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BYE BYE BEAUTIFUL – ULTIMO GIORNO A LONDRA (PER ORA)

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Lunedì mattina, fin dal risveglio, il pensiero che stasera ci addormenteremo già nel nostro letto a casa aumenta la voglia di goderci al massimo queste ultime ore a Londra.

Dopo aver fatto i bagagli e averli lasciati al deposito di Victoria Station, camminiamo fino al cuore della città: l’abbazia di Westminster, la House of Parliament e il Big Ben.

Trascorriamo tutta la mattina visitando l’enorme abbazia accompagnati dalla voce e dalle musiche d’organo dell’audio-guida.

Anche in mezzo alla calca di turisti di cui facciamo parte, lo slancio misurato e la grazia composta dello stile gotico inglese ispirano un senso di calma e raccoglimento.

Anche qui, come alla Tower of London e al British Museum, si ha l’impressione di vedere tutta la storia dispiegata sulla superficie piana del presente, come gli spazi e i volumi in un quadro di Picasso.

Fin dal primo re d’Inghilterra poco dopo l’anno mille, incoronazioni, matrimoni e funerali dei reali avvengono qui.

Adesso, però, non fanno altro che riposare in due cappelle affiancate e uguali, le cugine e acerrime nemiche Elisabetta I e Maria di Scozia, e non sarà certo il passo dei turisti a risvegliare i fanatismi religiosi e le lotte per il trono della loro epoca. Dormono qui scienziati e reali, pianti da processioni di statue.

Nient’altro che una corona di brutti papaveri finti veglia l’enorme lapide dei caduti in guerra britannici, e sento l’amara ironia della coincidenza con i versi di un grande pacifista di un altro tempo e di un altro luogo, Fabrizio De André.

Solo i poeti, gli scrittori e gli artisti, radunati in un angolo in fondo alla cattedrale, fanno ancora parte del presente. Non sono statue quelle raccolte in riflessioni o preghiere davanti ai loro nomi, ma persone di tutte le età e di tutte le nazionalità. William Shakespeare, Lewis Carrol, Mary Shelley, John Byron, Charles Dickens, ma anche Georg Handel e Laurence Olivier. Le loro opere, stampate sulla carta o registrate ormai in un impalpabile formato digitale, temono il passare del tempo meno dei loro nomi incisi nella pietra.

Rigenerati da questa boccata di infinito, ci rimettiamo in cammino verso Trafalgar Square, dove a tutte le ore il rumoroso brulicare della folla fa a gara con lo scrosciare azzurro delle fontane.

Lì pranziamo in un punto vendita della catena Pret-à-manger, decisamente economica per essere a Londra e buona per essere un fast-food.

Subito dopo imbocchiamo quello che si chiama, con l’inarrivabile ed esilarante arroganza inglese, semplicemente “The Mall”, Il Viale: porta da Trafalgar Square a Buckingham Palace – o Nothingham Palace, come lo ribattezzeremo un’oretta più tardi.

A lato del viale si estende il bellissimo Saint James Park, dove la sfacciataggine degli scoiattoli nei confronti delle persone non ha limiti, gli uccelli acquatici indossano eleganti velette vintage fatte di goccioline impigliate tra le piume del capo, e i colori sgargianti dei fiori si accostano tra loro in un caos armonioso che mi ricorda le danze e le maschere dello spettacolo teatrale visto due giorni fa.

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E’ tutto l’opposto l’atmosfera solenne di Buckingham Palace e della piazza antistante, dove il contrasto tra il grigio uniforme del palazzo e l’oro vivo del monumento alla regina Vittoria crea un effetto surreale, quasi surreale quanto il fatto che si onori così la personificazione del colonialismo in una città che si proclama cosmopolita.

Ci guardiamo intorno e proviamo una sensazione molto simile a quella di chi è sobrio in mezzo a un gruppo di amici ubriachi: adolescenti in gran tiro armate di reflex grandi come kalashnikov, duckface e amiche servizievoli giocano alle modelle con lo sfondo del palazzo; intere famiglie di ogni provenienza spingono i passeggini fino a ridosso della cancellata per mettersi in posa; perfino una coppia di sposi giapponesi ha scelto questa come location per il loro servizio fotografico nuziale.

Non ci posso fare niente, se i miei occhi hanno un difetto non è tanto l’astigmatismo, quanto il fatto che sono usciti dallo stesso stampo che li ha foggiati al piccolo protagonista della fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore”. Il re è nudo, e non è un belvedere più di quanto non lo sia questo enorme casermone grigio che tutti sembrano fotografare per potersi sentire dispensati dal guardare.

Comunque, anche noi ci siamo sentiti in dovere di venire fin qui prima di lasciare la città, e la sorprendente scoperta che non c’è niente da vedere è pur sempre una scoperta.

Un’ora alla partenza del nostro treno per l’aeroporto di Gatwick: prima di incamminarci verso l’enorme stazione, recuperare i bagagli, fare la fila per restituire la Oyster Card e recuperare la cauzione e passare i tornelli che portano ai binari, ci concediamo un ultimo tuffo nel verde dolce di Saint James Park.

Qui ci imbattiamo per caso nel monumento agli alleati canadesi caduti in guerra, e la sua originale composizione di pietra, acqua e rame che riproduce lo scorrere di foglie d’acero nella corrente di un fiume si intona alla nostra malinconia della partenza.

Fortunatamente per noi e sfortunatamente per le nostre tasche, tutte le cose che avremmo voluto vedere senza riuscirci si sono spontaneamente ordinate nella nostra mente a formare in programma del nostro prossimo viaggio a Londra.

In questo quattro giorni abbiamo conosciuto ragazzi italiani che qui hanno trovato se stessi e si sentono a casa, e non abbiamo potuto fare a meno di domandarci se lo stesso potrebbe capitare anche a noi oppure no. Forse no, anche se una risposta definitiva non siamo riusciti a darcela. Quello che è certo è che siamo stati bene: non il bene che si risponde automaticamente alla domanda di rito di un lontano conoscente, ma il bene che incide nella memoria un ricordo speciale.

 

LA NOSTRA “MARATONA DI LONDRA” – GIORNO III

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Oggi a Londra fa un caldo surreale per essere alla fine di Marzo. Proprio quello che ci serviva per i nostri piani! Ci aspetta un programma molto intenso, a cui allude scherzosamente il titolo dell’articolo, che in realtà, lo dico subito, con la vera maratona di Londra non ha niente a che fare.

In mattinata andiamo alla Tower of London, vecchio palazzo reale fondato nel 1066 che ha visto tutti i truculenti intrighi di corte per i quali gli inglesi (e non solo loro) sembrano andare pazzi. A differenza di quanto il nome potrebbe far pensare, non si tratta semplicemente di una torre, ma di un vastissimo complesso di edifici, soprattutto torri, appunto.

Il prezzo, diciamo, controbilancia l’ingresso gratuito ai musei, ma il percorso di visita è ampio, variegato, molto interattivo e ben studiato, tanto per gli adulti quanto per i bambini.

Tra armi e armature d’epoca, elaborate testimonianze storiche, gialli irrisolti da secoli, aneddoti curiosi di ogni genere e i favolosi gioielli della corona, praticamente chiunque trova di che appassionarsi.

Nel più verace stile inglese, temi come la guerra, la prigione e le sanguinarie lotte per il trono sono trattate con uno squisito humour nero, sia nei testi lungo il percorso, sia nelle visite guidate dai custodi del luogo.

Tuttavia, abbondano anche punte inarrivabili di comicità involontaria. Quando si tratta di regalità e cerimoniosità, gli inglesi non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno, e i turisti sembrano apprezzare molto. Accade così che si renda necessario, per evitare ostruzioni nello scorrere dei visitatori, esporre i pezzi migliori del tesoro della corona lungo tapis roulant che impediscono di fermarsi davanti ad essi; che alla fine del percorso incentrato appunto sui gioielli della corona ci sia una teca dedicata a esporre le loro custodie, come se fossero anch’esse degne di nota; che una vecchia superstizione venga presa tanto sul serio da spingere i guardiani della Tower ad allevare amorevolmente dei corvi come se fossero animali preziosi; che per assistere alla cerimonia della quotidiana chiusura delle porte dell’edificio sia ancora necessario prenotare i biglietti esclusivamente tramite posta tradizionale. Completa l’assortimento di risate l’inconsapevole “sfilata di moda” dei turisti giapponesi e americani, che da buoni italiani saccenti ci godiamo sgranocchiando una mela su una panchina davanti alla piccola chiesa.

