8 – LEZIONI DI CONDIVISIONE

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Durante la nostra ultima settimana di permanenza a Mujwa, la comunità viene rattristata dalla morte di un fratello di Christina, l’ottima cuoca della missione. Aveva solo 42 anni e lascia una moglie con due figli piccoli.

Il giorno del funerale, Alessio purtroppo è costretto a letto da quel male a cui nessun europeo scampa la prima volta che viene in Africa, così vado alla funzione solo con la segretaria della missione e un’insegnante della scuola.

I funerali in Africa si svolgono presso la casa del defunto, e sempre nel terreno adiacente avviene la sepoltura. Questo a qualcuno di noi può sembrare inquietante o sgradevole, ma io trovo anzi che tenere il defunto sempre presente vicino a sé sia una pratica molto umana, rassicurante sia per chi parte che per chi resta. In Africa nemmeno i morti sono mai soli.

Quando arriviamo, c’è più gente di quanta credevo ne abitasse tra queste distese di banani. Tutti sono già radunati intorno allo spiazzo a lato della casa, dove è stato allestito l’altare, scavata la fossa e posta al centro la bara chiusa.

Le poche sedie sono già occupate, la maggior parte della gente è in piedi tra gli alberi. Ci uniamo a loro, in una posizione né defilata né centrale, ma il parroco non appena mi vede mi fa cenno di avvicinarmi: usando il microfono mi presenta a tutti e mi invita a stare tra i familiari più stretti del defunto, seduti in fila di fianco all’altare, rivolti verso la folla.

Sono incredula di trovarmi improvvisamente al centro dell’attenzione in un momento così delicato della vita di qualcuno che conosco appena, quando vorrei essere un’ospite assolutamente discreta.

La fotografia del defunto incorniciata e posata sulla bara sembra guardare proprio me.

Inquieta e a disagio, non capisco come mai Padre Enrique mi abbia messa in questa situazione: ancora non lo so, ma lo capirò un paio d’ore dopo.

La messa ha inizio, nella lingua locale, tra canti più dimessi dell’usuale e senza danze.

I polli non smettono di razzolare nello spiazzo, sul cumulo di terra rimossa, sotto al cavalletto che sorregge la bara del loro padrone, ignari e incuranti di tutto ciò che accade agli umani.

Di tanto in tanto, accompagnato da un chierichetto, il prete cosparge la bara di acqua benedetta contenuta in una brocca di plastica, usando come aspersorio un mazzo di erba profumata.

Un bambino sui due anni mi si avvicina per guardarmi: noi bianchi siamo una rara stranezza, ci ho fatto l’abitudine in pochi giorni. Prima mi scruta timidamente, e altrettanto timidamente gli sorrido nonostante la situazione, poi finisce per appoggiarsi alle mie gambe. Quando sono sicura di aver capito che gli farebbe piacere, lo prendo in braccio e lo faccio sedere sulle mie ginocchia, dove rimane tranquillo per buona parte della lunga cerimonia. So che questo non è inappropriato negli usi locali: i figli, come ogni altra cosa, oltre che degli individui sono anche della comunità, più simile a una famiglia che alla folla solitaria delle nostre città. In Africa nessuno è davvero figlio unico, nemmeno i pochi che lo sono.

E questa comunità, nei giorni trascorsi qui, ci ha fatto sentire due europei inclusi e accettati con una naturalezza difficile da immaginare, e ancora più difficile da descrivere.

Durante la lunga predica Padre Enrique alterna al Kimeru qualche frase riassuntiva in inglese: anche qui, dove si riesce a stento a vivere, ognuno deve fare il possibile affinché la collettività sia pronta a condividere e alleggerire i carichi eccessivi che pesano sulle spalle di un suo membro.

Tutto questo purtroppo non è scontato, in un Paese dove i diritti della vedova e dei figli a rimanere nella casa coniugale e a ricevere l’eredità del marito sono stati riconosciuti solo dalla nuova costituzione del 2011.

Oltre al normale offertorio della messa, alla fine la cassetta viene di nuovo posta davanti alla bara, a interrogare la generosità dei presenti in favore della vedova e dei figli.

Alla messa segue una serie di elogi funebri pronunciati da diverse persone, ognuna a titolo di rappresentanza di un gruppo di cui il defunto ha fatto parte: la famiglia, la parrocchia, i colleghi di lavoro, un’associazione. In Africa non si è mai soli.

