2- LEZIONI DI REALISMO

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Con il passare dei giorni a Mujwa abbiamo lentamente cominciato a capire come funzionano le cose alla missione. L’Africa ci ha dato numerose lezioni, e vorrei raccontarvi nei prossimi articoli il poco che ne ho capito.

Forse, lo riconosco, eravamo partiti con una mentalità un po’ “americana” da salvatori, da risolutori di problemi, da attivisti.

Certo, è indispensabile avere voglia di fare e di mettersi in gioco e sicuramente quella non ci è mai mancata. Quello che avevamo scordato di mettere in valigia era però qualcosa di immaginabile come una scatola vuota. Che senso ha, direte, far entrare una scatola vuota in valigia e sprecare dello spazio prezioso, quando si potrebbe usarlo per portare due magliette in più ai bambini dell’orfanotrofio?

Ha senso invece, in occasione di un viaggio come questo, lasciare posto nella propria valigia interiore a un piccolo spazio vuoto, nel quale si possono trovare silenzio, pause per ascoltare e per riflettere, e nel quale si potranno riporre per sempre i tanti stereotipi sull’Africa che ci cadono di dosso a contatto con essa.

La maggior parte dei bambini che abbiamo incontrato avrebbero certo avuto beneficio da una maglietta in più, ma ciò di cui hanno più bisogno non si può regalare, solo restituire come qualcosa che a loro già appartiene, ma è stato ingiustamente rubato.

Ciò di cui hanno più bisogno è la fiducia di essere i proprietari e i direttori del loro presente e del loro futuro, sentimento di cui i loro bisnonni hanno avuto la fame più devastante.

Il regime coloniale inglese, durato circa dal 1890 al 1963, ha ridotto questa gente alla povertà che non è, come ci dà a intendere la nostra cultura consumista, soltanto la mancanza di beni materiali, ma è anche e soprattutto la mancanza del bene che si vuole a sé, alla propria cultura, al proprio modo di essere.

Le grandi potenze europee ( noi compresi, fortunatamente con scarso successo) si spartirono questa terra pulsante di vita con la stessa spregiudicatezza e leggerezza con cui voi ed io giochiamo a Risiko.

Gli inglesi chiamavano l’opera di colonizzazione “l’incombenza dell’uomo bianco”: il dovere, quasi, di appropriarsi in modo completamente arbitrario di un Paese, delle sue risorse e della sua gente, per imporre il proprio superiore sistema culturale ritenuto l’unico giusto, vero, sensato e valido; era quindi il minimo che potessero pretendere, in cambio di tanta magnanimità, spremere il sangue di quella gente e di quella terra per arricchirsi.

I kenyani erano visti come arretrati, primitivi, grezzi. Certo, le loro condizioni di vita non erano agiate come quelle degli inglesi, ma avevano una ricchezza che qualsiasi tiranno perde nel momento in cui diventa tale: l’umanità e la dignità. Infatti, quasi sempre il primo pensiero degli africani di fronte ai primi coloni fu quello di offrire loro un pasto e un letto dopo il lungo viaggio da cui evidentemente arrivavano.

I pensieri degli inglesi però erano ben diversi: si stabilirono nelle terre più ricche d’acqua; assunsero a titolo assolutamente arbitrario il governo del Paese tramite alcuni impiegati nativi, spodestando l’autorevolezza millenaria degli anziani e dei capi-villaggio; istituirono la segregazione razziale (contro i neri che erano a casa propria! Se non avete la pelle d’oca fatevi delle domande); proibirono agli africani di coltivare tè e caffè, attività molto redditizie che monopolizzarono lasciando ai locali una mera agricoltura di sussistenza; nelle loro opere di costruzione e nei loro latifondi impiegarono la manodopera locale in condizioni di grave sfruttamento, quando non di vera e propria schiavitù; arruolarono centinaia di migliaia di giovani uomini a combattere per giochi di potere a loro estranei nella prima guerra mondiale. E’ stata proprio questa la goccia che ha fatto traboccare il pesante vaso caricato sulle spalle dei Kenyani: a partire dagli anni venti l’aria ha cominciato a vibrare di invocazioni alla libertà.

Dopo questa divagazione (di cui vi chiedo scusa, ma quando sento certe cose mi infervoro) è facile capire che questa gente, pur mancando di tutto, ha bisogno soprattutto di sentirsi padrona indipendente di se stessa, della propria vita e della propria terra.

