1 – BENVENUTI IN KENYA

Standard

La partenza per il viaggio di nozze dei nostri sogni è fissata per la sera successiva al matrimonio. Ci aspettano venti giorni in una casa missionaria in Kenya.

I nostri genitori hanno un po’ paura di non vederci tornare, noi siamo certi che non torneremo. Elisabetta e Alessio come sono adesso hanno le ore contate. Prima di poter riprendere la nostra vita dovremo nascere nuovi e diversi: come i neonati avremo mani più piccole per afferrare meno oggetti, gambe più corte per muoverci più lentamente, corpi spogliati da tante esigenze false, spalle più deboli per portare meno preoccupazioni inutili, ma occhi più grandi per guardare meglio la realtà davanti a noi e teste più pesanti, perché piene di nuovi pensieri e nuove consapevolezze.

Trascorriamo una notte in un albergo vicino a Malpensa per partire molto presto la mattina seguente, poi voliamo per tutta la giornata e atterriamo a Nairobi alle 6 di sera. Ceniamo e dormiamo nella sede centrale dell’istituto missionario della Consolata, partiamo in auto per la missione di Mujwa la mattina dopo e la raggiungiamo nel primo pomeriggio.

L’ultima mezz’ora di viaggio scorre su strade di terra rossa terribilmente sconnesse tra campi di banani a perdita d’occhio, punteggiati da qualche gruppetto di due o tre case in legno scuro dipinto a righe.

Un camion percorre a cadenza regolare tutta la zona per acquistare le banane per conto delle grandi aziende di esportazione, pagando i contadini soltanto l’equivalente di tre euro e mezzo per ogni casco, grosso come un bambino di cinque anni. Moltissime famiglie vivono solo di questo. Ed è già qualcosa rispetto a zone ancora più povere: qui almeno l’acqua per irrigare non manca, anche grazie ai missionari che al loro arrivo hanno introdotto l’uso dei canali.

Le case in muratura sono un lusso per pochi, come anche l’acqua corrente (naturalmente non potabile se non dopo la bollitura), l’elettricità e qualsiasi tipo di elettrodomestico, che sia anche solo una stufa.

Nei dintorni della missione non ci sono veri e propri villaggi, ma le case sono sparse su grandi spazi. Ogni famiglia è proprietaria dei terreni che lavora, e nello stesso appezzamento costruisce le proprie case, alleva polli e capre e coltiva qualche altro ortaggio per la propria sussistenza.

Sulla strada principale qua e là ci sono alcuni negozi: edifici in pietra a un piano con la facciata variopinta, piccolissimi in confronto alla varietà impressionante di cose che vendono. C’è la sconcertante macelleria-riparazioni computer, il ristorante-parrucchiere e la copisteria-fruttivendolo-ferramenta dove finiamo per comprare una bombola di gas per la cucina della casa dei padri missionari, per non parlare del “general store” dove si trovano dalle caramelle ai sacchi di cemento da costruzione. Ricaricare il cellulare, poi, è possibile praticamente in tutti questi posti.

Le persone, e i bambini soprattutto, si voltano incuriositi al nostro passaggio e ci salutano allegramente, sia per la novità di vedere due bianchi che per la grande considerazione che tutti nutrono verso i padri missionari, tra i quali il nostro accompagnatore è il responsabile dell’intera vastissima parrocchia.

Qui quasi nessuno possiede un’auto oltre ai missionari, e gli unici veicoli che incontriamo sono alcune grosse moto vistosamente decorate e dotate perfino di radio sparata a tutto volume, tutte cariche di almeno tre persone: apprendiamo con grande stupore che si tratta di taxi.

Comunque, durante tutta la nostra permanenza quasi non passa un viaggio in auto senza che ci fermiamo per dare un passaggio a qualcuno: il nostro record sarà di nove persone e due quintali di materiale da costruzione su un landrover del sessanta.

La casa dei padri della Consolata, la grande chiesa parrocchiale, una scuola primaria, una scuola materna e alcuni uffici costituiscono il complesso centrale della parrocchia missionaria di Mujwa.

Poco lontano si trovano una scuola superiore femminile residenziale gestita dalle Sorelle dell’adorazione indiane, un dispensario farmaceutico e un orfanotrofio.

La casa dei padri rispecchia, in versione essenziale e moderna, la struttura di qualsiasi monastero: attraverso una porta in ferro si entra in un chiostro quadrato, circondato su un lato da un muro e sui restanti tre lati da un portico su cui si affacciano dieci camere, le sale comuni, una piccola e spartana cappella e i locali di servizio. Lo spazio centrale è un’esplosione colorata e rigogliosa di vegetazione locale: alte palme, bouganville di ogni colore, ibischi dai fiori grandi come mani aperte, aloe vera dalle foglie spesse e succose. Il tutto è abitato da stormi di piccolissimi uccelli gialli, gechi, libellule e pipistrelli ghiotti di zanzare, ma anche da creature molto meno gradevoli, come ad esempio uccelli estremamente rumorosi, calabroni e tarantole (“Tarantole? Figurati! In quarant’anni ne ho viste solo cinque, e sempre nel verde aperto! E poi di cosa ti preoccupi, non sono nemmeno mortali!” Disse il parroco prima che ne trovassimo due in casa nel giro di due giorni).