Verso la fine del percorso camminiamo sulle spesse mura dal lato che affaccia sul Tamigi. L’imponente Tower Bridge, che forse insieme al Big Ben è il simbolo più conosciuto di Londra, si staglia vicinissimo davanti a noi in una luce densa come acqua. E’ circa l’una, il sole è abbagliante tra le prime foglie verdi e il fiume sfavilla più del famoso diamante Koh-i-noor che abbiamo appena visto.

Più per il gusto di percorrerlo che per arrivare dall’altra parte, attraversiamo il ponte passando sotto i suoi quattro pilastri gotici.

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Affamati dopo la lunga visita, entriamo in uno dei primi posticini che troviamo, un grazioso bar in stile nautico dove nonostante l’ora troviamo una coppia di artisti che suona e canta dal vivo. Ci ricarichiamo di energie con un piatto appositamente pensato per essere condiviso in due, un’idea davvero molto carina che ritroviamo nella maggior parte dei pub e dei posti dove andiamo.

Ci aspettano ancora tantissime cose per oggi. Ci spostiamo in metropolitana verso l’immenso Hyde Park, al centro delle zone più signorili della città. Il parco è così vasto che, una volta entrati, quasi non si vedono più edifici intorno. In questa primavera perfetta, è tutto uno sproloquio di narcisi gialli da far girare la testa.

Il viale principale è costeggiato da un’ordinata striscia di terra morbida che, come capiamo solo più tardi, è destinata alle passeggiate a cavallo. Aiuole di fiori curatissime dai colori splendidi si alternano a zone piacevolmente più selvagge. Un po’ ovunque gli scoiattoli fanno a gara coi piccioni ad attirare l’attenzione (e i bocconcini) delle persone, tutt’altro che spaventati. Il lago al centro del parco brulica di barchette e pedalò. Nei prati più grandi e pianeggianti è possibile noleggiare a tempo delle sdraio, peraltro a prezzi che farebbero impallidire un albergatore di Rimini.

Sugli ampi viali scorre una vera e propria folla, una foresta di piedi che si muovono a velocità diverse a seconda che indossino scarpe da corsa o pattini, che premano pedali di biciclette o skateboard, che vadano al seguito di un passeggino o di un grosso cane insofferente al guinzaglio.

Attraversiamo a piedi tutto il parco da parte a parte, fino ad arrivare all’elegante zona di Kensigton, poi alla vivace ed eclettica Portobello Road. Sì, quella di “Pomi d’ottone e manici di scopa”.

In un susseguirsi di facciate dipinte a colori vivaci, si alternano negozi e bancarelle di antiquariato, di artigianato etnico, di vintage musicale e di souvenir.

Purtroppo, essendo già tardo pomeriggio, la maggior parte dei commercianti sta chiudendo. Ne approfittiamo per riposarci un po’ in un locale della catena “Caffè Nero”, disseminata ovunque per la città, e constatare che effettivamente servono un vero caffè espresso. Resta da vedere se il merito di questo vada davvero alla catena o piuttosto alla simpatica ragazza italiana che ce l’ha preparato.

Stufi del prezzo esorbitante della metropolitana e desiderosi di vedere nuove zone della città, decidiamo di prendere l’autobus per raggiungere l’ultima tappa della giornata: il quartiere di Camden Town.

Famosa nei decenni scorsi come cuore alternativo e punk della città, anche questa zona si è inevitabilmente un po’ “commercializzata”, ma conserva il suo spirito giovane, originale e aperto. L’attrattiva principale è il mercato, e purtroppo lo troviamo ormai del tutto chiuso già nella prima serata.

Nonostante questo riusciamo comunque ad apprezzare l’atmosfera magica che non lascia mai questo posto. I vicoli sono stipati di chioschi dalle imposte dipinte a motivi etnici, negozietti curiosi e locali dove si fuma il narghilé. Questo posto ricorda un po’ Montmartre e il Gran bazar di Istanbul, ma non è solo questo a darmi la sensazione di essere già stata qui, magari in sogno.

L’aria è carica di luci colorate e profumi di cibi di tutto il mondo: ovunque ci giriamo si vendono all’aperto piatti cinesi, indiani, brasiliani, greci. In un vicolo cieco dall’aspetto allo stesso tempo trasandato e accogliente, si mangia seduti in sella a vecchi motorini tagliati a metà e addossati ad una lunga asse di legno che fa da tavolo.

Nonostante l’offerta allettante, fa ancora troppo freddo per i nostri gusti per cenare fuori, e con l’aiuto della nostra guida Lonely Planet troviamo il graziosissimo ristorante spagnolo Gansa.

E’ la nostra ultima sera a Londra e abbiamo deciso di festeggiare il nostro anniversario con un giorno di anticipo. Davanti a un’ottima paella allietata da un’esibizione di flamenco, ci rendiamo conto che un cerchio si chiude, ricordandoci che il nostro primo viaggio insieme è stato a Barcellona.

LET YOUR SOUL TAKE YOU WHERE YOU LONG TO BE – GIORNO II

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E’ una mattinata incredibilmente tiepida e soleggiata su Londra, e ci aspetta una giornata lunga ed entusiasmante. Facciamo una colazione leggera, portata da casa per evitare di sorbirci qualche penosa e costosissima imitazione di un cappuccino da Starbucks, che io chiamo Starbuckarozzo dopo la disgustosa avventura che mi è accaduta quando ci ho messo piede (cosa sia successo, o meglio cosa ci fosse in fondo al bicchiere, lo potete immaginare…).

Nonostante qualche inevitabile passo falso tra le complicatissime linee della metropolitana, giungiamo ancora abbastanza presto al British Museum.

Non c’è bisogno che io vi racconti cosa abbiamo visto lì: ci hanno già pensato tutti quelli che hanno scritto un libro di storia. Al British Museum c’è tutta l’umanità.

Rovine di Nimrod e di Atene, di Alicarnasso e di Persepoli, statue romane ed egizie, un moai dell’Isola di Pasqua e piccoli scacchi medioevali, ogni cosa riposa accanto all’altra come se fosse sempre stata lì nell’immenso museo. Ciò che resta dei vinti riposa nella stanza accanto a quella di ciò che resta dei vincitori. Dormono sotto gli occhi di tutti, mummie egizie e un uomo dell’età del ferro. Non cessano mai il sorriso di pietra di Ganesh e la danza immobile di Shiva. Tutto appare eternamente calmo e serenamente terminato.

Perfino chi indossò quei copricapi di piume mi piace pensare che riposi, dopo aver troppo camminato: il motivo del loro viaggio, però, si può chiamare Indians Removal Act o Trail of Tears, e non è la stessa cosa.

La storia in realtà non è qui per riposare in silenzio, è qui per parlare e per non essere dimenticata. Soprattutto, è qui per farci delle domande.

Non per niente tutte le dittature che hanno mandato in rovina intere nazioni nell’ultimo secolo hanno avuto una componente ideologica di apparente progressismo portato all’estremo, di svalutazione del passato e di baldanzosa retorica incentrata sul futuro, fino allo slogan letale “Forget your past” a lettere rosse sulla facciata dell’orrenda sede del partito comunista bulgaro, in attività fino alla caduta del muro di Berlino.

Una comunità o una persona che dimentica da dove viene ha perso se stessa: non può conoscere il senso di ciò che accade, non ha fondamenta su cui costruire una consapevolezza, in una parola non può pensare.

Ma cosa c’entra con noi una guerra combattuta duemila anni fa, uno stile artistico inventato dall’altra parte del mondo, una divinità adorata in una lingua che noi non parliamo e che magari nessuno parla più? Nella comunità globalizzata di oggi, non possiamo più permetterci di credere ci sia qualcosa al mondo che non c’entra con noi.

