La capacità di meravigliarci: Jean Valjean e l’ispettore Javert

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Un film, in poco tempo e con grande efficacia, è in grado di veicolare significati profondi, e perfino di illustrare in modo chiaro concetti di psicologia anche molto complessi. Il fatto che si apprendano queste nozioni senza leggerle su un tomo specialistico non significa che non possano entrare a far parte del nostro bagaglio di conoscenza, diventando così strumenti attraverso cui possiamo leggere meglio la realtà che ci circonda.

Ciò è talmente vero che più di una volta, durante le lezioni universitarie di psicologia, allo studio e alla spiegazione di un determinato argomento il docente ha accompagnato la visione di un film sul tema.

In una serie di articoli vorrei quindi guidarvi alla scoperta di nozioni psicologiche utili nella vita relazionale di ognuno di noi, attraverso l’analisi di personaggi cinematografici.

Anche se è ovvio che ho apprezzato tutti i film  di cui parlo e che li consiglio, NON SI TRATTA DI RECENSIONI, bensì dell’illustrazione di una coppia di personaggi. Solitamente ci sono il protagonista e il suo complementare, senza il quale l’analisi del protagonista stesso sarebbe soltanto parziale: tutto l’universo funziona per coppie di opposti-complementari, essendo questi due concetti inseparabili.

Vista la notevole articolazione e lunghezza di questa trama, mi concentrerò soltanto su quello che riguarda il rapporto tra i due personaggi in questione, tralasciando ogni altro avvenimento anche molto importante ai fini della storia nel suo complesso.

ATTENZIONE SPOILER: Anche se non racconto l’epilogo, non potrei scrivere questo articolo senza rivelare il finale della storia per quanto concerne l’ispettore Javert.

Film: Les Miserables (versione cinematografica del musical, 2012)

Interpreti: Hugh Jackman e Russel Crowe

Doppiatori italiani (solo per le parti parlate): Fabrizio Pucci e Luca Ward

les-miserablesSiamo in Francia nel 1815.

L’acerrima rivalità tra i due protagonisti ha inizio in una galera, dove il prigioniero 24601 (Jean Valjean) sta scontando l’ultimo giorno di 19 anni di lavori forzati per aver rubato un pane.

Nel rilasciarlo, la severa guardia Javert, gli consegna un documento che lo etichetta come un pericoloso criminale e gli impone un’ulteriore condizionale.

La libertà riconquistata è soltanto solitudine, smarrimento ed emarginazione per Jean Valjean.

Quando finalmente trova ospitalità per la notte presso un vescovo, non trova altra alternativa che derubarlo dell’argenteria e fuggire prima dell’alba, ma viene catturato dalla polizia e ricondotto davanti al vescovo. Con enorme sorpresa di Jean Valjean, questi afferma di avergli donato di sua volontà gli argenti, e che anzi il suo ospite nella fretta di partire ha dimenticato di prendere con sé i pezzi migliori, due bellissimi candelabri che il vescovo toglie dal suo tavolo e aggiunge al sacco del fuggitivo.

Partiti i poliziotti, il vescovo raccomanda a Jean Valjean di fare tesoro del loro incontro, che è parte di un più alto disegno di Dio, e di utilizzare quelle ricchezze per diventare un uomo onesto.

L’ex ladro, ritiratosi in chiesa a pregare, lascia che la sua vecchia identità si sciolga come neve al sole del perdono e si redime completamente.

Passano 8 anni e Jean Valjean, sotto il nuovo nome di Monsieur Madeleine, è diventato proprietario di una fabbrica e sindaco di una piccola cittadina.

Il suo passato più buio sarebbe sepolto se non fosse per l’ispettore Javert, che si trova casualmente a prestare servizio in quello stesso paese. Un giorno Valjean salva la vita di un carrettiere sollevando la pesantissima trave che gli era caduta addosso, dando così prova di una forza sovrumana: mentre la folla è ammirata, Javert riconosce in lui il galeotto dalla prestanza altrettanto eccezionale al quale aveva ordinato per puro sfregio di sollevare l’albero di una nave.

Da questo momento in poi inizia una caccia spietata e senza esclusione di colpi, in cui l’ispettore giura di catturare Valjean a tutti i costi per aver violato la condizionale e di restituirlo a quella che lui chiama giustizia: il protagonista è costretto per sempre ad una vita da fuggitivo.

Molte volte Javert sarà sul punto di prendere Valjean, ma questi riuscirà sempre a sfuggirgli.