E’ il momento della sepoltura, e la gente si raduna attorno alla profonda fossa. Alcuni uomini vi entrano, altri sollevano la bara e la passano con cautela a quelli dentro, senza l’uso di corde.

Dopo alcune delicate e agili manovre, gli uomini escono dalla fossa arrampicandosi senza alcun aiuto. Il parroco benedice nuovamente la sepoltura, e i famigliari del defunto gettano sulla bara due semplici corone di fiori di buganvillea, una tonda e l’altra a forma di cuore.

Poi, molti dei presenti prendono una manciata di terra dal cumulo e la gettano, dicendo tra sé una preghiera o un’intenzione. Anche io, la segretaria della missione e l’insegnante lo facciamo.

Il defunto riceve dapprima a gentili manciate la terra nella quale torna a riposare, e solo dopo gli uomini prendono a gettarla nella fossa con i badili.

Molte piantine, sradicate intere dai dintorni, sono state portate e disposte in un mucchietto ordinato a lato della tomba. Sono piccole piante ornamentali e aromatiche, alcune conosciute anche in Europa e altre no.

Tutti ne prendiamo una e la ripiantiamo sul cumulo di terra, facendo prima un foro con le dita e compattando poi la terra intorno alle radici in modo che la piantina abbia ogni probabilità di attecchire e continuare a crescere.

E così, la tomba di un figlio, di un fratello, di un marito e di un padre diventa l’angolo più ornato e più fiorito del giardino. Una semplice croce di legno incisa sottolinea la natura sacra di ciò che abbiamo appena fatto.

Da questo momento in poi, l’atmosfera cambia in un modo netto e repentino che non so descrivere fino in fondo. Tutt’a un tratto tutti sembrano rilassati, addirittura sereni, come se non fosse un funerale il motivo di questa riunione di una famiglia grande quanto un paese.

Molti si scattano foto di gruppo davanti alla tomba, mentre nel giro di dieci, quindici minuti le donne della famiglia servono a ognuno un abbondantissimo piatto di riso e fagioli e una tazza di tè. Ci sono centinaia di persone, ma nessuno ne resta senza. In un Paese dove si può ancora morire di fame, si condivide ciò che c’è perfino nelle più tristi delle occasioni.

Quando comincia ad imbrunire, ci congediamo dandoci appuntamento al giorno dopo, per incontrarci in modo più raccolto, possibilmente con anche Alessio, e parlare di ciò che Padre Enrique ha fatto capire a tutti senza dire mai.

Nei giorni scorsi abbiamo manifestato al parroco l’intenzione di impegnarci a sponsorizzare uno studente a S.Eugenia (qui si preferisce dire così anziché “adottare a distanza”, espressione che suona un po’ come un paradosso): né lui né noi abbiamo sentito il bisogno di consultarci, di mettere anche solo per un attimo in dubbio il fatto che, visto l’accaduto, questo studente sarà proprio uno dei nipoti di Christina.

Il giorno seguente Alessio si è rimesso e torniamo a casa loro aspettandoci di incontrare i familiari più vicini, ma scopriamo che cinquanta persone sono rimaste lì dal giorno precedente per fare compagnia. Questi sono i parenti più stretti di un africano.

Ci viene fatta visitare la loro casa, ci vengono presentate tutte le persone radunate lì e ci rendiamo conto che qualsiasi cosa potremo mai fare sarà sempre una goccia nel mare, ma che il mare è fatto di gocce così come il monte Kenya non troppo in miniatura che riceviamo nuovamente nel piatto è fatto di chicchi di riso.

Le persone che erano più vicine al defunto sono ovviamente molto tristi, ma si respira un’atmosfera più serena di quanto si potrebbe immaginare. Christina in particolare è completamente diversa dai giorni precedenti: come se il peggio fosse già passato, come se da qui in poi la vita potesse solo andare avanti, forse come se l’addio di suo fratello fosse meno netto di come lo vediamo noi.

Ci presenta le sue figlie e le altre sue nipoti: la più piccola ha pochi mesi. Come cuoca della missione, ha imparato dagli ospiti italiani la parola “nonna”, ma fa un po’ di confusione, così ce le presenta tutte esclamando orgogliosa: “this is my nonna!”, con gli occhi neri che le brillano come il cielo stellato di un mondo diverso da questo.

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