Piazza dei miracoli

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Sono le 8 e mezza del mattino e Piazza dei Miracoli sonnecchia ancora, approfittando della momentanea, relativa frescura che precede l’afa di questi primi giorni di agosto.

Per adesso la folla non è ancora arrivata, e uno dei luoghi più visitati del mondo sembra quasi reale, normale, quotidiano, come solo in Italia la bellezza, l’arte e la storia sanno essere.

Piazzadeimiracoli

Io e mio marito ci dirigiamo allegramente verso la biglietteria, dove però facciamo una sorprendente scoperta: il biglietto per la torre costa ben 18 euro. Per quanto emozionante possa essere la salita, decidiamo senza alcuna esitazione di ripiegare sull’adiacente Museo dell’Opera del Duomo.

Lasciamo quindi l’incombenza della scalata ad americani, giapponesi e altri stranieri su cui la torre pendente sembra esercitare un’attrattiva al limite del culto, e paghiamo soltanto 5 euro per renderci conto che non avremmo potuto fare scelta più felice.

Non so voi, ma ogni volta che visito una cattedrale, da sempre la cosa che mi colpisce di più tra le tante meraviglie è quello che si può a mala pena intravedere. Capitelli, fregi di pietra, vetrate e dipinti collocati troppo in alto perché si possano cogliere i dettagli, eppure realizzati con la stessa cura, fantasia e finezza delle opere più in vista. Ed è proprio questo che si trova nel museo: versioni originali di sculture, dipinti e e parti architettoniche provenienti dal Duomo e dal Battistero, che nel tempo sono state rimosse ed eventualmente sostituite con delle copie, e si trovano qui protette dalle bocche avide del tempo.

Guglie e pinnacoli che un tempo svettavano verso il Cielo dai tetti, sottili geometrie a perdita d’occhio, musi di animali, fiori, parole e persone che affollano la pietra resa viva da chi l’ha scolpita: tutto è collocato finalmente all’altezza dei miei occhi.

Ci sono inoltre paramenti e altri oggetti usati per le funzioni religiose, enormi libri di canti sacri miniati in colori brillanti, sontuosi servizi di piatti appartenuti a vescovi e cardinali, testi sacri illustrati a uso della popolazione dell’epoca tenuta nell’ignoranza a vantaggio di pochi, stoffe istoriate usate per decorare la cattedrale nei giorni di festa, reliquiari, crocifissi e altre opere, tutte decorate con una ricchezza di materiali preziosi, una cura del dettaglio e una bellezza dei particolari che lascia senza fiato.

Tutto è corredato da spiegazioni scritte sulla storia di Pisa, su come l’arte ne segue necessariamente le vicissitudini, sul significato delle opere e su alcune interessanti curiosità.

Mi ritrovo così a fantasticare sulla centinaia di mani sconosciute che hanno lavorato a questa complessa meraviglia, su persone vissute quasi mille anni prima di me e di cui non si conosceranno mai i nomi, che non saranno mai ricordati come i geni che hanno fatto la storia dell’arte, ma senza i quali l’arte non sarebbe degna di essere studiata.

Chi erano? Da dove venivano? Amavano il loro lavoro? Erano consapevoli dell’importanza di ciò che facevano, e che dopo dieci secoli milioni di persone si sarebbero ancora interessate ai frutti della loro fatica?

Almeno alla seconda domanda la pietra, il tessuto e gli smalti rispondono per loro: non venivano solo dalla Toscana, né solo dall’Italia, ma da tutto il Mediterraneo, l’enorme gonna azzurra di una danzatrice di strada che girando su se stessa al ritmo della Storia fa apparire mescolati fra loro i colori delle diverse coste che formano l’orlo del suo vestito.

Maestri turchi e bizantini, scultori e miniatori nordafricani, commercianti arabi hanno reso l’Italia ciò che è stata nei momenti più felici della sua storia.

Ce lo racconta la zanna di elefante in cui è intagliata una splendida Madonna, i motivi floreali che decorano con la stessa fantasia gli antichi paramenti per i sacerdoti e i caffetani dei sultani, gli intarsi su reliquiari e calici da Comunione che mi ricordano da vicino i tesori visti nel Palazzo del Topkapi, e perfino scritte in Arabo che completano le eleganti cesellature nel marmo bianco della cattedrale.

Passando poi al Duomo vero e proprio, constatiamo che l’enorme e unico mosaico di Cimabue che riempie l’abside di luce dorata potrebbe essere tranquillamente scambiato con i capolavori bizantini che resistono al tempo e ai millenari capricci del potere in Santa Sofia o in San Salvatore a Istanbul.

Come dire che l’arte che in tutto il mondo i turisti ci ammirano e le agenzie viaggi ci invidiano non sarebbe la stessa, se almeno in passato non avessimo saputo dare fiducia e valore alle feconde influenze degli altri popoli e delle altre culture.

Mi si può obiettare che la realizzazione dei capolavori di Piazza dei Miracoli è stata finanziata proprio attraverso razzie ai danni delle città musulmane dell’epoca, perpetrate nel corso di una serie di guerre vilmente giustificate strumentalizzando la religione cristiana. Non è proprio questo che si intende quando si dice “dare valore a un’altra civiltà”. E’ vero, in fondo i talebani non hanno inventato niente di nuovo e l’Italia del passato non ha primeggiato solo in cose belle e meritevoli.

Tutto cambia affinché nulla cambi: mille anni fa l’Occidente nutriva la propria opulenza succhiando il sangue delle altre civiltà e lo stesso fa oggi, ha solo inventato metodi più sottili e avanzati. Non più crociate, commercio di schiavi e guerre di conquista, ma sfruttamento del lavoro e delle risorse naturali, connivenze di comodo con i più crudeli regimi dittatoriali, mercato della droga, dei diamanti e delle armi, altre guerre ammantate con altre presunte giuste cause.

Dell’Occidente di mille anni fa, però, resta Piazza dei Miracoli. Quali meraviglie ammireranno i turisti del 3013 quando verranno in Italia per sapere cosa resta di me, di te e del nostro tempo? Ho paura a darmi una risposta.

Per adesso, guardando verso il limitare della piazza dal sagrato del duomo si vedono due file parallele di stranieri, ognuna delle due lunga quanto tutta la piazza stessa.

L’una è composta da americani, inglesi, russi, coreani, giapponesi e nordeuropei, in piedi nelle più svariate e sgraziate posizioni sulle colonnine che delimitano il prato, ognuno di loro circondato da amici e parenti festanti per quella che è quasi una cerimonia pagana dei nostri tempi: la foto “originale” nell’atto di sorreggere o spingere la torre di Pisa.

L’altra quasi non si vede: sono i venditori indiani, bengalesi, africani e cinesi delle bancarelle di souvenir allineate contro il muro dell’antico palazzo antistante. Nonostante la loro merce attiri più gente dei monumenti che raffigura, sono soli di una solitudine che fa venire le vertigini più della salita alla torre, per una brusca svolta della vita spesso tutt’altro che desiderata.

L’Italia accoglie queste due file di stranieri con due pesi e due misure, senza accorgersi che dipende da entrambe.

L’altro ci guarda dal vetro dello specchio, il lontano siede alla nostra tavola, lo sconosciuto non è mai stato davvero tale, il diverso ci parla di noi stessi con parole differenti, l’immigrato è il nostro bisnonno contadino e il nostro figlio neolaureato sotto un effimero travestimento.

Tutto questo fa parte di noi, tutto questo in fondo è l’Italia.

 

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