tre pasti al giorno, cosa purtroppo non scontata, e la possibilità di vivere in un edificio in muratura fornito di acqua corrente, servizi al chiuso e elettricità, tutte cose che qui sono quasi “lussi” per pochi.

Ma il punto centrale è un altro: la cultura keniana ha una concezione molto diversa dalla nostra riguardo ai bambini, e la presenza di una media di cinque figli per coppia è sia causa che effetto di questo.

Avere figli è certo vista come la più grande gioia della vita, ma al contempo come un evento molto più naturale e forse un po’ meno ansiogeno rispetto alla società italiana, dove al desiderio di dare al bambino tutto il possibile sia in senso materiale che affettivo, troppo spesso fa da rovescio della medaglia un presunto dovere di tenerlo sotto una campana di vetro, risparmiargli ogni fatica, ogni responsabilità, ogni minima frustrazione.

Purtroppo la realtà italiana ci dimostra che un bambino viziato non si trasforma nell’adulto felice che i genitori immaginano con tutte le loro buone intenzioni, ma in un giovane impreparato a prendere il largo nel mare della vita: sfortunatamente di questi tempi il nostro è in tempesta, le difficoltà si fanno più forti ed ecco che sempre meno coppie si sposano, sempre meno bambini nascono e sempre più gente vive con i genitori fino alle soglie degli enta e degli anta.

In Kenya la situazione è completamente ribaltata: i bambini vengono maggiormente responsabilizzati in molti sensi, nella cura autonoma di sé, in piccoli lavori domestici e nel profitto scolastico. Questo non significa che i bambini subiscano vere e proprie forme di sfruttamento lavorativo, pressoché scomparso con l’ottima diffusione capillare della scuola, e nemmeno che non abbiano il giusto tempo per giocare, ridere e stare insieme: due, tre, quattro ore al giorno tolte alla televisione fanno miracoli.

E così gli studenti residenti a S.Eugenia lavano il proprio piatto dopo ogni pasto e i propri vestiti ogni sabato, e conducono una vita quotidiana dove i giorni sono scanditi con ritmi di studio, attività, svago e sonno piuttosto impegnativi, mentre due insegnanti alla volta secondo turni settimanali restano completamente a loro disposizione e vigilano sulla loro sicurezza 24 ore al giorno.

Gli insegnanti sono tutti locali e tutti molto giovani.

S. Eugenia è la sesta scuola migliore della provincia, su più di cento istituti pubblici e privati.

Nelle scuole del periodo coloniale, a 4 anni iniziali dedicati esclusivamente alle basi della letto-scrittura e dell’aritmetica seguivano corsi professionali volti a formare buoni schiavi, pardon, lavoratori, e gli africani erano ritenuti dai bianchi assolutamente incapaci di accedere agli studi superiori e alle materie astratte.

Nella giovane nazione che è ora il Kenya, indipendente da meno di 50 anni, le cose non potrebbero essere più diverse: per molti aspetti la scuola che abbiamo visto noi è molto migliore di quella italiana! Due sono i termini di paragone che ci hanno fatti vergognare di più: lo studio delle lingue e l’educazione civica.

Chi di noi alle elementari ha avuto un libro di educazione civica che avesse perso l’odore di carta intonsa scagli la prima pietra. L’educazione civica, la storia recente e contemporanea e le scienze sociali nella nostra istruzione di base sono buchi ben più grossi e molto più imbarazzanti di quelli che la maggior parte di questi studenti ha sulla divisa: i risultati nella società attuale non potrebbero essere più evidenti.

A S.Eugenia vengono dedicate con estrema serietà molte ore di insegnamento alla politica, alle vicende e alle personalità storiche dell’ultimo secolo, alle caratteristiche del Kenya e alle sue potenzialità, all’importanza della salvaguardia del patrimonio naturale e degli animali, ai vantaggi e ai problemi legati al turismo, ma anche a valori e ideali umani e sociali insegnati sì con il linguaggio della religione, ma di una religione tutt’altro che fine a se stessa.

Ogni bambino keniano, poi, cresce almeno trilingue: prima c’è la lingua madre, quella della tribù dei Meru; a partire dalla materna il Kiswahili, parlato in tutta l’Africa orientale e agevole per la sua somiglianza con il Kimeru; dalla seconda elementare in classe si parla solo inglese, competenza molto vantaggiosa nell’attuale mondo globalizzato che funge da magra consolazione in confronto alle aberrazioni dell’epoca coloniale.

Ci viene proposto di aiutare i ragazzini di ottava, ovvero di terza media, nel ripasso generale in vista dell’esame finale che nella cultura keniana decreta l’ingresso nell’età adulta. Entusiasti, ci mettiamo all’opera con matematica, scienze e inglese, salvo scoprire che questi tredicenni l’inglese lo sanno meglio di noi e sono tutti molto ben preparati.

L’unico esercizio da cui trarrebbero molto beneficio è la composizione scritta, la prova più difficile dell’esame di inglese. Propongo allora alla classe di scrivere un breve tema su un argomento che sia di loro interesse, e prima di dare inizio alla stesura chiedo di condividere ad alta voce l’argomento scelto. Mi aspetto di sentir nominare sport, attività, generi musicali e simili, ma vengo spiazzata dall’estrema risolutezza e serietà con cui un ragazzino risponde: la giustizia sommaria.

Titus è magro e minuto, con occhi grandi e vispi perennemente intenti a saziarsi dello spettacolo del mondo e della conoscenza. Siede sempre in prima fila e fare domande non lo imbarazza, sembra anzi una delle sue attività preferite, nonostante se la cavi piuttosto bene anche con le risposte.

Nel racconto che quindici minuti più tardi leggerà alla classe, un ladro viene pestato da una folla inferocita che se ne va solo quando crede di averlo ucciso, fortunatamente a torto, e il pronto arrivo della polizia gli salva la vita.

Più tardi manifesto la mia sorpresa a padre Enrique, che era con me in classe: così lui mi racconta che l’anno scorso il padre di Titus era stato sospettato di aver ucciso un uomo, e prima che la giustizia, o ciò che ogni nazione ha di più simile ad essa, potesse anche solo iniziare il suo corso, è stato assassinato a sua volta in circostanze misteriose.

Per proteggere le più innocenti tra le vittime di questa vicenda, ma anche per mandare alla comunità un forte messaggio di pacificazione, da allora la missione mantiene agli studi a S. Eugenia sia Titus che il figlio del primo uomo ucciso.

In un presente dove situazioni simili si trovano dietro a ogni uscio, è possibile immaginare un futuro migliore per il Kenya?

Se la risposta è sì, questo lo si deve solo e soltanto ai bambini, che sono poi la metà dell’intera popolazione del Paese.

