5 – LEZIONI DI FUTURO

Standard

Durante la nostra permanenza a Mujwa, passiamo molto tempo alla scuola primaria in compagnia di professori e allievi.

Il sistema scolastico keniano, diffuso fino alle campagne più sperdute, prevede tre anni di scuola materna, 8 anni di scuola primaria con un importante esame finale e 4 anni di scuola secondaria. Le università per ora si trovano solo nelle grandi città.

La scuola della missione è privata, si chiama S.Eugenia, comprende materna e primaria e, come la maggioranza delle scuole qui, dà la possibilità agli studenti di risiedere a partire dalla quarta primaria.

Se questo a noi può sembrare eccessivo e inutile per dei bambini di nove anni, dobbiamo però tenere conto del fatto che la realtà locale è differente dalla nostra.

Molto banalmente, risiedere a scuola libera i bambini dalla necessità di percorrere chilometri di strade di polvere ogni giorno, spesso da soli o accompagnati soltanto da altri bambini fin dalla più tenera età; assicura loro tre pasti al giorno, cosa purtroppo non scontata, e la possibilità di vivere in un edificio in muratura fornito di acqua corrente, servizi al chiuso e elettricità, tutte cose che qui sono quasi “lussi” per pochi.

Ma il punto centrale è un altro: la cultura keniana ha una concezione molto diversa dalla nostra riguardo ai bambini, e la presenza di una media di cinque figli per coppia è sia causa che effetto di questo.

Avere figli è certo vista come la più grande gioia della vita, ma al contempo come un evento molto più naturale e forse un po’ meno ansiogeno rispetto alla società italiana, dove al desiderio di dare al bambino tutto il possibile sia in senso materiale che affettivo, troppo spesso fa da rovescio della medaglia un presunto dovere di tenerlo sotto una campana di vetro, risparmiargli ogni fatica, ogni responsabilità, ogni minima frustrazione.

Purtroppo la realtà italiana ci dimostra che un bambino viziato non si trasforma nell’adulto felice che i genitori immaginano con tutte le loro buone intenzioni, ma in un giovane impreparato a prendere il largo nel mare della vita: sfortunatamente di questi tempi il nostro è in tempesta, le difficoltà si fanno più forti ed ecco che sempre meno coppie si sposano, sempre meno bambini nascono e sempre più gente vive con i genitori fino alle soglie degli enta e degli anta.

In Kenya la situazione è completamente ribaltata: i bambini vengono maggiormente responsabilizzati in molti sensi, nella cura autonoma di sé, in piccoli lavori domestici e nel profitto scolastico. Questo non significa che i bambini subiscano vere e proprie forme di sfruttamento lavorativo, pressoché scomparso con l’ottima diffusione capillare della scuola, e nemmeno che non abbiano il giusto tempo per giocare, ridere e stare insieme: due, tre, quattro ore al giorno tolte alla televisione fanno miracoli.

E così gli studenti residenti a S.Eugenia lavano il proprio piatto dopo ogni pasto e i propri vestiti ogni sabato, e conducono una vita quotidiana dove i giorni sono scanditi con ritmi di studio, attività, svago e sonno piuttosto impegnativi, mentre due insegnanti alla volta secondo turni settimanali restano completamente a loro disposizione e vigilano sulla loro sicurezza 24 ore al giorno.

Gli insegnanti sono tutti locali e tutti molto giovani.

S. Eugenia è la sesta scuola migliore della provincia, su più di cento istituti pubblici e privati.

Nelle scuole del periodo coloniale, a 4 anni iniziali dedicati esclusivamente alle basi della letto-scrittura e dell’aritmetica seguivano corsi professionali volti a formare buoni schiavi, pardon, lavoratori, e gli africani erano ritenuti dai bianchi assolutamente incapaci di accedere agli studi superiori e alle materie astratte.

Nella giovane nazione che è ora il Kenya, indipendente da meno di 50 anni, le cose non potrebbero essere più diverse: per molti aspetti la scuola che abbiamo visto noi è molto migliore di quella italiana! Due sono i termini di paragone che ci hanno fatti vergognare di più: lo studio delle lingue e l’educazione civica.

Chi di noi alle elementari ha avuto un libro di educazione civica che avesse perso l’odore di carta intonsa scagli la prima pietra. L’educazione civica, la storia recente e contemporanea e le scienze sociali nella nostra istruzione di base sono buchi ben più grossi e molto più imbarazzanti di quelli che la maggior parte di questi studenti ha sulla divisa: i risultati nella società attuale non potrebbero essere più evidenti.