Se ai tempi dell’Antica Roma le cartine del mondo finivano sotto al deserto del Sahara con la scritta “hic sunt leones” (qui ci sono i leoni) a mo’ di giustificazione, adesso non possiamo più chiudere gli occhi e giocare a non sapere (forse anche perché, tra l’altro, i leoni li abbiamo quasi fatti estinguere). Tutto è collegato con tutto, nel tempo e nello spazio. Ogni evento, ogni gesto e ogni parola nell’universo fino a questo istante ha un ruolo nel fare di noi ciò che siamo.

E’ a questo che penso mentre lasciamo a malincuore il museo dopo tre ore che sono sembrate tre minuti e tre millenni. Ritornare alla realtà e al presente sarebbe traumatico, se non fossimo a Londra.

Dopo una buona camminata arriviamo nei dintorni del Her Majesty’s Theatre. C’è appena il tempo per un panino veloce, seguito dal caffè “espresso” più annacquato di sempre, prima che per me arrivi l’ora di fare finalmente ciò che desideravo da anni: vedere dal vivo il musical The Phantom of the Opera! Il titolo di questo articolo è una citazione dal libretto.

E’ piuttosto ovvio che qualsiasi spettacolo visto dal vivo è più emozionante di una registrazione. In questo caso però è ancora più vero, perché la vicenda stessa dello spettacolo è ambientata in un teatro, e così il pubblico si trova violentemente immerso nella trama, con l’impressione di essere coinvolto negli eventi. Immagine

Conosco lo spettacolo alla perfezione, ma non me ne stanco mai. Basta il primo accordo dell’orchestra dal vivo, il primo scricchiolio di scarpette da ballo dalle punte di gesso sul vecchio assito del palcoscenico, la prima nota cantata da questi interpreti splendidi per fracassare completamente la nota versione cinematografica del musical.

Per evitare di accendere un mutuo ho acquistato un posto in balconata, precisamente all’altezza del soffitto, e vedere tutto dall’alto fa uno strano effetto, ma godo di una visuale migliore di quanto mi aspettassi. Poi, con il mio binocolo posso vedere perfettamente ogni particolare, ogni espressione dei visi e approfittare dei momenti emotivamente meno carichi per ammirare come una bambina l’infinita cura dei dettagli di ogni prezioso costume.

Siamo nell’Opera Garnier buia e caduta in rovina, poi nello stesso teatro al massimo del suo splendore, nel camerino della diva e negli sterminati sotterranei, nell’ufficio dei direttori e sul tetto, in una coloratissima festa in maschera e in un cimitero innevato: gli spettacolari cambi di scenografia si susseguono leggeri come carezze e maestosi come navi da guerra.

Sembra incredibile che questi suoni di un altro mondo arrivino da qualcosa di così piccolo come delle corde vocali. Mi riesce molto più facile pensare che Geronimo Rauch e Olivia Brereton stiano in realtà suonando un organo formato da tutto il pubblico, e le nostre spine dorsali siano le sue canne. La musica e l’emozione ci attraversano come aria, i personaggi prendono vita davanti a noi e ci attirano negli abissi della loro psicologia.

Potrei parlare di questo capolavoro fino a scrivere un articolo davvero troppo lungo, come peraltro ho già fatto qualche tempo fa.

Inevitabilmente arriva anche per me il momento di riemergere dai sotterranei del teatro alla realtà.

Al momento degli inchini finali, mi porto senza dare nell’occhio a ridosso della balconata per appoggiarvi la macchina fotografica e scattare qualche immagine degli artisti che salutano. Completamente in buona fede, mi preoccupo di non ostruire la visuale a chi mi sta intorno, ma non minimamente di non essere vista dal personale del teatro: immediatamente una ragazza in uniforme viene a redarguirmi sul fatto che anche i saluti finali sono coperti da copyright. Come direbbe il mitico Crozza: “ma come vengo a scoprirle male, le cose…”

Pazienza. La mia dolce compagnia, che ha preferito una passeggiata e una birra al teatro, mi aspetta per un’altra lunga camminata.

Attraversiamo la zona signorile di Covent Garden e Fleet Street, fino ad arrivare alla cattedrale di Saint Paul. E’ il crepuscolo, e l’enorme cupola è illuminata da una luce surreale.

I dintorni della zona, come ben sa chiunque ami il film musicale di Mary Poppins, sono l’austero distretto finanziario della città, ma basta spostarsi verso il Tamigi per vedere altre meraviglie.

Il Millennium Bridge, la ruota del London Eye e il Big Ben brillano intorno a noi, azzurri, gialli e bianchi di luci che si riflettono sulla superficie increspata del fiume, come sulle pieghe di un lunghissimo vestito da sera nello scorrere di un ballo.

Grattacieli futuristici si innalzano vicini e lontani tutto intorno a noi, mentre costeggiamo i resti del duecentesco palazzo Winchester e la ricostruzione fedele del Globe Theatre dove recitava la compagnia di Shakespeare.

Ceniamo e beviamo in due bellissimi pub storici: il Blackfriars dalle luci tenui e con interni decorati in stile medioevale, dove veniamo serviti da un simpatico immigrato italiano, e lo spaziosissimo e accogliente George Inn. In entrambi si mangia e si beve divinamente e l’atmosfera è calorosa e gioviale.

Solo l’avvicinarsi dell’ora dell’ultima metropolitana ci fa rimettere in viaggio a malincuore. Ma siamo a poco più di metà dell’avventura…

LA CITTA’ DOVE TUTTI VORREBBERO ESSERE – GIORNO I

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Desideravo vedere Londra da molto tempo. Questa città, come ha efficacemente sintetizzato una dinamica signora franco-inglese-caraibica con cui ho attaccato bottone sul bus, “è il posto in cui tutti vorrebbero essere”. Per quanto possa suonare esagerato O arrogante, in parte è proprio così, e la cosa ancora più incredibile è che Londra sembra essere il posto in cui effettivamente tutti sono.

Trovarsi nella metropolitana di Londra significa sentirsi passare intorno tutta l’umanità con il tasto “avanti veloce” premuto: migliaia e migliaia di persone di ogni colore camminano ad una velocità irreale, lungo le linee di giornate e vite tutte un po’ simili e tutte un po’ uniche. La folla è qualcosa di maestoso e minaccioso, buffo e affascinante.

Ogni categoria umana si riconosce e si confonde, stereotipi e cliché si esibiscono come su una passerella e si infrangono sotto i passi rapidi della moltitudine, e tutte le diverse identità si mescolano come i tanti ingredienti di quel piatto che è la quintessenza della tradizione, ma che poi in realtà in ogni casa si cucina con una propria variante.

Questo cosmopolitismo, come ogni cosa, non è bene e non è male e allo stesso tempo è entrambe le cose. Il suo prezzo è un lungo passato coloniale: il gioco vale la candela? Giudicate voi stessi.

Ora, per una volta tanto non ho voglia di essere polemica: godetevela questa volta, perché non credo che ce ne sarà molto presto un’altra. Per adesso lasciatevi prendere per mano e portare a venerdì scorso nella metropolitana di Londra: sedetevi comodi tra un anziano signore indiano dall’aspetto ieratico e una bimba tutta treccine, e fate sferragliare l’immaginazione senza paura di perdervi nell’intricatissima rete sotterranea (però mi raccomando: mind the gap!)

Dopo aver cambiato vari mezzi di trasporto, raggiungiamo la nostra guest house nella zona residenziale di South Kensington nel tardo pomeriggio. Avendo puntato sul prezzo e sulla posizione ed essendo preparati a una sistemazione spartana, restiamo in realtà piacevolmente sorpresi da un ambiente pulito e grazioso dai freschi toni azzurri, che fornisce più comodità di quanto non lasciassero intendere le recensioni.

Lasciamo comunque quasi subito la nostra base e per tutta la vacanza ne usciremo al mattino e ci torneremo solo la sera tardi: il tempo è poco e le cose da vedere troppe!

La nostra prima tappa è la National Gallery, approfittando del fatto che il venerdì è aperta fino alle 21. Come in quasi tutti i musei londinesi, l’ingresso è gratuito.