Il giorno dopo, mentre lasciamo l’aula al termine delle lezioni, Titus mi si avvicina e mi chiede con un sorriso timido che mestiere facciamo io e Alessio. Dopo avergli risposto, gli chiedo dei suoi piani per il futuro dopo la scuola primaria. Mi dice che vuole diventare un prete. Lo dice con sicurezza e senza esitazione, ma parlando sottovoce, come se mi stesse mostrando un oggetto prezioso e antico che va maneggiato con delicatezza e attenzione.

Nella nostra Italia, vecchia in tutti i sensi, nel bene e nel male, è difficile rendersi conto di quanto la scuola sia importante in Kenya, per valorizzare l’enorme forza di questa nazione e costruire un cambiamento gestito in prima persona dalla popolazione.

E’ quindi essenziale aiutare le famiglie a sostenere il costo di un’istruzione di eccellenza, che se nel contesto dell’economia locale è altissimo, in Italia è più che sostenibile perfino nel bilancio di una giovane coppia che pur essendo mezza disoccupata, da queste lezioni di futuro ha imparato a guardarsi avanti con un po’ di ottimismo in più, ma anche, perché no, con un po’ di sana autocritica.

A parte

E’ mattina e usciamo insieme a Padre Gumersindo per andare, insieme ad un catechista della zona, a visitare alcuni anziani infermi e a portare loro la Comunione.

In Kenya non esiste ancora un sistema pensionistico comune a tutti i lavoratori: a quanto ho capito, solo i dipendenti statali e chi si affida a un istituto di previdenza privato può provvedere in modo sistematico alla propria vecchiaia.

Perciò, soprattutto in questa campagna, chi può va a lavorare nei campi anche da anziano, e ne abbiamo visti molti.

In un Paese dove solo il 7% della popolazione supera i 65 anni, però, invecchiare non è solo questione di rughe: a causa delle cattive condizioni generali di vita è molto più facile che in Europa perdere la vista, la capacità di camminare o soffrire di qualche altro grave male.

Troviamo la signora Magdalen seduta per terra su di un vecchio sacco nello spiazzo erboso davanti alla sua casa, che ci permette di vedere.

Non c’è altro che una piccola costruzione in legno, priva di finestre, che contiene a mala pena un letto sormontato da una zanzariera, tre o quattro indumenti, qualche scorta di cibo e pochi altri oggetti. Di fronte ad essa, una capanna ancora più piccola e piena di spifferi tra le assi racchiude niente più di tre pietre che formano il focolare, due o tre pentole e una tanica d’acqua. Non c’è un tavolo o una sedia, se non quelle che ci porta il figlio della signora dalla propria abitazione poco lontana. No, non ho dimenticato di menzionare il bagno e il salotto: non c’è niente di tutto ciò che noi abbiamo e che diamo sempre per scontato.

La povertà e la misera condizione di chi non è più in grado di spostarsi autonomamente non le hanno tolto la dignità e l’amor proprio: per l’occasione di questa visita ha indossato un vestito a fiori in buono stato, e prima dell’inizio della breve cerimonia insiste perché la nipotina la aiuti a coprirsi il capo quasi calvo con un fazzoletto colorato.

Veniamo presentati a lei, che ci accoglie con evidente piacere, anche se parla solo la lingua locale e non possiamo comunicare a parole.

Il prete riceve dalla signora una confessione molto breve, evidentemente perché questa creatura ha ben pochi peccati da raccontare.

Poi apre la sua valigetta, dispiega un paramento bianco sulle proprie ginocchia e celebra per lei nella lingua locale un breve, essenziale rito eucaristico che io e mio marito seguiamo come riusciamo.

A fungere da tabernacolo e a contenere il cofanetto delle ostie è un vecchio barattolo di margarina. La mancanza di oro, argento, marmo e incenso non toglie nulla alla forza di questo incontro con Cristo, o forse aggiunge qualcosa.

Al termine della cerimonia, succede qualcosa che non abbiamo fotografato o filmato per rispetto, ma che meriterebbe di fare il giro del mondo, prima di fermarsi al centro di Città del Vaticano, dalla quale le missioni della Consolata non ricevono assolutamente nulla (per ora).

La signora tira fuori venti scellini e li dona al prete come offerta per la parrocchia.

Sulla fredda superficie di uno sportello di banca equivarrebbero a 20 centesimi di euro, ma qui, in questo momento, hanno un valore incalcolabile.

Niente di tutto ciò che io e Alessio potremmo mai donare, e nemmeno i milioni che donano persone molto più ricche di noi, potranno mai valere agli occhi di Dio quanto questi venti scellini, donati da chi ha bisogno di tutto.

Dio non sa contare. L’amore, la generosità, la fede, la gratitudine non sanno contare.

Ci congediamo dalla signora Magdalen stringendole le mani, e mentre lei mi benedice in una lingua che non conosco, per un attimo mi rendo conto di non essere mai stata ricca quanto lei, se non forse in questo momento.

4 – LEZIONI DI GENEROSITA’

3 – LEZIONI DI FELICITA’

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E’ la nostra prima domenica a Mujwa. Un evento importante e molto atteso si svolgerà nel pomeriggio: la riunione di un’associazione di donne.

In questa provincia dove i campi di banane sbarrano l’orizzonte e non lasciano intravedere alcuna via d’uscita verso una vita differente, molti uomini soffrono di alcolismo, ma le loro donne soffrono ancora di più, dovendo gestire da sole tutte le responsabilità della famiglia. La casa, i campi, le bestie e una media di cinque bambini da crescere, educare e mandare a scuola.

Molti uomini, invece di collaborare con le donne contro i problemi della vita, spesso portano alla famiglia povertà, violenza domestica, aids.

E’ facile comprendere quanto bisogno abbiano queste donne di supportarsi a vicenda.

Questa organizzazione completamente autogestita è nata alcuni anni fa intorno a una cappella cattolica dove alcune donne si ritrovavano per pregare, e fino all’anno scorso è stata un’associazione di auto-aiuto in senso prettamente psicologico e spirituale.

Dieci mesi fa, però, un altro genere di aiuto è arrivato da parte della missione: una grossa somma di denaro, che è stato diviso in piccoli prestiti. Ben novecento donne hanno beneficiato di questo micro-credito, erogato a due semplici condizioni: la prima, che dopo dieci mesi avrebbero restituito i soldi; la seconda e più importante, che il loro uso doveva riguardare soltanto le donne e che nessun uomo avrebbe avuto il diritto di decidere cosa farne, o tanto meno di appropriarsene.

Trenta euro per noi sono così pochi, che forse da qualche tempo a questa parte nemmeno più lo slogan del Lidl ti promette che basteranno a riempire un carrello della sua spazzatura.

Tuttavia, se per loro non saranno certo una cifra che cambia la vita, sono già qualcosa.

Qualcuna ha comprato delle derrate alimentari e le ha rivendute al mercato ricavando un guadagno; qualcun’altra ha acquistato una capra e ha venduto il latte; e così via.