Al momento del nostro arrivo vivono a Mujwa quattro missionari.

C’è padre Vito Dominici, dal sorriso dolce, che in ottantacinque anni ha già fatto la sua parte di lavoro nella vigna del Signore ed è quasi completamente a riposo, anche perché la sua mente piena di troppi ricordi e troppe consapevolezze sta cominciando a rallentare, e il corpo che ha sopportato tante fatiche è diventato fragile e delicato. Dopo pochi giorni dal nostro arrivo, parte per trascorrere alcuni mesi a Torino e occuparsi della propria salute.

Poi c’è padre Giovanni Comaroni di ottant’anni, progettista, costruttore e tuttofare che ha imparato tutto all’università dell’esperienza e della necessità. La sua corporatura un tempo imponente è ora curva sotto il peso degli anni e del lavoro, dei capelli che devono essere stati rossi non resta che un accenno. Dei quattro è il più schivo e di poche parole, ma quando ci racconta che i primi tre viaggi di andata e ritorno dal Kenya li ha fatti ancora non in aereo ma in nave, siamo noi a restare senza parole: ci rendiamo conto di sedere a tavola con una pagina di storia, non di carta e inchiostro insensibile, ma viva e in grado di rispondere alle nostre domande. Anche lui, però, la settimana successiva al nostro arrivo viene chiamato da un’altra missione a Mombasa per un’autorevole consulenza su un progetto di costruzione.

Restiamo per tutto il resto del nostro soggiorno con i due padri spagnoli Gumersindo Ruiz e Enrique Rituerto.

Il primo ha sessantanove anni e un’espressione sempre indecifrabile sotto il groviglio grigio di barba, baffi e capelli. Dietro agli occhiali spessi, i suoi occhi castani scrutano la realtà pensosi, ma con perenne ironia. Alterna momenti di insondabile ritiro ad altri di grande cordialità, durante i quali si ferma volentieri a parlare con noi della sua vita e della complessa realtà africana e fa gesti di gentilezza come mostrarmi le proprie foto da giovane o spolverare il grande tavolo del salotto comune dopo aver visto che lo uso per studiare Kiswahili sui libri che lui stesso ci ha prestato. Ai pasti poi, spesso anziché sedersi si presenta solo per sparecchiare il proprio posto e ritirarsi con il misterioso motto: “chi non mangia, o ha mangiato o mangerà”.

Il parroco e responsabile della missione è padre Enrique, nato mentre volgeva al termine quella che avrebbe dovuto essere l’ultima guerra dell’umanità. Nell’espressione dei suoi occhi di un azzurro trasparente e nella sua padronanza dell’italiano perfetta e priva di inflessione si nota subito una grande intelligenza, tutta messa a frutto come i talenti affidati al servo saggio nella parabola. Appare alto appena quanto me, ma nella sua piccola persona trovano posto autorevolezza, lungimiranza, magnanimità, decisione, eloquenza e tutte le qualità che servono per gestire al meglio la complessa e delicata realtà della missione.

Non abbiamo conosciuto nessun missionario più giovane di lui. Oggi nessuno, sostiene, se la sente più di consacrare definitivamente la sua vita alla missione e di lasciare del tutto la propria vita: molti preti lo fanno per qualche anno, ma poi tornano in Europa. D’altro canto, l’obiettivo dell’opera missionaria non era mantenere le popolazioni nella dipendenza da essa, ma creare una nuova comunità cristiana locale indipendente e dotata di vita propria: questo si sta realizzando e ci sono molti giovani preti africani che progressivamente riescono ad assumere la gestione delle parrocchie.

Così vi ho presentato i quattro santi vivi che ho avuto l’onore di conoscere. Probabilmente le immagini dei loro volti non saranno mai vendute nei distributori automatici di santini all’interno del duomo di Torino. Probabilmente i loro nomi non saranno mai invocati nelle litanie che molte deliziose signore alternano quotidianamente a quella che inizia con “Mi i n-ghoe gnenti cuntra i negher neh, però…”. Ma non sono la morte e la parola di un papa a fare un santo, è ogni giorno della sua vita. In pochi posti come a Mujwa abbiamo visto il Vangelo, che non è un libro ma è un gesto, una parola, una scelta, un atto di generosità, un silenzio comprensivo, un sorriso.

In uno posto così e con preti del genere, perfino il rosario in latino, seguito dalla preghiera dei vespri e dalla lettura del martirologio romano con la sua truculenza enfatizzata dall’accento spagnolo di padre Gumersindo, diventano non un appuntamento pesante e obbligato, ma un momento della giornata gradito e atteso come una cordiale riunione familiare.

La levata mattutina è anticipata, il ritiro serale ancora di più: l’adattamento ai ritmi di questa casa ci riesce inaspettatamente piacevole. Le giornate scorrono prima lente, poi sempre più veloci. In quali modi, potrete leggerlo nei prossimi giorni.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...