La quantità e la varietà di opere è tale che non possiamo vedere tutto: ciò che ci interessa di più sono i capolavori del Rinascimento italiano, conservati qui come molti tesori inestimabili da tutto il mondo, talvolta con mezzi non precisamente etici. Ah già, avevo detto che non sarei stata polemica. Comunque, qualche goccia di orgoglio colorisce la pura meraviglia di fronte a Venere e Marte di Botticelli, la Vergine delle rocce di Leonardo, la Cena ad Emmaus di Caravaggio e la Maddalena di Savoldo. Questo nome è sicuramente meno noto dei primi tre, ma per me l’intimità di quello sguardo diretto, che da sotto l’argento vivo del mantello sembra volerci rivelare il miracolo segreto del rinascere, vale da solo il viaggio a Londra.Immagine

Proseguiamo verso paesaggisti e ritrattisti da tutto il mondo: perdiamo l’illusione dello spazio e del tempo immergendoci nella luce di albe e tramonti resi eterni dal colore, e incontrando migliaia di sguardi spenti da secoli, ma sempre vivi sulla tela.

Purtroppo l’orario di chiusura ci sorprende nel bel mezzo di questo stato alterato di coscienza e ci fa correre verso l’uscita, dove le mie cose, rimaste per ultime nel guardaroba, sono state già lasciate sul bancone dell’ingresso da uno steward giustamente impaziente di andarsene a casa. Insomma, veniamo letteralmente spazzati fuori dal museo, e ci troviamo di nuovo nell’incredibile Trafalgar Square. La piazza è su due livelli, con maestose fontane in quello inferiore e una grande terrazza a quello superiore, dove si può godere di una magnifica vista sulla città con il Big Ben in lontananza, mentre intorno a noi le musiche di vari artisti di strada si sovrappongono leggermente tra loro nello spazio immenso.

Abbiamo deciso di passare la serata nel movimentato quartiere di Soho: lo raggiungiamo passando da Piccadilly Circus, dove le note tenui di un suonatore di cornamusa in costume tradizionale scozzese fanno allegramente a pugni con gli abbaglianti cartelloni luminosi giganti dalla parte opposta. La piazza però non ci colpisce tanto come avevamo immaginato, forse anche a causa del fatto che il famoso monumento di Eros è coperto da un’impalcatura per un restauro.

Soho, la vecchia “China-Town” di Londra, nota fin dall’inizio del Novecento anche per gli strip club, ricorda il quartiere a luci rosse di Amsterdam con l’aggiunta di ristoranti cinesi a decine.

Visto però che la mia dolce compagnia non ama le cucine orientali, cerchiamo un posticino differente dove cenare, ma tutti i locali sono così pieni che la gente fa la coda all’esterno in attesa di entrare. Alla fine troviamo il simpatico baretto “Da Bruno”, dove davanti a un rigenerante piatto di pesce fritto e patatine, guardandoci intorno impariamo alcune nozioni fondamentali sul modo inglese di intendere il mangiare: l’enormità surreale delle porzioni, l’assenza totale di tovaglie o tovagliette, la salsiccia coi fagioli a colazione e la perversione del pollo sulla pizza.

Dopo essere stati cortesemente cacciati anche da Bruno all’orario di chiusura (le 22), passeggiamo ancora per Soho, passando sotto ai colorati archi in stile cinese che delimitano l’inizio e la fine della sua strada principale.

Nelle vicinanze si trovano anche moltissimi teatri dove si rappresentano in modo stabile, anche per anni di seguito, decine di musical: per me è il paradiso! E in paradiso per poco non ci finisco davvero, mentre attraverso la strada un po’ alla leggera per fotografare dall’angolazione migliore il Queen’s Theater e le sue enormi insegne di Les Miserables, considerato il musical di maggior successo di tutti i tempi e rappresentato qui da quasi trent’anni.

Qui a Londra il concetto di teatro è ben lontano dallo sfizio vecchiotto e un po’ snob che da noi spesso si associa ad esso. E’ tanto chiassosamente mondano e mediatico quanto a suo modo sacro, è un vero e proprio culto di massa, incomprensibile a noi italiani, che dopo aver dato al mondo l’opera lirica ci facciamo rappresentare all’Eurofestival da Emma Marrone e crediamo ancora che i film di Checco Zalone valgano il prezzo del biglietto.

Desiderosi di una buona pinta di birra con cui concludere questa prima serata, scegliamo a caso un locale in cui entrare, e ci ritroviamo in un piccolo bar gay dove montagne umane di mezza età ballano spassosi successi dance degli anni ’80 e ’90 felici come ragazzini. Il luogo però è strapieno e non c’è posto per sedersi, quindi ritentiamo con il vicino pub O’Neill, così grande che si sviluppa su tre piani. Qui troviamo un gruppo che suona dal vivo classici del pop britannico e del rock ‘n roll con un tocco irish, e attacchiamo bottone con un ragazzo cinese piantato dalla strana coppia di amici a cui regge la candela.

Dopo aver bevuto la prima di tante pinte che seguiranno nei prossimi giorni, rincasiamo e ci ricarichiamo per la lunga giornata di domani…

Uno schiaffo di storia

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UNO SCHIAFFO DI STORIA

Questa l’esclamazione che mi è salita dal cuore quando sono arrivata in cima a una scala mobile dell’affollata metropolitana di Atene e sono sbucata ai piedi dell’Acropoli antica di 2500 anni.

Oggi la capitale del Paese europeo più duramente colpito dalla crisi mondiale è una grande casa rimasta a soqquadro dopo la fine della festa del progresso e del benessere che si è consumata in fretta ieri.

Intorno a noi si estende a perdita d’occhio una metropoli caotica dall’aria trascurata, come un anziano pescatore con la barba di qualche giorno. Alti palazzoni dall’aspetto decisamente prosaico e spesso fatiscente sorgono senza un apparente progetto che dia senso all’insieme, le automobili sfrecciano folli su strade arroventate e sconnesse, l’aria a tratti è appesantita da cattivi odori.

Negli enormi incroci, all’ombra dei muri coperti di graffiti, ai tavolini dei bar in equilibrio precario sui marciapiedi in pendenza, ovunque si respira un senso di perdita, di rassegnazione che si risolve in una sdegnosa sonnolenza.

Davanti al monumento del milite ignoto, nella stessa piazza Syntagma che ha visto le manifestazioni e gli scontri passati alla cronaca, a salvare l’orgoglio e le apparenze ci pensano due guardie nella tradizionale divisa con gonnellino e ponpon sulle scarpe: il rito del cambio della guardia si svolge lento, silenzioso e regolare come il respiro di un grande mostro addormentato davanti all’ilarità fuori luogo dei turisti.

Se posso essere sincera, niente dell’Atene di oggi lascerebbe pensare che ci troviamo in quello che un tempo è stato il centro luminoso del nostro mondo, la città dove sono nate le arti, la politica, la democrazia, la filosofia e il teatro come noi occidentali li conosciamo.

Cerco insieme ai miei compagni di viaggio l’ingresso dell’Acropoli mentre mi domando se le vere rovine siano gli ostinati resti di marmo aggrappati all’altura davanti a me, o non piuttosto le strade e gli edifici brulicanti di attività che mi circondano.

Conviene che chi vuole visitare l’Acropoli abbia ben chiara la cosa che più di ogni altra gli servirà mettere in valigia: tanta immaginazione.

Di molti antichi edifici non restano che le fondamenta.

Dell’Areopago, antico tribunale e luogo in cui San Paolo tenne uno dei suoi famosi discorsi, vediamo soltanto un cancello chiuso, un cartello che recita “open 10.30-14.30”, un suonatore ambulante che regala a tutti un sorriso svanito e cinque o sei gatti che sonnecchiano alle sue spalle sotto l’ombra di un ulivo.

La colossale statua bronzea di Atena Promachos, il capolavoro di Fidia, dobbiamo riscolpircela e ridipingercela da soli nella nostra testa come possiamo, senza che il Michelangelo dell’antica Grecia possa più venirci in aiuto.