Io e Alessio veniamo presentati alla direttrice e alla tesoriera dell’associazione e introdotti nell’aula dove trenta rappresentanti dell’associazione, nel frattempo cresciuta e dislocata in tre diverse zone, discutono di questo importante passo avanti appena fatto.

Il loro benvenuto per noi non potrebbe essere più caloroso. Mentre tutte le presenti ci cantano canzoni di buon augurio e ci coinvolgono nelle danze, mi diverto molto, ma mi sento anche sopraffatta da un senso di immeritato privilegio.

Non so cosa sia la fatica di dissodare un campo, i miei lavori di casa sono alleggeriti da ogni sorta di aiuto tecnologico, con ogni probabilità non avrò più figli di quelli che mi sentirò completamente in grado di crescere al meglio, e soprattutto ho un marito che mi ama, è lavoratore e coscienzioso e l’ho visto ubriaco soltanto al ritorno dal proprio addio al celibato.

Eppure queste donne, nonostante le loro situazioni, come ripetono nel loro motto sono felici. Felici di aversi l’un l’altra, felici di incontrare noi, felici di fare parte della loro associazione: in una parola, felici di farcela, giorno dopo giorno, a vivere e a mandare avanti una famiglia nella quale, nonostante tutto, credono ancora.

Allora cosa ci faccio io qui? Con quale faccia rappresento una società in cui si divorzia solo perché è finita la passione, in cui ci si porta rancore solo per un punto di vista divergente, in cui ci si rovina la vita a vicenda solo perché non ci sono i soldi per cambiare la macchina?

La risposta me la dà con la sua stessa presenza la signora Evangeline, insegnante della scuola della missione che già conosciamo, che fa da oratrice, moderatrice e animatrice della riunione.

Come dice il suo nome, Evangeline è una buona notizia vivente: sempre allegra, esuberante, piena di voglia di fare. Lei è fortunata: ha un marito responsabile e affettuoso e cinque figli laureati o studenti, probabilmente vive addirittura in una casa di muratura dotata di acqua corrente.

Potrebbe limitarsi a ringraziare il Signore, il destino o il caso delle sue fortune, ma non fa così: dedica la sua domenica alle sue amiche più in difficoltà, consapevole che se qualcuno ha ricevuto tanto nella vita, è perché tanto deve donare.

E l’allegria, l’entusiasmo e la gioia con cui queste donne si donano reciprocamente il bene e il male che hanno è una lezione che mi porterò dentro sempre.

Ma torniamo al presente, e a questa aula di scuola materna gremita per una volta di mamme e non di figli. E’ il momento della verità: sono riuscite le nostre eroine silenziose a compiere la missione più ardua di tutte, quella di continuare a vivere e di farlo con dignità? Ovvero: il denaro prestato è stato restituito?

Se la missione avesse semplicemente elargito i soldi, questo avrebbe certo alleviato almeno momentaneamente la povertà delle famiglie, ma la cosa sarebbe finita qui. In questo modo invece, le donne hanno anche sperimentato libertà, competenza, indipendenza e fiducia nelle proprie capacità, sentimenti per niente scontati in una società dove un maschilismo a tratti brutale sta cedendo il terreno ai diritti delle donne con lentezza, gradualità e contraddizioni.

Ebbene, quasi tutte hanno restituito il prestito.

Certo, come emerge dalla discussione tra le rappresentanti dell’associazione, il meccanismo è da perfezionare: ad esempio si dovrebbe controllare con maggior rigore l’identità delle beneficiarie del prestito per evitare che qualcuna, come è accaduto in pochi casi isolati, iscriva all’associazione qualche “amica immaginaria” allo scopo di ottenere il doppio della cifra; si potrebbe inoltre limitare il numero di prestiti disponibili in modo tale che, ridistribuendo la stessa somma, ogni singola donna riceva un importo più consistente.

Ma queste critiche ci portano dritti dritti alla notizia più bella e importante, ovvero che l’associazione sta già pensando al prossimo anno.

Visto che l’esperimento ha avuto successo, di sicuro verrà ripetuto, e non è tutto: il capitale a disposizione dell’associazione è aumentato grazie al piccolissimo, quasi simbolico tasso d’interesse richiesto, e questo alimenterà un circolo virtuoso.

Mi domando che effetto farebbe una notizia come questa in un telegiornale italiano, piazzata fra un morto calpestato nella fila per comprare l’iphone-ventordici e un allarme nazionale per il fatto che, incredibile a dirsi, questo mese comincia a fare caldino.

Forse questa notizia non piacerebbe a chi paga gli spazi pubblicitari, a chi vende (cito testualmente) felicità in bottiglia.

La felicità non è una bottiglia (piena peraltro di una bevanda sgradevole quanto malsana): la felicità è la consapevolezza di non essere soli nelle difficoltà, ma soprattutto è il rifiuto di sentirsi vittime della vita.

2- LEZIONI DI REALISMO

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Con il passare dei giorni a Mujwa abbiamo lentamente cominciato a capire come funzionano le cose alla missione. L’Africa ci ha dato numerose lezioni, e vorrei raccontarvi nei prossimi articoli il poco che ne ho capito.

Forse, lo riconosco, eravamo partiti con una mentalità un po’ “americana” da salvatori, da risolutori di problemi, da attivisti.

Certo, è indispensabile avere voglia di fare e di mettersi in gioco e sicuramente quella non ci è mai mancata. Quello che avevamo scordato di mettere in valigia era però qualcosa di immaginabile come una scatola vuota. Che senso ha, direte, far entrare una scatola vuota in valigia e sprecare dello spazio prezioso, quando si potrebbe usarlo per portare due magliette in più ai bambini dell’orfanotrofio?

Ha senso invece, in occasione di un viaggio come questo, lasciare posto nella propria valigia interiore a un piccolo spazio vuoto, nel quale si possono trovare silenzio, pause per ascoltare e per riflettere, e nel quale si potranno riporre per sempre i tanti stereotipi sull’Africa che ci cadono di dosso a contatto con essa.

La maggior parte dei bambini che abbiamo incontrato avrebbero certo avuto beneficio da una maglietta in più, ma ciò di cui hanno più bisogno non si può regalare, solo restituire come qualcosa che a loro già appartiene, ma è stato ingiustamente rubato.

Ciò di cui hanno più bisogno è la fiducia di essere i proprietari e i direttori del loro presente e del loro futuro, sentimento di cui i loro bisnonni hanno avuto la fame più devastante.

Il regime coloniale inglese, durato circa dal 1890 al 1963, ha ridotto questa gente alla povertà che non è, come ci dà a intendere la nostra cultura consumista, soltanto la mancanza di beni materiali, ma è anche e soprattutto la mancanza del bene che si vuole a sé, alla propria cultura, al proprio modo di essere.

Le grandi potenze europee ( noi compresi, fortunatamente con scarso successo) si spartirono questa terra pulsante di vita con la stessa spregiudicatezza e leggerezza con cui voi ed io giochiamo a Risiko.

