Segui il sentiero dorato

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E’ una bella domenica di primavera.

Poco dopo esserci lasciati alle spalle Torino, veniamo avvolti nell’abbraccio delle dolci colline delle Langhe, lungo una strada tutta curve che mostra continuamente nuovi scorci.

Qui la vite è veramente il centro e la fonte della vita, in senso economico e culturale.

Le vigne occupano la maggior parte del terreno e sono ovunque.

In questa stagione le piante sono ancora piccole, e si vedono ancora brillare al sole i lucidi fili che sosterranno la loro crescita in ordinati filari. All’estremità di ogni filare, come vuole la tradizione, c’è un cespuglio di rose: la ragione molto poco poetica di questo è che la rosa è molto sensibile alle malattie e ai parassiti, serve quindi da campanello d’allarme per notarli e debellarli sul nascere prima che rovinino le viti; tuttavia, la loro colorata fioritura dona bellezza e leggerezza al paesaggio, e mi piace pensare, consolazione dalla fatica ai contadini di oggi e di ieri.

Alle vigne si alternano noccioleti che vibrano nel vento leggero. Nei campi incolti e in quelli coltivati, nei prati aperti e sullo stretto ciglio della strada, ogni zolla di terra splende dei mille papaveri rossi cantati dal grande De André.

Le spighe di grano ancora verdi sono mosse all’unisono dal vento in una continua ola: certamente tifano tutte per il coraggioso sole quasi estivo che oggi ha sfidato questa primavera decisamente sotto tono.

Sulle cime delle colline sono posati, come fiori di zucchero su torte gigantesche, piccoli paesini che sembrano usciti da un libro di fiabe senza tempo. Uno o due campanili sulla sommità, tetti scoscesi, muri di pietre antiche, poche stradine ripide e tanto senso di comunità, come ci raccontano le verdure coltivate in piccoli orti senza nessun tipo di recinzione.

Dentro ai paesi, ogni giardino è un’esplosione di colori e profumi anche in una stagione anormale come questa: o tutti gli abitanti di questi paesi sono dotati di un pollice verde fuori dal comune, o questa terra è particolarmente generosa e benevola con chi si prende cura di lei. Cascate di rose e iris di ogni sfumatura sovraccaricano i loro steli, inebriano lo sguardo e avvolgono i paesini in un’atmosfera quasi irreale.

Percorriamo la via non a caso detta Strada Romantica, facendo tappa a Neive, annoverato tra i Borghi più belli d’Italia; a Barbaresco, con la sua imponente torre; a Treiso, a Benevello, a Sinio e infine a Grinzane, dove un giovane Camillo Benso fu mandato in “esilio” dal padre a curare le vigne di famiglia nel tentativo, fortunatamente per nulla riuscito, di allontanarlo dalle idee rivoluzionarie che circolavano a Torino. Qui, il viale d’accesso al castello è decorato di bandiere tricolori ognuna con il ritratto e la biografia di un eroe risorgimentale, per ricordarci che l’Italia da cui adesso la gente scappa, data per scontata come l’anziana consorte di una vita, anche lei da giovane è stata un miraggio, un sogno d’amore per tanti uomini e ragazzi che hanno combattuto per conquistarla. Goffredo Mameli ad esempio, è morto per questo a 22 anni, ma ha fatto in tempo a scriverle la serenata di cui noi oggi ci ricordiamo per sommi capi giusto in occasione delle partite di calcio.

Nel nostro itinerario lungo la Strada Romantica, non è tanto la meta ad essere importante, ma ogni momento del viaggio. Scopriamo così che le Langhe hanno due facce, entrambe incredibilmente seducenti.

La prima ha nello sguardo lo scintillio scuro del Barolo chinato che sorseggiamo in un elegante vineria di Treiso: è il turismo di élite degli ammiratori dei vini pregiati e dei tartufi.

Sugli antichi muri di Barbaresco fioriscono insegne di lussuosi ristoranti, raffinate vinerie e prestigiose cantine. Nel castello di Grinzane, invece, ha sede l’asta mondiale del tartufo. Nei dehors e nei giardini pubblici si sentono le lingue più diverse: americani, nordeuropei, e asiatici vengono a godersi tutte queste prelibatezze facendo fluire qui la loro ricchezza. Questi borghi sono forse più valorizzati e apprezzati dagli stranieri che non da noi.

La seconda faccia delle Langhe è abbronzata e rugosa come quella degli anziani uomini che giocano a carte in quello che è forse l’unico bar di Sinio, situato nella stessa piazzetta su cui affacciano la scuola elementare del paese e una sedicente “tabaccheria”, che però ricorda più un supermercato in versione tascabile.

Il cuore di queste persone batte ancora al ritmo lentissimo e millenario delle vendemmie, e ciò sembra giovare molto: leggendo le epigrafi si ha l’impressione che quasi nessuno abbia la minima intenzione di lasciare queste colline meravigliose prima dei 90 anni, e ogni necrologio racchiude una vita in poche parole di tenerezza: “Dopo una vita umile e laboriosa, circondata dall’affetto dei suoi cari è mancata…” “Con la stessa semplicità con cui visse, cristianamente ci ha lasciati…”

La seconda faccia delle Langhe ha anche l’espressione solenne, a un tempo seria e serena delle icone sacre nella chiesa ortodossa di Neive: la sua ragione di esistere è la nutrita comunità est-europea, in particolare macedone, che si è stabilita qui negli ultimi decenni e si è integrata con naturalezza in questo tessuto sociale. Sono mani venute da lontano a colmare la nostra diserzione.

Con ogni probabilità, senza questi immigrati sarebbe molto meno fiorente la produzione del vino che è il cuore economico e culturale di queste zone.

E così, entrambe le anime delle Langhe, in modi diversi, vivono in buona parte grazie agli stranieri, che siano qui per bere o per produrre il buon vino, in ogni caso capaci e disposti ad apprezzare ciò che noi sottovalutiamo.

Se la Strada Romantica fosse il sentiero dorato della famosa fiaba “Il mago di Oz”, adesso vorrei che a tutti noi, come a Dorothy, bastasse battere tre volte i tacchi di un paio di sfavillanti scarpette rosse per capire che “nessun posto è bello come casa nostra”.

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