Eppure su questa collina che sale ripida verso il cielo ogni pietra non smette di raccontarci una delle storie più belle della nostra civiltà. Come direbbe Italo Calvino, classico è ciò che non ha mai finito di dire ciò che ha da dire.

Mi metto in ascolto di cosa hanno da dire le gradinate e il palcoscenico che hanno visto la prima delle Trachinie e dell’Edipo Re di Sofocle, della Lisistrata e delle Nuvole di Aristofane. Le tragedie e le commedie di 2500 anni fa non sono solo uno sfizio di erudizione, né la giusta punizione per chi ha avuto la disgraziata idea di andare al liceo classico: sono le bisnonne dei nostri film preferiti. La struttura, lo svolgimento della storia, le caratteristiche dei personaggi principali fanno ancora da scheletro ai film di oggi.

La natura umana parla tante lingue ma ha sempre lo stesso identico bisogno di ascoltare la poesia più segreta del proprio cuore declamata a gran voce su un palcoscenico o su un grande schermo. Di esorcizzare con una risata liberatoria i propri problemi e i propri limiti. Di vedere tutte le proprie ombre riflesse sul viso o sulla maschera di un attore, che ne porta la croce per un paio d’ore, muore ma poi si rialza e torna sorridendo a ricevere gli applausi. In definitiva, il bisogno di sapere che farcela è possibile perché l’eroe ci è riuscito, e poco importa se il suo nome è Eracle o Batman.

Non a caso andare a teatro nell’antica Grecia era considerato non un lusso o una passatempo un po’ snob, ma un bene di prima necessità, ed esisteva un’apposita tassa che i più ricchi pagavano affinché anche i più poveri potessero accedere alle rappresentazioni.

A tal punto il teatro era, ancora più del cinema di oggi, il vocabolario, l’atlante e il manuale su cui un popolo intero leggeva e scriveva la propria storia e la propria visione della vita e della morte.

Ma ci troviamo soltanto all’inizio della nostra salita verso la cima dell’Acropoli: solo dopo essere saliti di molto, solo dopo aver espulso – ovviamente sotto forma di sudore – tutti i pensieri che ci legano ai limiti spaziotemporali della nostra vita quotidiana, arriviamo a un’ampia scalinata di marmo sormontata da un imponente portico colonnato. La testa gira per il bianco abbagliante della pietra, per la fatica e per la soggezione di fronte a quanto di più vicino all’eternità l’uomo è riuscito a realizzare.

Quelli che stiamo attraversando sono i propilei, un maestoso corridoio d’ingresso alla vetta sacra dell’Acropoli.

Giunti in cima, vediamo finalmente il padrone incontrastato di Atene: il Partenone.

Il suo precario stato di conservazione non è dovuto tanto al tempo, che scorre indifferente al di sopra del bene e del male, quanto all’uomo.

La stessa ambizione alla grandezza che ha permesso la sua costruzione ha alimentato la sua rovina: per via della sua posizione è sempre stato considerato un simbolo di potere dai numerosi dominatori stranieri che si sono susseguiti ad Atene, e per questo nei secoli è stato fatto teatro di guerra, razziato a fondo, parzialmente smantellato per recuperarne i materiali, pesantemente manomesso per trasformarlo in moschea, in chiesa e perfino in deposito per la polvere da sparo, episodio quest’ultimo che ha provocato al monumento una vera e propria esplosione di origine dolosa. Per ultimi sono arrivati i diplomatici inglesi, che senza frastuono né spargimenti di sangue hanno educatamente rubato e portato via gran parte delle decorazioni rimaste, e ancora oggi il governo britannico “non ritiene opportuno” fare in modo che siano restituite.

Sempre con l’immaginazione di prima, dobbiamo vedere il tempio bianchissimo, sfavillante come una gemma al sole, abbellito da quasi cento formelle scolpite, un fregio con scene festose che correva tutto intorno alle pareti esterne e due maestosi complessi scultorei incastonati nei frontoni triangolari, il tutto realizzato con la sovrintendenza di Fidia, e dipinto in ogni dettaglio a colori vivaci; l’ingresso nell’area centrale chiusa da pareti era permesso solo ai sacerdoti, ma niente può impedire agli occhi della nostra fantasia di entrare per sbirciare la perduta statua di Athena Parthenos, che era alta 12 metri e interamente ricoperta con avorio e oro.

L’aspetto del Partenone oggi è molto diverso: il marmo è pieno di crepe, giunture e riempimenti realizzati dai restauratori; degli elementi decorativi non restano che pochi frammenti sostituiti da copie per proteggere gli originali; il tetto manca completamente; la maggior parte della pietra che componeva il tempio giace sparpagliata nell’area circostante, mentre l’interno è ingombro di materiali per il restauro e metà dell’esterno è coperta di impalcature; ovviamente tutte le aggiunte estranee all’opera originale, come il minareto della moschea e l’abside della chiesa, sono state eliminate, ma niente può sostituire le parti distrutte nel corso dei rimaneggiamenti.

Eppure anche così spoglio e monco il Partenone rende ancora benissimo l’idea di perfezione, armonia ed equilibrio derivante dalle sue perfette proporzioni che hanno qualcosa di quasi magico. Paradossalmente, sono state ottenute anche grazie all’uso di correzioni ottiche, come leggere curvature del basamento e delle colonne, che in prospettiva danno l’illusione di una totale simmetria e linearità.

Nonostante le apparenze il Partenone non mi fa pensare a un edificio in rovina, né a un qualcosa che abbia perso la sua bellezza. Sarà un effetto dovuto ai ponteggi e alla gru, ma a me l’antico tempio di Atena sembra piuttosto in costruzione: la sua perfezione ancora racchiusa in un progetto, in un’idea, la sua bellezza ancora tutta da scoprire.

Il governo Greco, anche prostrato dalla crisi, sta portando avanti un’imponente opera di restauro.

Si racconta poi che durante l’ultima guerra tra Turchi e Greci questi ultimi hanno offerto rifornimenti di munizioni agli avversari, purché smettessero di demolire le colonne del Partenone per estrarne il metallo.

Oggi non si tratta solo di ricostruire un edificio simbolo di un antico splendore, ma di costruire su di esso una nuova storia di resistenza, di rinascita, di rispetto per le pagine migliori del nostro passato. Il Partenone, come tutto ciò che è classico, ha ancora molto da dire.

Sulla vetta dell’Acropoli c’è un vento che ti porta via e ti riporta alla realtà: quasi improvvisamente ci rendiamo conto che si è fatto così tardi che tra poco i cancelli chiuderanno.

Riscendiamo in fretta la collina e ci ritroviamo in un vivace mercato turistico: gioielli fatti a mano, treccine di filo colorato, souvenir graziosi, pacchiani e pacchianissimi, pannocchie di mais arrostite, abiti sgargianti su manichini dal sorriso caricaturale, giocattoli e tatuaggi provvisori ci ricordano che il tempo e lo spazio esistono ancora, e che noi non siamo pietre millenarie.

La serata si conclude piacevolmente con una cena in un delizioso ristorante dall’aria molto bohémien, con tanto di vista del tramonto su un antico tempio.

Mentre mi godo il mio piatto e il gioco delle luci colorate che subentrano a quella naturale, penso a come gli antichi Greci credevano che dopo la morte ci fosse per tutti solo un aldilà cupo, vuoto e triste: il senso della vita era tutto nella sua effimera bellezza.

In questo momento non posso fare a meno di pensare che nonostante i capricci della storia, nonostante i problemi del nostro tempo, nonostante i nostri limiti e le nostre bassezze, la bellezza non è effimera ma eterna, fa parte di noi da sempre e per sempre.

Piazza dei miracoli

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Sono le 8 e mezza del mattino e Piazza dei Miracoli sonnecchia ancora, approfittando della momentanea, relativa frescura che precede l’afa di questi primi giorni di agosto.

Per adesso la folla non è ancora arrivata, e uno dei luoghi più visitati del mondo sembra quasi reale, normale, quotidiano, come solo in Italia la bellezza, l’arte e la storia sanno essere.