Gli inglesi chiamavano l’opera di colonizzazione “l’incombenza dell’uomo bianco”: il dovere, quasi, di appropriarsi in modo completamente arbitrario di un Paese, delle sue risorse e della sua gente, per imporre il proprio superiore sistema culturale ritenuto l’unico giusto, vero, sensato e valido; era quindi il minimo che potessero pretendere, in cambio di tanta magnanimità, spremere il sangue di quella gente e di quella terra per arricchirsi.

I kenyani erano visti come arretrati, primitivi, grezzi. Certo, le loro condizioni di vita non erano agiate come quelle degli inglesi, ma avevano una ricchezza che qualsiasi tiranno perde nel momento in cui diventa tale: l’umanità e la dignità. Infatti, quasi sempre il primo pensiero degli africani di fronte ai primi coloni fu quello di offrire loro un pasto e un letto dopo il lungo viaggio da cui evidentemente arrivavano.

I pensieri degli inglesi però erano ben diversi: si stabilirono nelle terre più ricche d’acqua; assunsero a titolo assolutamente arbitrario il governo del Paese tramite alcuni impiegati nativi, spodestando l’autorevolezza millenaria degli anziani e dei capi-villaggio; istituirono la segregazione razziale (contro i neri che erano a casa propria! Se non avete la pelle d’oca fatevi delle domande); proibirono agli africani di coltivare tè e caffè, attività molto redditizie che monopolizzarono lasciando ai locali una mera agricoltura di sussistenza; nelle loro opere di costruzione e nei loro latifondi impiegarono la manodopera locale in condizioni di grave sfruttamento, quando non di vera e propria schiavitù; arruolarono centinaia di migliaia di giovani uomini a combattere per giochi di potere a loro estranei nella prima guerra mondiale. E’ stata proprio questa la goccia che ha fatto traboccare il pesante vaso caricato sulle spalle dei Kenyani: a partire dagli anni venti l’aria ha cominciato a vibrare di invocazioni alla libertà.

Dopo questa divagazione (di cui vi chiedo scusa, ma quando sento certe cose mi infervoro) è facile capire che questa gente, pur mancando di tutto, ha bisogno soprattutto di sentirsi padrona indipendente di se stessa, della propria vita e della propria terra.

Mai come in queste settimane ho constatato quanto è vero il detto: “Dai un pesce a un uomo e l’avrai sfamato per un giorno, insegnagli a pescare e l’avrai sfamato per tutta la vita”.

In Europa si sente spesso dire che gli Africani sono fannulloni, disonesti e privi della minima lungimiranza. Chi lo sostiene è liberissimo di prendersi un giorno di ferie pagate dalla sua onestissima poltrona fissa statale con aria condizionata polare incorporata e di venire a esternare questo suo pensiero alla prima anziana donna che riesce a scorgere su queste strade tra le nuvole di polvere rossa all’alba, mentre va fino a sera inoltrata nei campi a piedi scalzi, con una vanga su una spalla e un nipotino sull’altra. Probabilmente si sentirà rispondere con una risata sdentata e una scrollata di capo prima di veder tornare la signora a faccende più importanti: lei non ha più bisogno della sua pietà di quanto ne abbia del suo giudizio affrettato.

Questa gente ha visto la propria coscienza di sé svuotata dal di dentro dai colonizzatori come il legno di una trave divorato dalle termiti che rimane esternamente intatto fino all’istante in cui la casa-comunità crolla. Ora si sta faticosamente rimettendo in piedi, ma non li aiutiamo regalandogli una casa nuova già fatta.

Per aiutarli dobbiamo unirci pazientemente a loro nella ricostruzione, perché anche se hanno debellato le termiti di ieri che si chiamavano inglesi, loro e soltanto loro posono debellare le termiti di oggi e quelle di domani che si chiamano corruzione locale, violenza politica, carenza di infrastrutture, lotte tribali.

Un intervento di aiuto, anche pensato con le migliori intenzioni, non può funzionare se viene calato dall’alto senza che la comunità senta la propria responsabilità e il proprio merito nella sua realizzazione.

Come ci ha mostrato un missionario, la gente di una frazione è più affezionata a una piccola chiesa interamente di lamiera realizzata grazie alle proprie piccole offerte, che alla grande chiesa parrocchiale in pietra costruita dai padri della Consolata. Tuttavia, nonostante la amino hanno in programma di smantellarla perché ne stanno costruendo una in pietra accanto: il sabato e la domenica tralasciano un po’ i campi e le bestie per lavorare in prima persona alla sua costruzione, in modo completamente autonomo e volontario, tanto che i missionari stessi si sorprendono dei progressi ogni volta che visitano la zona.

Al contrario, qualche tempo fa le suore che gestiscono il dispensario scoprirono che alcuni pazienti buttavano via i farmaci ricevuti. Probabilmente queste persone hanno pensato che un oggetto dato senza un prezzo fosse anche senza valore: scaduto o fasullo magari, insomma uno scarto dei bianchi rifilato a loro per condiscendenza. Questi inconvenienti non si sono più verificati da quando il dispensario richiede per i farmaci il pagamento di una piccola somma quasi simbolica.

Nello stesso modo avviene alla scuola della missione: circa la metà dei bambini viene mantenuta agli studi da benefattori italiani o locali, ma anche in questi casi la famiglia, pur se povera, è tenuta a pagare un quarto della somma. Questo non è per tirchieria dei missionari, ma per non togliere alle famiglie la responsabilità verso i loro figli ed evitare un atteggiamento di disinteresse e delega circa la loro formazione.

Facendo un altro esempio, nella maggior parte dei casi a chi viene alla missione a chiedere un aiuto economico viene offerto qualche piccolo lavoro. Questo non perché la missione si approfitti dei parrocchiani in difficoltà, ma per restituire loro un senso di padronanza e non di vittimismo: sentirsi in grado di dare e di essere utili, e non solo di chiedere e ricevere fa parte della dignità umana.

Tutto questo non significa che i missionari non abbiano il discernimento e la prontezza di valutare ogni caso singolarmente: più di una volta la missione ha mantenuto giovani particolarmente brillanti agli studi universitari, costosi quasi quanto in Italia, oppure ha soccorso famiglie che avevano avuto la casa bruciata, evento estremamente comune.

E naturalmente non è rimasta inascoltata la richiesta della mamma che si presentò a padre Enrique quasi in lacrime pregandolo di darle 50 scellini per comprare della cancelleria al figlio che stava per sostenere l’esame di scuola primaria. Questa donna non aveva a disposizione in casa l’equivalente di 50 centesimi di euro.

Dalla sera in cui abbiamo ascoltato questo episodio, ci vergogniamo profondamente per le volte che in passato abbiamo anche solo pensato con frustrazione e preoccupazione all’economia della nostra neonata famiglia.