A S.Eugenia vengono dedicate con estrema serietà molte ore di insegnamento alla politica, alle vicende e alle personalità storiche dell’ultimo secolo, alle caratteristiche del Kenya e alle sue potenzialità, all’importanza della salvaguardia del patrimonio naturale e degli animali, ai vantaggi e ai problemi legati al turismo, ma anche a valori e ideali umani e sociali insegnati sì con il linguaggio della religione, ma di una religione tutt’altro che fine a se stessa.

Ogni bambino keniano, poi, cresce almeno trilingue: prima c’è la lingua madre, quella della tribù dei Meru; a partire dalla materna il Kiswahili, parlato in tutta l’Africa orientale e agevole per la sua somiglianza con il Kimeru; dalla seconda elementare in classe si parla solo inglese, competenza molto vantaggiosa nell’attuale mondo globalizzato che funge da magra consolazione in confronto alle aberrazioni dell’epoca coloniale.

Ci viene proposto di aiutare i ragazzini di ottava, ovvero di terza media, nel ripasso generale in vista dell’esame finale che nella cultura keniana decreta l’ingresso nell’età adulta. Entusiasti, ci mettiamo all’opera con matematica, scienze e inglese, salvo scoprire che questi tredicenni l’inglese lo sanno meglio di noi e sono tutti molto ben preparati.

L’unico esercizio da cui trarrebbero molto beneficio è la composizione scritta, la prova più difficile dell’esame di inglese. Propongo allora alla classe di scrivere un breve tema su un argomento che sia di loro interesse, e prima di dare inizio alla stesura chiedo di condividere ad alta voce l’argomento scelto. Mi aspetto di sentir nominare sport, attività, generi musicali e simili, ma vengo spiazzata dall’estrema risolutezza e serietà con cui un ragazzino risponde: la giustizia sommaria.

Titus è magro e minuto, con occhi grandi e vispi perennemente intenti a saziarsi dello spettacolo del mondo e della conoscenza. Siede sempre in prima fila e fare domande non lo imbarazza, sembra anzi una delle sue attività preferite, nonostante se la cavi piuttosto bene anche con le risposte.

Nel racconto che quindici minuti più tardi leggerà alla classe, un ladro viene pestato da una folla inferocita che se ne va solo quando crede di averlo ucciso, fortunatamente a torto, e il pronto arrivo della polizia gli salva la vita.

Più tardi manifesto la mia sorpresa a padre Enrique, che era con me in classe: così lui mi racconta che l’anno scorso il padre di Titus era stato sospettato di aver ucciso un uomo, e prima che la giustizia, o ciò che ogni nazione ha di più simile ad essa, potesse anche solo iniziare il suo corso, è stato assassinato a sua volta in circostanze misteriose.

Per proteggere le più innocenti tra le vittime di questa vicenda, ma anche per mandare alla comunità un forte messaggio di pacificazione, da allora la missione mantiene agli studi a S. Eugenia sia Titus che il figlio del primo uomo ucciso.

In un presente dove situazioni simili si trovano dietro a ogni uscio, è possibile immaginare un futuro migliore per il Kenya?

Se la risposta è sì, questo lo si deve solo e soltanto ai bambini, che sono poi la metà dell’intera popolazione del Paese.

Il giorno dopo, mentre lasciamo l’aula al termine delle lezioni, Titus mi si avvicina e mi chiede con un sorriso timido che mestiere facciamo io e Alessio. Dopo avergli risposto, gli chiedo dei suoi piani per il futuro dopo la scuola primaria. Mi dice che vuole diventare un prete. Lo dice con sicurezza e senza esitazione, ma parlando sottovoce, come se mi stesse mostrando un oggetto prezioso e antico che va maneggiato con delicatezza e attenzione.

Nella nostra Italia, vecchia in tutti i sensi, nel bene e nel male, è difficile rendersi conto di quanto la scuola sia importante in Kenya, per valorizzare l’enorme forza di questa nazione e costruire un cambiamento gestito in prima persona dalla popolazione.

E’ quindi essenziale aiutare le famiglie a sostenere il costo di un’istruzione di eccellenza, che se nel contesto dell’economia locale è altissimo, in Italia è più che sostenibile perfino nel bilancio di una giovane coppia che pur essendo mezza disoccupata, da queste lezioni di futuro ha imparato a guardarsi avanti con un po’ di ottimismo in più, ma anche, perché no, con un po’ di sana autocritica.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...