Piazzadeimiracoli

Io e mio marito ci dirigiamo allegramente verso la biglietteria, dove però facciamo una sorprendente scoperta: il biglietto per la torre costa ben 18 euro. Per quanto emozionante possa essere la salita, decidiamo senza alcuna esitazione di ripiegare sull’adiacente Museo dell’Opera del Duomo.

Lasciamo quindi l’incombenza della scalata ad americani, giapponesi e altri stranieri su cui la torre pendente sembra esercitare un’attrattiva al limite del culto, e paghiamo soltanto 5 euro per renderci conto che non avremmo potuto fare scelta più felice.

Non so voi, ma ogni volta che visito una cattedrale, da sempre la cosa che mi colpisce di più tra le tante meraviglie è quello che si può a mala pena intravedere. Capitelli, fregi di pietra, vetrate e dipinti collocati troppo in alto perché si possano cogliere i dettagli, eppure realizzati con la stessa cura, fantasia e finezza delle opere più in vista. Ed è proprio questo che si trova nel museo: versioni originali di sculture, dipinti e e parti architettoniche provenienti dal Duomo e dal Battistero, che nel tempo sono state rimosse ed eventualmente sostituite con delle copie, e si trovano qui protette dalle bocche avide del tempo.

Guglie e pinnacoli che un tempo svettavano verso il Cielo dai tetti, sottili geometrie a perdita d’occhio, musi di animali, fiori, parole e persone che affollano la pietra resa viva da chi l’ha scolpita: tutto è collocato finalmente all’altezza dei miei occhi.

Ci sono inoltre paramenti e altri oggetti usati per le funzioni religiose, enormi libri di canti sacri miniati in colori brillanti, sontuosi servizi di piatti appartenuti a vescovi e cardinali, testi sacri illustrati a uso della popolazione dell’epoca tenuta nell’ignoranza a vantaggio di pochi, stoffe istoriate usate per decorare la cattedrale nei giorni di festa, reliquiari, crocifissi e altre opere, tutte decorate con una ricchezza di materiali preziosi, una cura del dettaglio e una bellezza dei particolari che lascia senza fiato.

Tutto è corredato da spiegazioni scritte sulla storia di Pisa, su come l’arte ne segue necessariamente le vicissitudini, sul significato delle opere e su alcune interessanti curiosità.

Mi ritrovo così a fantasticare sulla centinaia di mani sconosciute che hanno lavorato a questa complessa meraviglia, su persone vissute quasi mille anni prima di me e di cui non si conosceranno mai i nomi, che non saranno mai ricordati come i geni che hanno fatto la storia dell’arte, ma senza i quali l’arte non sarebbe degna di essere studiata.

Chi erano? Da dove venivano? Amavano il loro lavoro? Erano consapevoli dell’importanza di ciò che facevano, e che dopo dieci secoli milioni di persone si sarebbero ancora interessate ai frutti della loro fatica?

Almeno alla seconda domanda la pietra, il tessuto e gli smalti rispondono per loro: non venivano solo dalla Toscana, né solo dall’Italia, ma da tutto il Mediterraneo, l’enorme gonna azzurra di una danzatrice di strada che girando su se stessa al ritmo della Storia fa apparire mescolati fra loro i colori delle diverse coste che formano l’orlo del suo vestito.

Maestri turchi e bizantini, scultori e miniatori nordafricani, commercianti arabi hanno reso l’Italia ciò che è stata nei momenti più felici della sua storia.

Ce lo racconta la zanna di elefante in cui è intagliata una splendida Madonna, i motivi floreali che decorano con la stessa fantasia gli antichi paramenti per i sacerdoti e i caffetani dei sultani, gli intarsi su reliquiari e calici da Comunione che mi ricordano da vicino i tesori visti nel Palazzo del Topkapi, e perfino scritte in Arabo che completano le eleganti cesellature nel marmo bianco della cattedrale.

Passando poi al Duomo vero e proprio, constatiamo che l’enorme e unico mosaico di Cimabue che riempie l’abside di luce dorata potrebbe essere tranquillamente scambiato con i capolavori bizantini che resistono al tempo e ai millenari capricci del potere in Santa Sofia o in San Salvatore a Istanbul.

Come dire che l’arte che in tutto il mondo i turisti ci ammirano e le agenzie viaggi ci invidiano non sarebbe la stessa, se almeno in passato non avessimo saputo dare fiducia e valore alle feconde influenze degli altri popoli e delle altre culture.

Mi si può obiettare che la realizzazione dei capolavori di Piazza dei Miracoli è stata finanziata proprio attraverso razzie ai danni delle città musulmane dell’epoca, perpetrate nel corso di una serie di guerre vilmente giustificate strumentalizzando la religione cristiana. Non è proprio questo che si intende quando si dice “dare valore a un’altra civiltà”. E’ vero, in fondo i talebani non hanno inventato niente di nuovo e l’Italia del passato non ha primeggiato solo in cose belle e meritevoli.

Tutto cambia affinché nulla cambi: mille anni fa l’Occidente nutriva la propria opulenza succhiando il sangue delle altre civiltà e lo stesso fa oggi, ha solo inventato metodi più sottili e avanzati. Non più crociate, commercio di schiavi e guerre di conquista, ma sfruttamento del lavoro e delle risorse naturali, connivenze di comodo con i più crudeli regimi dittatoriali, mercato della droga, dei diamanti e delle armi, altre guerre ammantate con altre presunte giuste cause.

Dell’Occidente di mille anni fa, però, resta Piazza dei Miracoli. Quali meraviglie ammireranno i turisti del 3013 quando verranno in Italia per sapere cosa resta di me, di te e del nostro tempo? Ho paura a darmi una risposta.

Per adesso, guardando verso il limitare della piazza dal sagrato del duomo si vedono due file parallele di stranieri, ognuna delle due lunga quanto tutta la piazza stessa.

L’una è composta da americani, inglesi, russi, coreani, giapponesi e nordeuropei, in piedi nelle più svariate e sgraziate posizioni sulle colonnine che delimitano il prato, ognuno di loro circondato da amici e parenti festanti per quella che è quasi una cerimonia pagana dei nostri tempi: la foto “originale” nell’atto di sorreggere o spingere la torre di Pisa.

L’altra quasi non si vede: sono i venditori indiani, bengalesi, africani e cinesi delle bancarelle di souvenir allineate contro il muro dell’antico palazzo antistante. Nonostante la loro merce attiri più gente dei monumenti che raffigura, sono soli di una solitudine che fa venire le vertigini più della salita alla torre, per una brusca svolta della vita spesso tutt’altro che desiderata.

L’Italia accoglie queste due file di stranieri con due pesi e due misure, senza accorgersi che dipende da entrambe.

L’altro ci guarda dal vetro dello specchio, il lontano siede alla nostra tavola, lo sconosciuto non è mai stato davvero tale, il diverso ci parla di noi stessi con parole differenti, l’immigrato è il nostro bisnonno contadino e il nostro figlio neolaureato sotto un effimero travestimento.

Tutto questo fa parte di noi, tutto questo in fondo è l’Italia.

 

8 – LEZIONI DI CONDIVISIONE

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Durante la nostra ultima settimana di permanenza a Mujwa, la comunità viene rattristata dalla morte di un fratello di Christina, l’ottima cuoca della missione. Aveva solo 42 anni e lascia una moglie con due figli piccoli.

Il giorno del funerale, Alessio purtroppo è costretto a letto da quel male a cui nessun europeo scampa la prima volta che viene in Africa, così vado alla funzione solo con la segretaria della missione e un’insegnante della scuola.

I funerali in Africa si svolgono presso la casa del defunto, e sempre nel terreno adiacente avviene la sepoltura. Questo a qualcuno di noi può sembrare inquietante o sgradevole, ma io trovo anzi che tenere il defunto sempre presente vicino a sé sia una pratica molto umana, rassicurante sia per chi parte che per chi resta. In Africa nemmeno i morti sono mai soli.

Quando arriviamo, c’è più gente di quanta credevo ne abitasse tra queste distese di banani. Tutti sono già radunati intorno allo spiazzo a lato della casa, dove è stato allestito l’altare, scavata la fossa e posta al centro la bara chiusa.