Mai come in queste settimane ho constatato quanto è vero il detto: “Dai un pesce a un uomo e l’avrai sfamato per un giorno, insegnagli a pescare e l’avrai sfamato per tutta la vita”.

In Europa si sente spesso dire che gli Africani sono fannulloni, disonesti e privi della minima lungimiranza. Chi lo sostiene è liberissimo di prendersi un giorno di ferie pagate dalla sua onestissima poltrona fissa statale con aria condizionata polare incorporata e di venire a esternare questo suo pensiero alla prima anziana donna che riesce a scorgere su queste strade tra le nuvole di polvere rossa all’alba, mentre va fino a sera inoltrata nei campi a piedi scalzi, con una vanga su una spalla e un nipotino sull’altra. Probabilmente si sentirà rispondere con una risata sdentata e una scrollata di capo prima di veder tornare la signora a faccende più importanti: lei non ha più bisogno della sua pietà di quanto ne abbia del suo giudizio affrettato.

Questa gente ha visto la propria coscienza di sé svuotata dal di dentro dai colonizzatori come il legno di una trave divorato dalle termiti che rimane esternamente intatto fino all’istante in cui la casa-comunità crolla. Ora si sta faticosamente rimettendo in piedi, ma non li aiutiamo regalandogli una casa nuova già fatta.

Per aiutarli dobbiamo unirci pazientemente a loro nella ricostruzione, perché anche se hanno debellato le termiti di ieri che si chiamavano inglesi, loro e soltanto loro posono debellare le termiti di oggi e quelle di domani che si chiamano corruzione locale, violenza politica, carenza di infrastrutture, lotte tribali.

Un intervento di aiuto, anche pensato con le migliori intenzioni, non può funzionare se viene calato dall’alto senza che la comunità senta la propria responsabilità e il proprio merito nella sua realizzazione.

Come ci ha mostrato un missionario, la gente di una frazione è più affezionata a una piccola chiesa interamente di lamiera realizzata grazie alle proprie piccole offerte, che alla grande chiesa parrocchiale in pietra costruita dai padri della Consolata. Tuttavia, nonostante la amino hanno in programma di smantellarla perché ne stanno costruendo una in pietra accanto: il sabato e la domenica tralasciano un po’ i campi e le bestie per lavorare in prima persona alla sua costruzione, in modo completamente autonomo e volontario, tanto che i missionari stessi si sorprendono dei progressi ogni volta che visitano la zona.

Al contrario, qualche tempo fa le suore che gestiscono il dispensario scoprirono che alcuni pazienti buttavano via i farmaci ricevuti. Probabilmente queste persone hanno pensato che un oggetto dato senza un prezzo fosse anche senza valore: scaduto o fasullo magari, insomma uno scarto dei bianchi rifilato a loro per condiscendenza. Questi inconvenienti non si sono più verificati da quando il dispensario richiede per i farmaci il pagamento di una piccola somma quasi simbolica.

Nello stesso modo avviene alla scuola della missione: circa la metà dei bambini viene mantenuta agli studi da benefattori italiani o locali, ma anche in questi casi la famiglia, pur se povera, è tenuta a pagare un quarto della somma. Questo non è per tirchieria dei missionari, ma per non togliere alle famiglie la responsabilità verso i loro figli ed evitare un atteggiamento di disinteresse e delega circa la loro formazione.

Facendo un altro esempio, nella maggior parte dei casi a chi viene alla missione a chiedere un aiuto economico viene offerto qualche piccolo lavoro. Questo non perché la missione si approfitti dei parrocchiani in difficoltà, ma per restituire loro un senso di padronanza e non di vittimismo: sentirsi in grado di dare e di essere utili, e non solo di chiedere e ricevere fa parte della dignità umana.

Tutto questo non significa che i missionari non abbiano il discernimento e la prontezza di valutare ogni caso singolarmente: più di una volta la missione ha mantenuto giovani particolarmente brillanti agli studi universitari, costosi quasi quanto in Italia, oppure ha soccorso famiglie che avevano avuto la casa bruciata, evento estremamente comune.

E naturalmente non è rimasta inascoltata la richiesta della mamma che si presentò a padre Enrique quasi in lacrime pregandolo di darle 50 scellini per comprare della cancelleria al figlio che stava per sostenere l’esame di scuola primaria. Questa donna non aveva a disposizione in casa l’equivalente di 50 centesimi di euro.

Dalla sera in cui abbiamo ascoltato questo episodio, ci vergogniamo profondamente per le volte che in passato abbiamo anche solo pensato con frustrazione e preoccupazione all’economia della nostra neonata famiglia.

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