La capacità di meravigliarci: Jean Valjean e l’ispettore Javert

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Un film, in poco tempo e con grande efficacia, è in grado di veicolare significati profondi, e perfino di illustrare in modo chiaro concetti di psicologia anche molto complessi. Il fatto che si apprendano queste nozioni senza leggerle su un tomo specialistico non significa che non possano entrare a far parte del nostro bagaglio di conoscenza, diventando così strumenti attraverso cui possiamo leggere meglio la realtà che ci circonda.

Ciò è talmente vero che più di una volta, durante le lezioni universitarie di psicologia, allo studio e alla spiegazione di un determinato argomento il docente ha accompagnato la visione di un film sul tema.

In una serie di articoli vorrei quindi guidarvi alla scoperta di nozioni psicologiche utili nella vita relazionale di ognuno di noi, attraverso l’analisi di personaggi cinematografici.

Anche se è ovvio che ho apprezzato tutti i film  di cui parlo e che li consiglio, NON SI TRATTA DI RECENSIONI, bensì dell’illustrazione di una coppia di personaggi. Solitamente ci sono il protagonista e il suo complementare, senza il quale l’analisi del protagonista stesso sarebbe soltanto parziale: tutto l’universo funziona per coppie di opposti-complementari, essendo questi due concetti inseparabili.

Vista la notevole articolazione e lunghezza di questa trama, mi concentrerò soltanto su quello che riguarda il rapporto tra i due personaggi in questione, tralasciando ogni altro avvenimento anche molto importante ai fini della storia nel suo complesso.

ATTENZIONE SPOILER: Anche se non racconto l’epilogo, non potrei scrivere questo articolo senza rivelare il finale della storia per quanto concerne l’ispettore Javert.

Film: Les Miserables (versione cinematografica del musical, 2012)

Interpreti: Hugh Jackman e Russel Crowe

Doppiatori italiani (solo per le parti parlate): Fabrizio Pucci e Luca Ward

les-miserablesSiamo in Francia nel 1815.

L’acerrima rivalità tra i due protagonisti ha inizio in una galera, dove il prigioniero 24601 (Jean Valjean) sta scontando l’ultimo giorno di 19 anni di lavori forzati per aver rubato un pane.

Nel rilasciarlo, la severa guardia Javert, gli consegna un documento che lo etichetta come un pericoloso criminale e gli impone un’ulteriore condizionale.

La libertà riconquistata è soltanto solitudine, smarrimento ed emarginazione per Jean Valjean.

Quando finalmente trova ospitalità per la notte presso un vescovo, non trova altra alternativa che derubarlo dell’argenteria e fuggire prima dell’alba, ma viene catturato dalla polizia e ricondotto davanti al vescovo. Con enorme sorpresa di Jean Valjean, questi afferma di avergli donato di sua volontà gli argenti, e che anzi il suo ospite nella fretta di partire ha dimenticato di prendere con sé i pezzi migliori, due bellissimi candelabri che il vescovo toglie dal suo tavolo e aggiunge al sacco del fuggitivo.

Partiti i poliziotti, il vescovo raccomanda a Jean Valjean di fare tesoro del loro incontro, che è parte di un più alto disegno di Dio, e di utilizzare quelle ricchezze per diventare un uomo onesto.

L’ex ladro, ritiratosi in chiesa a pregare, lascia che la sua vecchia identità si sciolga come neve al sole del perdono e si redime completamente.

Passano 8 anni e Jean Valjean, sotto il nuovo nome di Monsieur Madeleine, è diventato proprietario di una fabbrica e sindaco di una piccola cittadina.

Il suo passato più buio sarebbe sepolto se non fosse per l’ispettore Javert, che si trova casualmente a prestare servizio in quello stesso paese. Un giorno Valjean salva la vita di un carrettiere sollevando la pesantissima trave che gli era caduta addosso, dando così prova di una forza sovrumana: mentre la folla è ammirata, Javert riconosce in lui il galeotto dalla prestanza altrettanto eccezionale al quale aveva ordinato per puro sfregio di sollevare l’albero di una nave.

Da questo momento in poi inizia una caccia spietata e senza esclusione di colpi, in cui l’ispettore giura di catturare Valjean a tutti i costi per aver violato la condizionale e di restituirlo a quella che lui chiama giustizia: il protagonista è costretto per sempre ad una vita da fuggitivo.

Molte volte Javert sarà sul punto di prendere Valjean, ma questi riuscirà sempre a sfuggirgli.

Passano altri 9 anni e ci ritroviamo a Parigi, dove sta per scoppiare una violenta rivoluzione.

Sia Javert che Valjean si infiltrano tra i ribelli: il primo per carpire informazioni da passare all’esercito governativo, il secondo per proteggere la vita di un giovane rivoluzionario di cui sua figlia è innamorata e ricambiata.

Javert viene presto smascherato e legato dai ribelli, in attesa di decidere cosa fare di lui, e poco dopo proprio a Valjean viene dato il compito di ucciderlo.

La fiamma del perdono accesa nel cuore del protagonista dai candelabri del vescovo è ancora ben viva: pur avendo l’occasione di porre fine alla sua penosa fuga e di far tacere per sempre l’unica persona a conoscenza del suo scomodo passato, Valjean lascia andare l’ispettore e spara in aria per simulare di ucciderlo.

Javert è profondamente sconvolto: deve la vita al “criminale” della cui cattura aveva fatto la sua ragione di vita. Incapace di tollerare questa contraddizione, si suicida dopo aver cantato sulla stessa melodia di Valjean nel momento della sua redenzione.

Non conoscevo per niente la trama prima di vedere il film: nel vedere Javert gettarsi a capofitto nella Senna da un ponte, ho provato un enorme senso di vuoto, quasi di tradimento. Pur rendendomi conto a posteriori che nel corso del film numerose allusioni preludono a questo gesto, sono rimasta assolutamente spiazzata.

Perchè ha agito così? Perchè non è stato in grado di ricevere lo stesso perdono che aveva trasformato Valjean da un rifiuto della società ad un personaggio pubblico stimato?

Perchè non ha saputo meravigliarsi.

Javert è un uomo inflessibile, animato da un ideale di giustizia che non è equità ma giustizialismo.

Durante il più pericoloso dei loro scontri, confessa a Valjean di essere nato in una prigione: è probabilmente il rifiuto delle sue origini il motivo di tanto morboso attaccamento al proprio ruolo di giudice, controllore, pubblico ufficiale e paladino dello status quo della società. Il suo appiattimento sul proprio ruolo è tale che Hugo ha scelto di non dargli un nome di battesimo, a sottolineare come i suoi elevatissimi ideali morali siano un misero guscio vuoto.

Non ha saputo lasciarsi attraversare dalla rivoluzione. Ha preferito abbandonarsi alla morte piuttosto che al cambiamento profondo di tutto ciò in cui credeva.