Le poche sedie sono già occupate, la maggior parte della gente è in piedi tra gli alberi. Ci uniamo a loro, in una posizione né defilata né centrale, ma il parroco non appena mi vede mi fa cenno di avvicinarmi: usando il microfono mi presenta a tutti e mi invita a stare tra i familiari più stretti del defunto, seduti in fila di fianco all’altare, rivolti verso la folla.

Sono incredula di trovarmi improvvisamente al centro dell’attenzione in un momento così delicato della vita di qualcuno che conosco appena, quando vorrei essere un’ospite assolutamente discreta.

La fotografia del defunto incorniciata e posata sulla bara sembra guardare proprio me.

Inquieta e a disagio, non capisco come mai Padre Enrique mi abbia messa in questa situazione: ancora non lo so, ma lo capirò un paio d’ore dopo.

La messa ha inizio, nella lingua locale, tra canti più dimessi dell’usuale e senza danze.

I polli non smettono di razzolare nello spiazzo, sul cumulo di terra rimossa, sotto al cavalletto che sorregge la bara del loro padrone, ignari e incuranti di tutto ciò che accade agli umani.

Di tanto in tanto, accompagnato da un chierichetto, il prete cosparge la bara di acqua benedetta contenuta in una brocca di plastica, usando come aspersorio un mazzo di erba profumata.

Un bambino sui due anni mi si avvicina per guardarmi: noi bianchi siamo una rara stranezza, ci ho fatto l’abitudine in pochi giorni. Prima mi scruta timidamente, e altrettanto timidamente gli sorrido nonostante la situazione, poi finisce per appoggiarsi alle mie gambe. Quando sono sicura di aver capito che gli farebbe piacere, lo prendo in braccio e lo faccio sedere sulle mie ginocchia, dove rimane tranquillo per buona parte della lunga cerimonia. So che questo non è inappropriato negli usi locali: i figli, come ogni altra cosa, oltre che degli individui sono anche della comunità, più simile a una famiglia che alla folla solitaria delle nostre città. In Africa nessuno è davvero figlio unico, nemmeno i pochi che lo sono.

E questa comunità, nei giorni trascorsi qui, ci ha fatto sentire due europei inclusi e accettati con una naturalezza difficile da immaginare, e ancora più difficile da descrivere.

Durante la lunga predica Padre Enrique alterna al Kimeru qualche frase riassuntiva in inglese: anche qui, dove si riesce a stento a vivere, ognuno deve fare il possibile affinché la collettività sia pronta a condividere e alleggerire i carichi eccessivi che pesano sulle spalle di un suo membro.

Tutto questo purtroppo non è scontato, in un Paese dove i diritti della vedova e dei figli a rimanere nella casa coniugale e a ricevere l’eredità del marito sono stati riconosciuti solo dalla nuova costituzione del 2011.

Oltre al normale offertorio della messa, alla fine la cassetta viene di nuovo posta davanti alla bara, a interrogare la generosità dei presenti in favore della vedova e dei figli.

Alla messa segue una serie di elogi funebri pronunciati da diverse persone, ognuna a titolo di rappresentanza di un gruppo di cui il defunto ha fatto parte: la famiglia, la parrocchia, i colleghi di lavoro, un’associazione. In Africa non si è mai soli.

E’ il momento della sepoltura, e la gente si raduna attorno alla profonda fossa. Alcuni uomini vi entrano, altri sollevano la bara e la passano con cautela a quelli dentro, senza l’uso di corde.

Dopo alcune delicate e agili manovre, gli uomini escono dalla fossa arrampicandosi senza alcun aiuto. Il parroco benedice nuovamente la sepoltura, e i famigliari del defunto gettano sulla bara due semplici corone di fiori di buganvillea, una tonda e l’altra a forma di cuore.

Poi, molti dei presenti prendono una manciata di terra dal cumulo e la gettano, dicendo tra sé una preghiera o un’intenzione. Anche io, la segretaria della missione e l’insegnante lo facciamo.

Il defunto riceve dapprima a gentili manciate la terra nella quale torna a riposare, e solo dopo gli uomini prendono a gettarla nella fossa con i badili.

Molte piantine, sradicate intere dai dintorni, sono state portate e disposte in un mucchietto ordinato a lato della tomba. Sono piccole piante ornamentali e aromatiche, alcune conosciute anche in Europa e altre no.

Tutti ne prendiamo una e la ripiantiamo sul cumulo di terra, facendo prima un foro con le dita e compattando poi la terra intorno alle radici in modo che la piantina abbia ogni probabilità di attecchire e continuare a crescere.

E così, la tomba di un figlio, di un fratello, di un marito e di un padre diventa l’angolo più ornato e più fiorito del giardino. Una semplice croce di legno incisa sottolinea la natura sacra di ciò che abbiamo appena fatto.

Da questo momento in poi, l’atmosfera cambia in un modo netto e repentino che non so descrivere fino in fondo. Tutt’a un tratto tutti sembrano rilassati, addirittura sereni, come se non fosse un funerale il motivo di questa riunione di una famiglia grande quanto un paese.

Molti si scattano foto di gruppo davanti alla tomba, mentre nel giro di dieci, quindici minuti le donne della famiglia servono a ognuno un abbondantissimo piatto di riso e fagioli e una tazza di tè. Ci sono centinaia di persone, ma nessuno ne resta senza. In un Paese dove si può ancora morire di fame, si condivide ciò che c’è perfino nelle più tristi delle occasioni.

Quando comincia ad imbrunire, ci congediamo dandoci appuntamento al giorno dopo, per incontrarci in modo più raccolto, possibilmente con anche Alessio, e parlare di ciò che Padre Enrique ha fatto capire a tutti senza dire mai.

Nei giorni scorsi abbiamo manifestato al parroco l’intenzione di impegnarci a sponsorizzare uno studente a S.Eugenia (qui si preferisce dire così anziché “adottare a distanza”, espressione che suona un po’ come un paradosso): né lui né noi abbiamo sentito il bisogno di consultarci, di mettere anche solo per un attimo in dubbio il fatto che, visto l’accaduto, questo studente sarà proprio uno dei nipoti di Christina.

Il giorno seguente Alessio si è rimesso e torniamo a casa loro aspettandoci di incontrare i familiari più vicini, ma scopriamo che cinquanta persone sono rimaste lì dal giorno precedente per fare compagnia. Questi sono i parenti più stretti di un africano.

Ci viene fatta visitare la loro casa, ci vengono presentate tutte le persone radunate lì e ci rendiamo conto che qualsiasi cosa potremo mai fare sarà sempre una goccia nel mare, ma che il mare è fatto di gocce così come il monte Kenya non troppo in miniatura che riceviamo nuovamente nel piatto è fatto di chicchi di riso.

Le persone che erano più vicine al defunto sono ovviamente molto tristi, ma si respira un’atmosfera più serena di quanto si potrebbe immaginare. Christina in particolare è completamente diversa dai giorni precedenti: come se il peggio fosse già passato, come se da qui in poi la vita potesse solo andare avanti, forse come se l’addio di suo fratello fosse meno netto di come lo vediamo noi.

Ci presenta le sue figlie e le altre sue nipoti: la più piccola ha pochi mesi. Come cuoca della missione, ha imparato dagli ospiti italiani la parola “nonna”, ma fa un po’ di confusione, così ce le presenta tutte esclamando orgogliosa: “this is my nonna!”, con gli occhi neri che le brillano come il cielo stellato di un mondo diverso da questo.

7 – LEZIONI DI ALLEGRIA… E DI ORGOGLIO

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Una delle cose dell’Africa che ci resterà di più nel cuore sarà sicuramente la forte spiritualità di questa gente.

Avevamo già sentito parlare delle messe africane, ma non c’è racconto che renda giustizia a ciò che sono.

Avevamo sentito dire che durano due ore ed è vero, ma la cosa sorprendente è come queste due ore non conoscano noia o impazienza, nemmeno quando la messa è celebrata in una lingua di cui non capiamo una parola! Com’è possibile questo? E’ semplice.

La messa domenicale è un giorno speciale vissuto davvero come tale. Sentita da tutti con un appuntamento importantissimo, è un trionfo di gioia e di voglia di stare insieme.

