Ricordando un primo incontro

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18 Febbraio 2010. Arrivo a Istanbul con il mio ragazzo in un pomeriggio dal clima già quasi primaverile.
All’aeroporto siamo accolti da un ragazzo dell’associazione che gestisce lo studentato in cui vivo. Mentre viaggiamo dall’aeroporto alla casa sulle ali precarie della sua guida spericolata e senza regole, identica a quella dei taxisti del posto, la prima faccia che Istanbul mi offre di sé è contraddittoria.
A bordo di un guscio di polvere contenente un furgoncino percorriamo una sorta di circonvallazione intorno alla parte europea: dal lato della strada grandi edifici moderni e nuovi ricoperti di cartelloni pubblicitari e insegne nascondono case più piccole e fatiscenti, ma dotate ad ogni finestra di una grossa parabola: lo sfarzo di cartone che conosciamo bene anche nel nostro paese getta la sua ombra e riduce al buio le abitazioni dove si vive la realtà, e dove centinaia di tondi ricevitori come bocche aperte sono illusorie finestre su un occidente di ostentazione, arroganza e finzione.
Dopo un’ora di viaggio, scopro che anch’io vivo in una zona simile, seppure dall’altra parte della città: accanto al nostro palazzo, così nuovo che gli ultimi piani sono praticamente ancora in costruzione, dei bambini giocano con il filo di ferro davanti ad una piccola casa che si confonde con le macerie che la circondano.
Dentro questa città, che sta crescendo letteralmente a vista d’occhio, slanciata verso l’occidentalizzazione ma custode di una grande storia, meta di turismo da tutto il mondo e impreziosita da decine di università, sembra che ci siano come dei buchi, piccoli come una sola casa o grandi come un quartiere, dove il tempo non è mai passato e la gente vive sempre nella stessa povertà. Qualche gallina che scorrazza dentro e fuori dalla porta di un negozio, due pecore legate ad una mangiatoia di fronte ad modernissimo ospedale in vetro specchiato, una vecchina curva che vende gli spinaci del suo orto tra un enorme centro commerciale e un rumoroso cantiere, panni stesi alle finestre di case già in rovina.Eppure, l’opinione di persone sia turche che straniere che vivono da tempo in queste zone è che non sono pericolose.
Comincio a pensarla così anch’io, mentre si fa sera e rientro da sola con le borse della spesa dal piccolo negozio sotto casa che ha tutto e niente e due bambini mi inseguono fino al portone protetto da una password solo per dirmi ridendo: “Goodbye!”
Una curiosità ancora maggiore la destano gli occhi azzurri del mio ragazzo, quando un cameriere si avvicina quasi di soppiatto a noi mentre aspettiamo il kebab aprendo una cartina dell’Europa e indicando la Germania con un’espressione interrogativa.
Dentro lo studentato, l’incontro con i molti coinquilini è stato molto positivo. Ci sono 10 appartamenti da 6 persone, ognuno con una cucina, due bagni due stanze singole e due doppie. La mia è di una dimensione semplicemente smisurata ed estremamente luminosa. Tutto, dalla cucina agli asciugamani, stoviglie e mobili è dell’Ikea: essenziale, colorato e giovanile.
>Non sono solo l’unica italiana del palazzo, sono anche l’unica dall’Europa del sud. Fatta eccezione per la mia compagna di stanza turca e pochissimi altri, qui si parla soprattutto tedesco, polacco, olandese. Il fatto di essere forse l’unica a non avere qui nessuno con cui parlare la propria lingua è una difficoltà in più, è naturale che ognuno sia portato a parlare di più con i propri connazionali, ma nonostante questo in tutti prevale una grande voglia di fare amicizia, di conoscere persone e di divertirsi.
E’ facile chiacchierare, trovarsi, perché tutti abbiamo bisogno delle stesse cose: nuovi amici con cui fare insieme la strada per l’università, confrontarsi su questa esperienza, fare programmi per il fine settimana o per fantomatici viaggi in Egitto, Grecia e Cappadocia, darsi la buonanotte e organizzarsi la vita domestica.
Dopo i primi giorni da turista, ora sto entrando in una nuova quotidianità.

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