Jean Valjean invece si è lasciato travolgere dall’inatteso e dal rinnovamento. Il mutamento fa molta paura, per questo appena uscito di prigione, emarginato dal mondo per quasi vent’anni, solo al mondo e privo di tutto, non ha saputo far altro che commettere un altro reato. Reinventarci ci spaventa così tanto, che spesso preferiamo diventare proprio ciò che gli altri credono che siamo, e appiattirci nei ruoli emarginati e svalutanti in cui gli altri ci pongono. Certo, è più facile. Ma ecco che arriva la nostra occasione di riscatto, e che ci crediamo o no, arriva sempre: basta saperla cogliere, e questo non è scontato.

La redenzione, il mutamento e la trasformazione di sé in qualcosa di più completo implicano sempre la capacità di stare al gioco con la vita: dobbiamo saper accogliere le sorprese che ci offre, saperle riconoscere come doni e non come tradimenti, e soprattutto dobbiamo saper tollerare le contraddizioni che convivono inevitabilmente dentro ad ognuno di noi.

Il giustizialismo maniacale di cui è prigioniero Javert sono le nostre abitudini, le nostre convinzioni radicate, i nostri giudizi, la scarsa fiducia che abbiamo in noi stessi e nelle nostre potenzialità di crescita.

Se non sappiamo stare al gioco delle sorprese che la vita ci propone, potranno capitarci sotto il naso le occasioni più splendide, ma noi resteremo sempre fermi a lamentarci del fatto che “non ci succede mai nulla”, che “certe cose accadono solo nei film” e che “siamo senza speranza”.

Di contro, le lacrime che Jean Valjean versa sull’altare della chiesetta dopo aver ricevuto l’argento dal vescovo sono lacrime della fatica di reinventare se stesso, della vergogna per i propri sbagli, della paura della novità e del futuro. Ma sono anche lacrime della gioia di rinascere proprio quando sembrava possibile solo morire.

1 – BENVENUTI IN KENYA

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La partenza per il viaggio di nozze dei nostri sogni è fissata per la sera successiva al matrimonio. Ci aspettano venti giorni in una casa missionaria in Kenya.

I nostri genitori hanno un po’ paura di non vederci tornare, noi siamo certi che non torneremo. Elisabetta e Alessio come sono adesso hanno le ore contate. Prima di poter riprendere la nostra vita dovremo nascere nuovi e diversi: come i neonati avremo mani più piccole per afferrare meno oggetti, gambe più corte per muoverci più lentamente, corpi spogliati da tante esigenze false, spalle più deboli per portare meno preoccupazioni inutili, ma occhi più grandi per guardare meglio la realtà davanti a noi e teste più pesanti, perché piene di nuovi pensieri e nuove consapevolezze.

Trascorriamo una notte in un albergo vicino a Malpensa per partire molto presto la mattina seguente, poi voliamo per tutta la giornata e atterriamo a Nairobi alle 6 di sera. Ceniamo e dormiamo nella sede centrale dell’istituto missionario della Consolata, partiamo in auto per la missione di Mujwa la mattina dopo e la raggiungiamo nel primo pomeriggio.

L’ultima mezz’ora di viaggio scorre su strade di terra rossa terribilmente sconnesse tra campi di banani a perdita d’occhio, punteggiati da qualche gruppetto di due o tre case in legno scuro dipinto a righe.

Un camion percorre a cadenza regolare tutta la zona per acquistare le banane per conto delle grandi aziende di esportazione, pagando i contadini soltanto l’equivalente di tre euro e mezzo per ogni casco, grosso come un bambino di cinque anni. Moltissime famiglie vivono solo di questo. Ed è già qualcosa rispetto a zone ancora più povere: qui almeno l’acqua per irrigare non manca, anche grazie ai missionari che al loro arrivo hanno introdotto l’uso dei canali.

Le case in muratura sono un lusso per pochi, come anche l’acqua corrente (naturalmente non potabile se non dopo la bollitura), l’elettricità e qualsiasi tipo di elettrodomestico, che sia anche solo una stufa.

Nei dintorni della missione non ci sono veri e propri villaggi, ma le case sono sparse su grandi spazi. Ogni famiglia è proprietaria dei terreni che lavora, e nello stesso appezzamento costruisce le proprie case, alleva polli e capre e coltiva qualche altro ortaggio per la propria sussistenza.

Sulla strada principale qua e là ci sono alcuni negozi: edifici in pietra a un piano con la facciata variopinta, piccolissimi in confronto alla varietà impressionante di cose che vendono. C’è la sconcertante macelleria-riparazioni computer, il ristorante-parrucchiere e la copisteria-fruttivendolo-ferramenta dove finiamo per comprare una bombola di gas per la cucina della casa dei padri missionari, per non parlare del “general store” dove si trovano dalle caramelle ai sacchi di cemento da costruzione. Ricaricare il cellulare, poi, è possibile praticamente in tutti questi posti.

Le persone, e i bambini soprattutto, si voltano incuriositi al nostro passaggio e ci salutano allegramente, sia per la novità di vedere due bianchi che per la grande considerazione che tutti nutrono verso i padri missionari, tra i quali il nostro accompagnatore è il responsabile dell’intera vastissima parrocchia.

Qui quasi nessuno possiede un’auto oltre ai missionari, e gli unici veicoli che incontriamo sono alcune grosse moto vistosamente decorate e dotate perfino di radio sparata a tutto volume, tutte cariche di almeno tre persone: apprendiamo con grande stupore che si tratta di taxi.

Comunque, durante tutta la nostra permanenza quasi non passa un viaggio in auto senza che ci fermiamo per dare un passaggio a qualcuno: il nostro record sarà di nove persone e due quintali di materiale da costruzione su un landrover del sessanta.

La casa dei padri della Consolata, la grande chiesa parrocchiale, una scuola primaria, una scuola materna e alcuni uffici costituiscono il complesso centrale della parrocchia missionaria di Mujwa.

Poco lontano si trovano una scuola superiore femminile residenziale gestita dalle Sorelle dell’adorazione indiane, un dispensario farmaceutico e un orfanotrofio.

La casa dei padri rispecchia, in versione essenziale e moderna, la struttura di qualsiasi monastero: attraverso una porta in ferro si entra in un chiostro quadrato, circondato su un lato da un muro e sui restanti tre lati da un portico su cui si affacciano dieci camere, le sale comuni, una piccola e spartana cappella e i locali di servizio. Lo spazio centrale è un’esplosione colorata e rigogliosa di vegetazione locale: alte palme, bouganville di ogni colore, ibischi dai fiori grandi come mani aperte, aloe vera dalle foglie spesse e succose. Il tutto è abitato da stormi di piccolissimi uccelli gialli, gechi, libellule e pipistrelli ghiotti di zanzare, ma anche da creature molto meno gradevoli, come ad esempio uccelli estremamente rumorosi, calabroni e tarantole (“Tarantole? Figurati! In quarant’anni ne ho viste solo cinque, e sempre nel verde aperto! E poi di cosa ti preoccupi, non sono nemmeno mortali!” Disse il parroco prima che ne trovassimo due in casa nel giro di due giorni).

