Digressione

Alla missione di Mujwa, oltre ai missionari, vive stabilmente da decenni anche Daniele.

Si è costruito una casetta affacciata sul cortile principale della missione, tra la casa dei padri e gli uffici della parrocchia e della scuola, dove vive in compagnia di due cani.

I locali lo chiamano Makelele, ovvero “Chiassoso”: infatti è costretto a parlare sempre a voce molto alta per la sua parziale sordità, causata dal continuo uso dei farmaci antimalarici.

Ma non è questo il momento di dilungarmi sull’indubbia utilità di farmaci che, oltre a provocare raramente danni gravi e permanenti, danno comunemente effetti indesiderati identici ai sintomi della malattia stessa.

Apparentemente schivo e burbero, Daniele ci accoglie facendoci trovare a tavola un’ottima pizza la sera del nostro arrivo, ma ci racconta la propria storia solo molti giorni dopo.

E’ fratello di un missionario, ma lui non ha pronunciato alcun voto, e in un certo senso proprio questo dà ancora più valore a ciò che fa giorno dopo giorno.

Era un benestante imprenditore veneto e presidente di una squadra sportiva, ma ha lasciato tutto per la missione.

Gestisce una falegnameria a Mujwa, dando lavoro anche a una decina di operai.

Con le proprie sostanze e i proventi di una onlus da lui fondata in Italia, ha guidato la costruzione nei dintorni di ben tre scuole e un orfanotrofio.

E’ quest’ultima la “casa” che occupa, insieme alla falegnameria, gran parte del suo tempo e dei suoi pensieri, e insieme a lui andiamo a visitarla.

L’orfanotrofio di S. Patrick si trova a meno di un chilometro dalla sede della parrocchia, e ogni giorno alcuni dei ragazzi più grandi vengono ad attingere acqua potabile dalla sorgente che si trova proprio nel terreno della missione. E’ un lavoro pesante, ma presto un tubo porterà l’acqua potabile direttamente là. Sì, perché la costruzione dell’orfanotrofio è in continua evoluzione e non è mai compiuta una volta per tutte, proprio come dovrebbe essere quella della nostra persona.

Vivono qui circa cinquanta bambini, ognuno con una storia diversa ma tutti con storie simili: una malattia, spesso l’aids, ha portato via i loro genitori, oppure la loro mamma nonostante gli sforzi non ce l’ha proprio fatta a crescerli da sola.

Quello delle madri single è un problema sociale forte in Kenya, dove il rispetto per le donne e i doveri dell’uomo in una relazione di coppia non fanno parte dei valori tradizionali, ma si stanno faticosamente affermando non solo grazie all’evangelizzazione, ma anche ad un cambiamento generale della cultura e del senso comune non molto diverso da quello che è avvenuto in Italia più o meno l’altro ieri.

E’ una madre single anche Scolastica, la direttrice dell’orfanotrofio, che ha preferito crescere la sua bambina qui piuttosto che a casa di un marito che le dava più preoccupazioni e incombenze della piccola.

A parte lei e il cuoco Pius, che è cresciuto qui fino a diventare adulto, non c’è altro personale residente e per questo motivo purtroppo l’orfanotrofio non può ospitare bambini più piccoli di due o tre anni.

Crescendo, normalmente i ragazzi restano qui fino alla maggiore età, momento in cui fortunatamente, grazie alle leggi della nuova costituzione approvata pochi anni fa, quasi tutti riescono ad entrare in possesso del terreno di famiglia che spetta loro e a intraprendere dignitosamente una vita autonoma.

La più piccola si chiama Rossella, e guardandola mi sembra incredibile che l’animale più feroce e pericoloso di tutti, che siamo noi, possa mettere al mondo cuccioli così belli. Chissà cosa un giorno riaffiorerà dal suo passato ad affaticare il suo sorriso a fossette assolutamente contagioso. Per adesso però ride e sgambetta, vezzeggiata da tutti.

Daniele parla con tutti i locali un inglese approssimativo punteggiato da esclamazioni venete, ma non c’è lingua al mondo che non sia insignificante in confronto all’alfabeto universale della tenerezza e dell’affetto: è questa la vera lingua con cui comunica con tutti i “suoi” bambini.

E’ sabato, giorno di ferie dalla scuola e soprattutto giorno di bucato: in questa grandissima famiglia, ognuno fa la sua parte.

Sulle siepi e sui prati che decorano il cortile davanti alla costruzione principale sono stese in bell’ordine divise scolastiche di tre o quattro scuole diverse: tutti i bambini frequentano uno degli istituti dei dintorni.

C’è chi stende e chi spazza, c’è chi impasta piadine e chi le cuoce, mentre tre ragazzine sugli undici anni sbucciano una cesta di patate cantando una filastrocca molto popolare che abbiamo già sentito alla scuola.

Sono i ragazzi più grandi a occuparsi quasi completamente dei bambini più piccoli: fanno il bucato per sé e per loro, li aiutano a lavarsi, collaborano tutti insieme per le faccende domestiche e si comportano come tanti fratelli maggiori. I piccoli, dal canto loro, imparano gradualmente ma velocemente a rendersi autonomi e a dare il loro contributo.

I più grandi, che frequentano le ultime classi della scuola primaria (ovvero le nostre medie) oppure l’hanno già completata, si occupano anche degli orti e degli animali con cui si sostenta la famiglia di S. Patrick stessa.

Se tutto ciò può sembrare crudele, va compreso considerando il contesto in cui avviene, come ci spiega Daniele. Questi bambini non sono in lista per l’adozione, la loro vita è e sarà sempre qui a Mujwa, dove la vita funziona secondo logiche diverse dalle nostre, ma delle quali forse i nostri nonni ricordano qualcosa. Sarebbe irrealistico, oltre che dannoso per loro stessi, crescerli in un ambiente troppo ovattato senza che imparino gli stessi lavori che tutti i loro coetanei in famiglia imparano.

Tutto questo non significa che S. Patrick, a poche centinaia di metri dalla scuola di S.Eugenia edificata interamente da benefattori italiani, sia lasciato senza aiuto.

Anzi, le persone che dall’Italia hanno a cuore le sorti di questi bambini sono così tante che Daniele sta arredando, ovviamente con la propria falegnameria, un piccolo appartamento adatto alla permanenza di una famiglia anche con bambini piccoli che venisse a visitare la zona. Per inciso, il mantenimento di uno di questi bambini non costa che ottanta centesimi di euro al giorno.

Lasciamo S. Patrick con il sentimento di una scoperta dolce e piacevole. Daniele, Scolastica, Pius, i bambini: tante persone che non avevano una famiglia si sono trovate fra loro e ne hanno formata una. Tante altre forse saranno più normali e più agiate, ma questa ci ha insegnato qualcosa in più su cosa siano l’amore e la dedizione.

6 – LEZIONI DI FAMIGLIA

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