LA CITTA’ DOVE TUTTI VORREBBERO ESSERE – GIORNO I

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Desideravo vedere Londra da molto tempo. Questa città, come ha efficacemente sintetizzato una dinamica signora franco-inglese-caraibica con cui ho attaccato bottone sul bus, “è il posto in cui tutti vorrebbero essere”. Per quanto possa suonare esagerato O arrogante, in parte è proprio così, e la cosa ancora più incredibile è che Londra sembra essere il posto in cui effettivamente tutti sono.

Trovarsi nella metropolitana di Londra significa sentirsi passare intorno tutta l’umanità con il tasto “avanti veloce” premuto: migliaia e migliaia di persone di ogni colore camminano ad una velocità irreale, lungo le linee di giornate e vite tutte un po’ simili e tutte un po’ uniche. La folla è qualcosa di maestoso e minaccioso, buffo e affascinante.

Ogni categoria umana si riconosce e si confonde, stereotipi e cliché si esibiscono come su una passerella e si infrangono sotto i passi rapidi della moltitudine, e tutte le diverse identità si mescolano come i tanti ingredienti di quel piatto che è la quintessenza della tradizione, ma che poi in realtà in ogni casa si cucina con una propria variante.

Questo cosmopolitismo, come ogni cosa, non è bene e non è male e allo stesso tempo è entrambe le cose. Il suo prezzo è un lungo passato coloniale: il gioco vale la candela? Giudicate voi stessi.

Ora, per una volta tanto non ho voglia di essere polemica: godetevela questa volta, perché non credo che ce ne sarà molto presto un’altra. Per adesso lasciatevi prendere per mano e portare a venerdì scorso nella metropolitana di Londra: sedetevi comodi tra un anziano signore indiano dall’aspetto ieratico e una bimba tutta treccine, e fate sferragliare l’immaginazione senza paura di perdervi nell’intricatissima rete sotterranea (però mi raccomando: mind the gap!)

Dopo aver cambiato vari mezzi di trasporto, raggiungiamo la nostra guest house nella zona residenziale di South Kensington nel tardo pomeriggio. Avendo puntato sul prezzo e sulla posizione ed essendo preparati a una sistemazione spartana, restiamo in realtà piacevolmente sorpresi da un ambiente pulito e grazioso dai freschi toni azzurri, che fornisce più comodità di quanto non lasciassero intendere le recensioni.

Lasciamo comunque quasi subito la nostra base e per tutta la vacanza ne usciremo al mattino e ci torneremo solo la sera tardi: il tempo è poco e le cose da vedere troppe!

La nostra prima tappa è la National Gallery, approfittando del fatto che il venerdì è aperta fino alle 21. Come in quasi tutti i musei londinesi, l’ingresso è gratuito.

La quantità e la varietà di opere è tale che non possiamo vedere tutto: ciò che ci interessa di più sono i capolavori del Rinascimento italiano, conservati qui come molti tesori inestimabili da tutto il mondo, talvolta con mezzi non precisamente etici. Ah già, avevo detto che non sarei stata polemica. Comunque, qualche goccia di orgoglio colorisce la pura meraviglia di fronte a Venere e Marte di Botticelli, la Vergine delle rocce di Leonardo, la Cena ad Emmaus di Caravaggio e la Maddalena di Savoldo. Questo nome è sicuramente meno noto dei primi tre, ma per me l’intimità di quello sguardo diretto, che da sotto l’argento vivo del mantello sembra volerci rivelare il miracolo segreto del rinascere, vale da solo il viaggio a Londra.Immagine

Proseguiamo verso paesaggisti e ritrattisti da tutto il mondo: perdiamo l’illusione dello spazio e del tempo immergendoci nella luce di albe e tramonti resi eterni dal colore, e incontrando migliaia di sguardi spenti da secoli, ma sempre vivi sulla tela.