Al momento del nostro arrivo vivono a Mujwa quattro missionari.

C’è padre Vito Dominici, dal sorriso dolce, che in ottantacinque anni ha già fatto la sua parte di lavoro nella vigna del Signore ed è quasi completamente a riposo, anche perché la sua mente piena di troppi ricordi e troppe consapevolezze sta cominciando a rallentare, e il corpo che ha sopportato tante fatiche è diventato fragile e delicato. Dopo pochi giorni dal nostro arrivo, parte per trascorrere alcuni mesi a Torino e occuparsi della propria salute.

Poi c’è padre Giovanni Comaroni di ottant’anni, progettista, costruttore e tuttofare che ha imparato tutto all’università dell’esperienza e della necessità. La sua corporatura un tempo imponente è ora curva sotto il peso degli anni e del lavoro, dei capelli che devono essere stati rossi non resta che un accenno. Dei quattro è il più schivo e di poche parole, ma quando ci racconta che i primi tre viaggi di andata e ritorno dal Kenya li ha fatti ancora non in aereo ma in nave, siamo noi a restare senza parole: ci rendiamo conto di sedere a tavola con una pagina di storia, non di carta e inchiostro insensibile, ma viva e in grado di rispondere alle nostre domande. Anche lui, però, la settimana successiva al nostro arrivo viene chiamato da un’altra missione a Mombasa per un’autorevole consulenza su un progetto di costruzione.

Restiamo per tutto il resto del nostro soggiorno con i due padri spagnoli Gumersindo Ruiz e Enrique Rituerto.

Il primo ha sessantanove anni e un’espressione sempre indecifrabile sotto il groviglio grigio di barba, baffi e capelli. Dietro agli occhiali spessi, i suoi occhi castani scrutano la realtà pensosi, ma con perenne ironia. Alterna momenti di insondabile ritiro ad altri di grande cordialità, durante i quali si ferma volentieri a parlare con noi della sua vita e della complessa realtà africana e fa gesti di gentilezza come mostrarmi le proprie foto da giovane o spolverare il grande tavolo del salotto comune dopo aver visto che lo uso per studiare Kiswahili sui libri che lui stesso ci ha prestato. Ai pasti poi, spesso anziché sedersi si presenta solo per sparecchiare il proprio posto e ritirarsi con il misterioso motto: “chi non mangia, o ha mangiato o mangerà”.

Il parroco e responsabile della missione è padre Enrique, nato mentre volgeva al termine quella che avrebbe dovuto essere l’ultima guerra dell’umanità. Nell’espressione dei suoi occhi di un azzurro trasparente e nella sua padronanza dell’italiano perfetta e priva di inflessione si nota subito una grande intelligenza, tutta messa a frutto come i talenti affidati al servo saggio nella parabola. Appare alto appena quanto me, ma nella sua piccola persona trovano posto autorevolezza, lungimiranza, magnanimità, decisione, eloquenza e tutte le qualità che servono per gestire al meglio la complessa e delicata realtà della missione.

Non abbiamo conosciuto nessun missionario più giovane di lui. Oggi nessuno, sostiene, se la sente più di consacrare definitivamente la sua vita alla missione e di lasciare del tutto la propria vita: molti preti lo fanno per qualche anno, ma poi tornano in Europa. D’altro canto, l’obiettivo dell’opera missionaria non era mantenere le popolazioni nella dipendenza da essa, ma creare una nuova comunità cristiana locale indipendente e dotata di vita propria: questo si sta realizzando e ci sono molti giovani preti africani che progressivamente riescono ad assumere la gestione delle parrocchie.

Così vi ho presentato i quattro santi vivi che ho avuto l’onore di conoscere. Probabilmente le immagini dei loro volti non saranno mai vendute nei distributori automatici di santini all’interno del duomo di Torino. Probabilmente i loro nomi non saranno mai invocati nelle litanie che molte deliziose signore alternano quotidianamente a quella che inizia con “Mi i n-ghoe gnenti cuntra i negher neh, però…”. Ma non sono la morte e la parola di un papa a fare un santo, è ogni giorno della sua vita. In pochi posti come a Mujwa abbiamo visto il Vangelo, che non è un libro ma è un gesto, una parola, una scelta, un atto di generosità, un silenzio comprensivo, un sorriso.

In uno posto così e con preti del genere, perfino il rosario in latino, seguito dalla preghiera dei vespri e dalla lettura del martirologio romano con la sua truculenza enfatizzata dall’accento spagnolo di padre Gumersindo, diventano non un appuntamento pesante e obbligato, ma un momento della giornata gradito e atteso come una cordiale riunione familiare.

La levata mattutina è anticipata, il ritiro serale ancora di più: l’adattamento ai ritmi di questa casa ci riesce inaspettatamente piacevole. Le giornate scorrono prima lente, poi sempre più veloci. In quali modi, potrete leggerlo nei prossimi giorni.

Anything can be “shining”

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Please note that this is my first blog post in English, so if i make any mistake, no need to scream and shout, just correct me in a comment and i will do better next time.

So, please view this trailer. I found it on youtube, it is made by Robobos and I don’t own anything about it.

You all recognised the movie, right? And provided that you are reasonably gifted with sense of humour, it made you laugh, right? Sure, it’s very funny and it’s made for fun.

If I asked you whether you have seen anything similar before, you would probably answer No. Well, this could be true only if you had never watched TV, never seen an advertising poster and never read a newspaper in your entire life.

They make us believe that a new car will provide us happiness and success, or that a certain jewel will make our sexual life a movie-like dream, or that buying our chidren a wonderful toy will make them forget about all the problems and misunderstandings in our family.

But these unfunny pranks played on our mind and wallet are not that difficult to recognise.

The issue becomes more serious when it comes to information and to personal relationships.

The same way a masterpiece of horror movie can be passed off as a nice family movie, abuses, exploitations and violences can be passed off as justice, progress and help if conveniently rejigged.

This can happen in mass medias, but also in our everyday relationships.

We make war in order to bring peace. I restrain you because I love you too much. We are exploiting poor countries’ resources in order to bring there employment. I lie to you to protect you. We make poor peoples depending on our “humanitarian” help, but that will improve their conditions. I ignore your emotional needs to teach you how to get by on your own.

I could make endless examples.

Any petty intention can shine as a noble one, basically anything can be turned into anything else.

How can we avoid to be both victims and enforcers of this wicked game? The answer is the same reason why most of you of course didn’t actually buy that The shining is a family movie: because you knew the movie before.

Therefore, always try to get more and more information about the world before you commit to a cause, and make intentions clear by an effective communication in your relationships.

Il castello in aria

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In Italia abbiamo così tanti tesori storici e artistici che, paradossalmente, tendiamo a sottovalutarli: ci sono posti in Italia che i turisti stranieri conoscono meglio di noi.

Uno di questi è il monastero fortificato della Sacra di San Michele a Sant’Ambrogio, all’imboccatura della Val Susa, nei pressi di Torino.