Passano altri 9 anni e ci ritroviamo a Parigi, dove sta per scoppiare una violenta rivoluzione.

Sia Javert che Valjean si infiltrano tra i ribelli: il primo per carpire informazioni da passare all’esercito governativo, il secondo per proteggere la vita di un giovane rivoluzionario di cui sua figlia è innamorata e ricambiata.

Javert viene presto smascherato e legato dai ribelli, in attesa di decidere cosa fare di lui, e poco dopo proprio a Valjean viene dato il compito di ucciderlo.

La fiamma del perdono accesa nel cuore del protagonista dai candelabri del vescovo è ancora ben viva: pur avendo l’occasione di porre fine alla sua penosa fuga e di far tacere per sempre l’unica persona a conoscenza del suo scomodo passato, Valjean lascia andare l’ispettore e spara in aria per simulare di ucciderlo.

Javert è profondamente sconvolto: deve la vita al “criminale” della cui cattura aveva fatto la sua ragione di vita. Incapace di tollerare questa contraddizione, si suicida dopo aver cantato sulla stessa melodia di Valjean nel momento della sua redenzione.

Non conoscevo per niente la trama prima di vedere il film: nel vedere Javert gettarsi a capofitto nella Senna da un ponte, ho provato un enorme senso di vuoto, quasi di tradimento. Pur rendendomi conto a posteriori che nel corso del film numerose allusioni preludono a questo gesto, sono rimasta assolutamente spiazzata.

Perchè ha agito così? Perchè non è stato in grado di ricevere lo stesso perdono che aveva trasformato Valjean da un rifiuto della società ad un personaggio pubblico stimato?

Perchè non ha saputo meravigliarsi.

Javert è un uomo inflessibile, animato da un ideale di giustizia che non è equità ma giustizialismo.

Durante il più pericoloso dei loro scontri, confessa a Valjean di essere nato in una prigione: è probabilmente il rifiuto delle sue origini il motivo di tanto morboso attaccamento al proprio ruolo di giudice, controllore, pubblico ufficiale e paladino dello status quo della società. Il suo appiattimento sul proprio ruolo è tale che Hugo ha scelto di non dargli un nome di battesimo, a sottolineare come i suoi elevatissimi ideali morali siano un misero guscio vuoto.

Non ha saputo lasciarsi attraversare dalla rivoluzione. Ha preferito abbandonarsi alla morte piuttosto che al cambiamento profondo di tutto ciò in cui credeva.

Jean Valjean invece si è lasciato travolgere dall’inatteso e dal rinnovamento. Il mutamento fa molta paura, per questo appena uscito di prigione, emarginato dal mondo per quasi vent’anni, solo al mondo e privo di tutto, non ha saputo far altro che commettere un altro reato. Reinventarci ci spaventa così tanto, che spesso preferiamo diventare proprio ciò che gli altri credono che siamo, e appiattirci nei ruoli emarginati e svalutanti in cui gli altri ci pongono. Certo, è più facile. Ma ecco che arriva la nostra occasione di riscatto, e che ci crediamo o no, arriva sempre: basta saperla cogliere, e questo non è scontato.

La redenzione, il mutamento e la trasformazione di sé in qualcosa di più completo implicano sempre la capacità di stare al gioco con la vita: dobbiamo saper accogliere le sorprese che ci offre, saperle riconoscere come doni e non come tradimenti, e soprattutto dobbiamo saper tollerare le contraddizioni che convivono inevitabilmente dentro ad ognuno di noi.

Il giustizialismo maniacale di cui è prigioniero Javert sono le nostre abitudini, le nostre convinzioni radicate, i nostri giudizi, la scarsa fiducia che abbiamo in noi stessi e nelle nostre potenzialità di crescita.

Se non sappiamo stare al gioco delle sorprese che la vita ci propone, potranno capitarci sotto il naso le occasioni più splendide, ma noi resteremo sempre fermi a lamentarci del fatto che “non ci succede mai nulla”, che “certe cose accadono solo nei film” e che “siamo senza speranza”.

Di contro, le lacrime che Jean Valjean versa sull’altare della chiesetta dopo aver ricevuto l’argento dal vescovo sono lacrime della fatica di reinventare se stesso, della vergogna per i propri sbagli, della paura della novità e del futuro. Ma sono anche lacrime della gioia di rinascere proprio quando sembrava possibile solo morire.

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