Purtroppo l’orario di chiusura ci sorprende nel bel mezzo di questo stato alterato di coscienza e ci fa correre verso l’uscita, dove le mie cose, rimaste per ultime nel guardaroba, sono state già lasciate sul bancone dell’ingresso da uno steward giustamente impaziente di andarsene a casa. Insomma, veniamo letteralmente spazzati fuori dal museo, e ci troviamo di nuovo nell’incredibile Trafalgar Square. La piazza è su due livelli, con maestose fontane in quello inferiore e una grande terrazza a quello superiore, dove si può godere di una magnifica vista sulla città con il Big Ben in lontananza, mentre intorno a noi le musiche di vari artisti di strada si sovrappongono leggermente tra loro nello spazio immenso.

Abbiamo deciso di passare la serata nel movimentato quartiere di Soho: lo raggiungiamo passando da Piccadilly Circus, dove le note tenui di un suonatore di cornamusa in costume tradizionale scozzese fanno allegramente a pugni con gli abbaglianti cartelloni luminosi giganti dalla parte opposta. La piazza però non ci colpisce tanto come avevamo immaginato, forse anche a causa del fatto che il famoso monumento di Eros è coperto da un’impalcatura per un restauro.

Soho, la vecchia “China-Town” di Londra, nota fin dall’inizio del Novecento anche per gli strip club, ricorda il quartiere a luci rosse di Amsterdam con l’aggiunta di ristoranti cinesi a decine.

Visto però che la mia dolce compagnia non ama le cucine orientali, cerchiamo un posticino differente dove cenare, ma tutti i locali sono così pieni che la gente fa la coda all’esterno in attesa di entrare. Alla fine troviamo il simpatico baretto “Da Bruno”, dove davanti a un rigenerante piatto di pesce fritto e patatine, guardandoci intorno impariamo alcune nozioni fondamentali sul modo inglese di intendere il mangiare: l’enormità surreale delle porzioni, l’assenza totale di tovaglie o tovagliette, la salsiccia coi fagioli a colazione e la perversione del pollo sulla pizza.

Dopo essere stati cortesemente cacciati anche da Bruno all’orario di chiusura (le 22), passeggiamo ancora per Soho, passando sotto ai colorati archi in stile cinese che delimitano l’inizio e la fine della sua strada principale.

Nelle vicinanze si trovano anche moltissimi teatri dove si rappresentano in modo stabile, anche per anni di seguito, decine di musical: per me è il paradiso! E in paradiso per poco non ci finisco davvero, mentre attraverso la strada un po’ alla leggera per fotografare dall’angolazione migliore il Queen’s Theater e le sue enormi insegne di Les Miserables, considerato il musical di maggior successo di tutti i tempi e rappresentato qui da quasi trent’anni.

Qui a Londra il concetto di teatro è ben lontano dallo sfizio vecchiotto e un po’ snob che da noi spesso si associa ad esso. E’ tanto chiassosamente mondano e mediatico quanto a suo modo sacro, è un vero e proprio culto di massa, incomprensibile a noi italiani, che dopo aver dato al mondo l’opera lirica ci facciamo rappresentare all’Eurofestival da Emma Marrone e crediamo ancora che i film di Checco Zalone valgano il prezzo del biglietto.

Desiderosi di una buona pinta di birra con cui concludere questa prima serata, scegliamo a caso un locale in cui entrare, e ci ritroviamo in un piccolo bar gay dove montagne umane di mezza età ballano spassosi successi dance degli anni ’80 e ’90 felici come ragazzini. Il luogo però è strapieno e non c’è posto per sedersi, quindi ritentiamo con il vicino pub O’Neill, così grande che si sviluppa su tre piani. Qui troviamo un gruppo che suona dal vivo classici del pop britannico e del rock ‘n roll con un tocco irish, e attacchiamo bottone con un ragazzo cinese piantato dalla strana coppia di amici a cui regge la candela.

Dopo aver bevuto la prima di tante pinte che seguiranno nei prossimi giorni, rincasiamo e ci ricarichiamo per la lunga giornata di domani…

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