7 – LEZIONI DI ALLEGRIA… E DI ORGOGLIO

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Una delle cose dell’Africa che ci resterà di più nel cuore sarà sicuramente la forte spiritualità di questa gente.

Avevamo già sentito parlare delle messe africane, ma non c’è racconto che renda giustizia a ciò che sono.

Avevamo sentito dire che durano due ore ed è vero, ma la cosa sorprendente è come queste due ore non conoscano noia o impazienza, nemmeno quando la messa è celebrata in una lingua di cui non capiamo una parola! Com’è possibile questo? E’ semplice.

La messa domenicale è un giorno speciale vissuto davvero come tale. Sentita da tutti con un appuntamento importantissimo, è un trionfo di gioia e di voglia di stare insieme.

Adulti, giovani, anziani e bambini indossano i loro vestiti migliori e gran parte di loro arriva in chiesa molto prima dell’inizio della funzione.

La messa si apre con una piccola processione che accompagna il prete e i chierichetti dal fondo della chiesa all’altare: come avviene anche qui, direte voi. Non proprio, a meno che non abbiate visto in Italia una trentina di persone avanzare lungo una navata come un corpo solo a vivaci passi di danza e cantando, tra gli allegri sproloqui dei tamburi e il battimani di tutti i presenti.

La processione danzante si ripete al momento della prima lettura, quando la Bibbia viene tolta dal leggìo e lì viene subito riportata con solennità, e una terza volta al termine dell’offertorio, per portare all’altare quanto i fedeli hanno donato per il sostentamento della missione: denaro, ma anche uova, verdure dell’orto e perfino polli vivi.

Anche la preghiera dei fedeli si svolge con una spontaneità che la nostra fede da secoli istituzionalizzata e talvolta banalizzata ha perso: chi lo desidera sale all’altare e a turno si esprime, e l’elenco delle intenzioni da dire è scritto solo sul suo cuore.

La celebrazione si chiude con una coreografia cantata ancora più elaborata delle precedenti, eseguita davanti all’altare e coronata da un meritato applauso.

Il ballo fa così profondamente parte della cultura di questo popolo che sarebbe impensabile fare qualcosa di così importante come una messa senza di esso.

Il momento finale che da noi è riservato solo al prete per comunicazioni e annunci di interesse parrocchiale, qui è aperto a chiunque abbia qualcosa da raccontare o proporre alla comunità: un nuovo progetto per finanziare borse di studio, una raccolta fondi per costruire una chiesa dove i fedeli si riuniscono sotto gli alberi, aggiornamenti sull’andamento di un progetto di sviluppo. A volte capita che questo momento duri quasi quanto il resto della messa!

E non si creda che tutto questo fervore si esaurisca solo al momento della celebrazione eucaristica,: a differenza di molti di noi, qui nessuno uscendo dalla chiesa lascia e dimentica Cristo appeso alla sua croce dipinta, quasi fosse un ombrello reso inutile da una temporanea schiarita. Qui ognuno fa la sua parte nella fatica di tirarlo giù, lo porta a casa con sé e lo fa risorgere tutti i giorni.

Dio è presente con estrema naturalezza non solo nelle preghiere, ma in ogni momento e aspetto della quotidianità. Nei discorsi, nei saluti, nei pensieri, perfino negli slogan dipinti a lettere fiammeggianti sulle testate dei camion e dei pullman: Dio qui non è mai lasciato in un angolo, è sempre parte integrante di tutto e fondamento di tutto.

Qui nessuno si vergogna di credere in Dio! Che faccia farebbero queste persone se sapessero che per noi è diventato quasi un segno di debolezza, di ignoranza, qualcosa di vecchio, un soprammobile antiquato che non si adatta più alle nostre case moderne ed efficienti.

Salvo poi tornare di moda quando succede qualcosa di doloroso e inspiegabile, allora gridiamo: “se Dio esiste, come ha potuto permettere questo?”. Ma ieri l’abbiamo rifiutato, l’abbiamo dimenticato in un cassetto e lui ha rispettato la nostra decisione perché ci ha creati liberi.

Il ragno costruì una ragnatela enorme, così perfetta, così bella che non si stancava di ammirarla, soprattutto quando le gocce di rugiada la facevano sembrare coperta di effimere perle che sparivano dopo pochi minuti. Ma c’era un filo che rompeva quell’armonia creata da lui e solo da lui, un lungo filo che andava dritto verso l’alto e stonava tra le geometrie oblique del suo lavoro. Il ragno decise di tagliarlo, senza ricordarsi che quello era il filo da cui era sceso all’inizio della sua vita e dal quale aveva iniziato la sua costruzione. Si rese conto che quel filo sorreggeva tutto il resto solo dopo averlo reciso, mentre la sua casa si accartocciava sopra di lui e lo imprigionava come una mosca.

 

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