La Moschea Blu (Sultanahmet Camii)

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Tutto era iniziato nel cuore della notte, la mia prima notte trascorsa a Istanbul.
Io e il mio ragazzo eravamo stati svegliati da un suono mai udito prima. Distorto dalla distanza e dal mio stato di dormiveglia, avevo faticato per una attimo a riconoscerlo per quello che era: una bella e potentissima voce umana proveniente dal minareto della moschea più vicina.
Dopo poco mi ero ricordata che me lo aspettavo: comprendendo che era una preghiera e un richiamo alla preghiera per i fedeli, mi ero rasserenata. Tutto era finito nel riaddormentarmi alla fine del canto.
Ora eccomi alla porta della Moschea Blu: pur essendo una meta turistica al pari di Santa Sofia, è una moschea consacrata e quotidianamente vi si tengono le preghiere. Togliersi le scarpe è d’obbligo, nonostante le proteste di una bionda turista che inebriata dal clima quasi primaverile di questo 20 Febbraio non porta le calze.
Mi copro i capelli con un foulard per entrare. Qui sono ospite a casa d’altri, sono in un luogo sacro dove non è banale che mi si conceda di entrare, e un gesto per me senza senso diventa un gesto di rispetto.
Non sembra pensarla così l’uomo che oltrepassa la balaustra che delimita lo spazio dei turisti da quello dei fedeli in preghiera per scattare una foto ai suoi amici, né quello che risponde alla vivace suoneria del proprio cellulare, né la maggior parte delle altre turiste, che non si curano di coprirsi i capelli.
Il pavimento all’interno è interamente ricoperto da un tappeto morbidissimo e di una pulizia impeccabile. Come a Santa Sofia, la luce di grandi lampadari tondi e piatti scende quasi fino alla nostra piccolezza, sospesa da lunghissimi cavi allo stormo di cupole che ci copre. Da fuori, non sembrano fatte di pietra ma di farina e lievito. Dentro, tutto è un infinito intreccio di motivi floreali e geometrici che ti prende l’anima e la porta verso l’alto.
A differenza delle nostre chiese, dove gli affreschi hanno raccontato le vite di Gesù e dei santi a centinaia di generazioni di popoli mantenuti nell’analfabetismo a vantaggio dei potenti, nelle moschee non vi è nessun tipo di illustrazione, soltanto motivi astratti in colori armoniosi: trovo che ispirino moltissimo la contemplazione dell’idea di Infinito.
Chi pensa che l’Islam, oppure le religioni in generale, siano solo superstizione e proibizioni potrebbe tornare sui suoi passi qui, dove il contatto e la comunicazione con l’“Amor che muove il sole e le altre stelle” come lo definì Dante è qualcosa di tangibile.
La leggenda racconta che il sultano Ahmet, che volle la costruzione di questa moschea, ci teneva talmente tanto da lavorare lui stesso alla sua costruzione insieme agli operai. Mi ritrovo a pensare alle migliaia di mani umili e sconosciute che hanno lavorato a quest’opera e a domandarmi come sia stato per quelle persone il loro rapporto con il Divino.
Sento il forte desiderio di pregare ma non so come fare: alle mie spalle, delimitato da una balaustra, c’è lo spazio riservato alle donne ma non oso entrare, le fedeli raccolte in preghiera potrebbero offendersi accorgendosi che sono una turista. Tra loro, una ragazza velata e pesantemente truccata si asciuga le lacrime alzando lo sguardo alla cupola, poi ricomincia le sue preghiere muovendo appena la bocca.
Chi sta ascoltando la sua preghiera non è altro da chi ascolta la mia, nuova e più vera che mai. Possiamo chiamarlo Dio o Allah, ma è un’unica idea.
Così, in una posizione a metà tra seduta e inginocchiata in terra, prego: non come una buona cristiana né come una buona musulmana, solo come una credente incrollabilmente convinta.
<> Questa ed altre preghiere sono suggerite dal cartello scritto in molte lingue all’ingresso. Ma noi siamo piccoli e non sappiamo pensarci come Lui ci ha pensati. Allah è il più grande: da Lui può arrivarci la forza di dialogare, molto superiore a quella necessaria per usare la violenza; da Lui il coraggio di far diventare la condivisione e il dono parte della nostra quotidianità. Dammi questa forza e questo coraggio, perché a volte sono debole e facile alla paura.
Rimaniamo per molto tempo, finché le gambe e le ginocchia a lungo piegate ci fanno davvero male.
Uscire senza fare il segno della croce mi dà un certo disagio, sarebbe come andarmene da casa di una persona cara senza salutare. Sono combattuta e indecisa. Ma il mio fidanzato mi ricorda con saggezza: “Facciamolo. Non è per due Dei diversi che facciamo il segno della croce oppure ci inginocchiamo verso la Mecca.”

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