In una domenica fredda come quella appena trascorsa, la prima idea che viene in mente è quella di cercare calore e distrazione in un centro commerciale, finendo per arrivare a casa più frastornati di prima, pronti per iniziare con un broncio perfetto l’ennesimo lunedì sgradito.

Ma ecco che basta salire un pochino, e tutto cambia. La città non si vede quasi mai dalla cima del Monte Pirchiriano, dove la massiccia abbazia fortificata di pietra millenaria sembra librarsi leggera nel vuoto.

Il paesaggio intorno è avvolto in una lieve foschia, che attutisce i rumori del mondo sottostante e accentua l’impressione di trovarsi in un magico angolo dove il tempo si scorda di passare, ma non disdegna di fermarsi.

L’atmosfera ricorda molto “Il nome della rosa” di Eco: non a caso proprio questo luogo ha ispirato in parte il romanzo, ed era stato proposto per l’ambientazione del film.

La Sacra è uno dei tre principali santuari dedicati all’arcangelo Michele in Europa: rispetto a Mont-Saint-Michel in Normandia e a San Michele Arcangelo nei pressi di Foggia, si trova perfettamente allineata e distante 1000 chilometri da entrambi i luoghi. sanmicheleI tre santuari tracciano idealmente un’enorme freccia che dal Nord Europa punta verso la Terra Santa, meta del pellegrinaggio che era un caposaldo della cultura e della spiritualità medioevale.

La Sacra fortezza fu fondata alla vigilia dell’anno 1000, e poi notevolmente ampliata nei secoli successivi, proprio per accogliere i pellegrini che compivano il lunghissimo viaggio lungo la Via Francigena. Nel momento di massima espansione, nell’abbazia vivevano fino a cento monaci benedettini.

Tra il ’500 e il ’600, il declino della cultura del pellegrinaggio, la corruzione interna e le razzie dei soldati di passaggio portarono il santuario all’abbandono, nel quale rimase per due secoli.

Nel 1836, i Savoia vollero riportarlo alla vita affidandolo ai rosminiani.

Attualmente la Sacra è abitata da due monaci, e pur essendo meta turistica dichiarata simbolo del Piemonte, conserva la sua natura sacra e religiosa, ed è proprio questo a rendere indimenticabile una giornata trascorsa qui.

Il santuario è raggiungibile sia a piedi che in macchina. Da qui parte il Sentiero dei Franchi, noto agli appassionati di escursionismo.

Giunti ai piedi della scalinata che conduce alla chiesa, incontriamo l’Arcangelo ritratto in una statua di bronzo di fattura contemporanea, con una mano aperta verso il cielo in un gesto di accoglienza, e l’altra rivolta verso la terra, pronta a impugnare di nuovo la spada che ha conficcato nel terreno dopo aver sconfitto il male. Curiosamente, questo atteggiamento delle mani si ritrova nel ballo tradizionale dei monaci musulmani detti Dervisci rotanti.

In una nicchia naturale nella roccia viva, alcuni arbusti di rosa riescono a superare l’inverno e sono già carichi di piccoli germogli rossi.

Saliamo la ripida scalinata, ma all’entrata di quella che crediamo la chiesa ci aspetta un’altra salita, vertiginosa in ogni senso possibile: è lo Scalone dei Morti. Più che una semplice scala, una scultura di cui chi sale entra a far parte, e che rappresenta la risurrezione a nuova vita attraverso la Fede.

Ai lati, dal pavimento e dalle pareti, spunta da ogni parte la roccia viva del monte. Al centro, un enorme pilastro sorregge il peso della chiesa che si trova sopra di noi. In alcune nicchie scavate nel muro, fino a pochi decenni fa erano esposti gli scheletri dei monaci defunti da tempo, per dire ai vivi che questa vita non è per sempre e non è tutto. La salita è così ripida, il luogo così inquietante, che si ha l’impressione di poter cadere da un momento all’altro: ma ecco che di fronte a noi si spalanca il portale finemente scolpito detto “Dello zodiaco”, e ci accorgiamo che stiamo andando verso la luce del giorno, così forte da abbagliarci. Un’esperienza molto simile a quella che nell’immaginario collettivo rappresenta il trapasso. E cosa troviamo al di là? Un arrivo, una fissità, una fine? Niente affatto: la scala prosegue all’aperto, la vita continua, sotto una magnifica struttura a contrafforti, ariosa e molto suggestiva anche se non originale.

L’interno della chiesa (finalmente) presenta un misto tra lo stile romanico e lo stile gotico, unificati da una sobrietà che si addice alla natura mistica del luogo. Un canto gregoriano in sottofondo ci riporta le voci dei monaci che ogni mattina attendevano pregando il sorgere del sole, e come loro ci sediamo rivolti verso la grande finestra dell’abside ad Est. Niente oro, niente pomposi candelabri, niente sfarzo: la luce del giorno è l’unico ornamento di questa chiesa. Fatta eccezione, certo, per alcuni bellissimi e sobri affreschi di epoca rinascimentale alle nostre spalle.

All’uscita dalla chiesa si possono vedere i resti in rovina di quello che era un grande complesso a quattro piani dove i monaci vivevano, lavorando e producendo quasi tutto ciò di cui avevano bisogno.

Una torre aperta a metà resiste, quasi sospesa sull’abisso che ci separa dal mondo. E’ detta la torre “della Bell’Alda” per via di una leggenda interessante. In tempi di guerra la gente dei borghi circostanti trovava ospitalità e sicurezza presso l’abbazia fortificata. Tra loro c’era una bellissima ragazza di nome Alda, inseguita da un soldato di ventura che voleva abusare di lei. Giunta in cima alla torre, si rese conto che non aveva scampo e che l’unica via di fuga era il finestrone che dava sul vuoto. Pregando San Michele di soccorrerla, la ragazza si gettò  fuori e trovò due angeli che la presero e la posarono delicatamente in fondo alla scarpata. Esaltata dall’avventura vissuta, la bella Alda andò per il paese vantandosi di ciò che le era accaduto e volle replicare il tuffo per poter essere stavolta vista da tutti. Come era prevedibile, gli angeli non si scomodarono per una cosa così futile, e la ragazza vanitosa si sfracellò tra le rocce.

Dopo aver ascoltato dalla guida questa favola, che come tutte le favole contiene un po’ di verità, siamo pronti per tornare rigenerati alla vita di tutti i giorni.

Non prima però di vedere ciò che riassume magnificamente e fissa nella nostra memoria la spiritualità di questo luogo: la mostra fotografica di Franco Borrelli dedicata proprio alla Sacra, frutto di un anno di osservazione, sensibilità, pazienza, lavoro e abilità.

Nelle foto dell’artista, il cielo è più grande della terra, la luce è protagonista, la bellezza è nella semplicità e ogni cosa è guardata da un’angolazione inconsueta: è il mondo visto da chi cerca e trova Dio.