Adulti, giovani, anziani e bambini indossano i loro vestiti migliori e gran parte di loro arriva in chiesa molto prima dell’inizio della funzione.

La messa si apre con una piccola processione che accompagna il prete e i chierichetti dal fondo della chiesa all’altare: come avviene anche qui, direte voi. Non proprio, a meno che non abbiate visto in Italia una trentina di persone avanzare lungo una navata come un corpo solo a vivaci passi di danza e cantando, tra gli allegri sproloqui dei tamburi e il battimani di tutti i presenti.

La processione danzante si ripete al momento della prima lettura, quando la Bibbia viene tolta dal leggìo e lì viene subito riportata con solennità, e una terza volta al termine dell’offertorio, per portare all’altare quanto i fedeli hanno donato per il sostentamento della missione: denaro, ma anche uova, verdure dell’orto e perfino polli vivi.

Anche la preghiera dei fedeli si svolge con una spontaneità che la nostra fede da secoli istituzionalizzata e talvolta banalizzata ha perso: chi lo desidera sale all’altare e a turno si esprime, e l’elenco delle intenzioni da dire è scritto solo sul suo cuore.

La celebrazione si chiude con una coreografia cantata ancora più elaborata delle precedenti, eseguita davanti all’altare e coronata da un meritato applauso.

Il ballo fa così profondamente parte della cultura di questo popolo che sarebbe impensabile fare qualcosa di così importante come una messa senza di esso.

Il momento finale che da noi è riservato solo al prete per comunicazioni e annunci di interesse parrocchiale, qui è aperto a chiunque abbia qualcosa da raccontare o proporre alla comunità: un nuovo progetto per finanziare borse di studio, una raccolta fondi per costruire una chiesa dove i fedeli si riuniscono sotto gli alberi, aggiornamenti sull’andamento di un progetto di sviluppo. A volte capita che questo momento duri quasi quanto il resto della messa!

E non si creda che tutto questo fervore si esaurisca solo al momento della celebrazione eucaristica,: a differenza di molti di noi, qui nessuno uscendo dalla chiesa lascia e dimentica Cristo appeso alla sua croce dipinta, quasi fosse un ombrello reso inutile da una temporanea schiarita. Qui ognuno fa la sua parte nella fatica di tirarlo giù, lo porta a casa con sé e lo fa risorgere tutti i giorni.

Dio è presente con estrema naturalezza non solo nelle preghiere, ma in ogni momento e aspetto della quotidianità. Nei discorsi, nei saluti, nei pensieri, perfino negli slogan dipinti a lettere fiammeggianti sulle testate dei camion e dei pullman: Dio qui non è mai lasciato in un angolo, è sempre parte integrante di tutto e fondamento di tutto.

Qui nessuno si vergogna di credere in Dio! Che faccia farebbero queste persone se sapessero che per noi è diventato quasi un segno di debolezza, di ignoranza, qualcosa di vecchio, un soprammobile antiquato che non si adatta più alle nostre case moderne ed efficienti.

Salvo poi tornare di moda quando succede qualcosa di doloroso e inspiegabile, allora gridiamo: “se Dio esiste, come ha potuto permettere questo?”. Ma ieri l’abbiamo rifiutato, l’abbiamo dimenticato in un cassetto e lui ha rispettato la nostra decisione perché ci ha creati liberi.

Il ragno costruì una ragnatela enorme, così perfetta, così bella che non si stancava di ammirarla, soprattutto quando le gocce di rugiada la facevano sembrare coperta di effimere perle che sparivano dopo pochi minuti. Ma c’era un filo che rompeva quell’armonia creata da lui e solo da lui, un lungo filo che andava dritto verso l’alto e stonava tra le geometrie oblique del suo lavoro. Il ragno decise di tagliarlo, senza ricordarsi che quello era il filo da cui era sceso all’inizio della sua vita e dal quale aveva iniziato la sua costruzione. Si rese conto che quel filo sorreggeva tutto il resto solo dopo averlo reciso, mentre la sua casa si accartocciava sopra di lui e lo imprigionava come una mosca.

 

Digressione

Alla missione di Mujwa, oltre ai missionari, vive stabilmente da decenni anche Daniele.

Si è costruito una casetta affacciata sul cortile principale della missione, tra la casa dei padri e gli uffici della parrocchia e della scuola, dove vive in compagnia di due cani.

I locali lo chiamano Makelele, ovvero “Chiassoso”: infatti è costretto a parlare sempre a voce molto alta per la sua parziale sordità, causata dal continuo uso dei farmaci antimalarici.

Ma non è questo il momento di dilungarmi sull’indubbia utilità di farmaci che, oltre a provocare raramente danni gravi e permanenti, danno comunemente effetti indesiderati identici ai sintomi della malattia stessa.

Apparentemente schivo e burbero, Daniele ci accoglie facendoci trovare a tavola un’ottima pizza la sera del nostro arrivo, ma ci racconta la propria storia solo molti giorni dopo.

E’ fratello di un missionario, ma lui non ha pronunciato alcun voto, e in un certo senso proprio questo dà ancora più valore a ciò che fa giorno dopo giorno.

Era un benestante imprenditore veneto e presidente di una squadra sportiva, ma ha lasciato tutto per la missione.

Gestisce una falegnameria a Mujwa, dando lavoro anche a una decina di operai.

Con le proprie sostanze e i proventi di una onlus da lui fondata in Italia, ha guidato la costruzione nei dintorni di ben tre scuole e un orfanotrofio.

E’ quest’ultima la “casa” che occupa, insieme alla falegnameria, gran parte del suo tempo e dei suoi pensieri, e insieme a lui andiamo a visitarla.

L’orfanotrofio di S. Patrick si trova a meno di un chilometro dalla sede della parrocchia, e ogni giorno alcuni dei ragazzi più grandi vengono ad attingere acqua potabile dalla sorgente che si trova proprio nel terreno della missione. E’ un lavoro pesante, ma presto un tubo porterà l’acqua potabile direttamente là. Sì, perché la costruzione dell’orfanotrofio è in continua evoluzione e non è mai compiuta una volta per tutte, proprio come dovrebbe essere quella della nostra persona.

Vivono qui circa cinquanta bambini, ognuno con una storia diversa ma tutti con storie simili: una malattia, spesso l’aids, ha portato via i loro genitori, oppure la loro mamma nonostante gli sforzi non ce l’ha proprio fatta a crescerli da sola.

Quello delle madri single è un problema sociale forte in Kenya, dove il rispetto per le donne e i doveri dell’uomo in una relazione di coppia non fanno parte dei valori tradizionali, ma si stanno faticosamente affermando non solo grazie all’evangelizzazione, ma anche ad un cambiamento generale della cultura e del senso comune non molto diverso da quello che è avvenuto in Italia più o meno l’altro ieri.

E’ una madre single anche Scolastica, la direttrice dell’orfanotrofio, che ha preferito crescere la sua bambina qui piuttosto che a casa di un marito che le dava più preoccupazioni e incombenze della piccola.

A parte lei e il cuoco Pius, che è cresciuto qui fino a diventare adulto, non c’è altro personale residente e per questo motivo purtroppo l’orfanotrofio non può ospitare bambini più piccoli di due o tre anni.

Crescendo, normalmente i ragazzi restano qui fino alla maggiore età, momento in cui fortunatamente, grazie alle leggi della nuova costituzione approvata pochi anni fa, quasi tutti riescono ad entrare in possesso del terreno di famiglia che spetta loro e a intraprendere dignitosamente una vita autonoma.

La più piccola si chiama Rossella, e guardandola mi sembra incredibile che l’animale più feroce e pericoloso di tutti, che siamo noi, possa mettere al mondo cuccioli così belli. Chissà cosa un giorno riaffiorerà dal suo passato ad affaticare il suo sorriso a fossette assolutamente contagioso. Per adesso però ride e sgambetta, vezzeggiata da tutti.

Daniele parla con tutti i locali un inglese approssimativo punteggiato da esclamazioni venete, ma non c’è lingua al mondo che non sia insignificante in confronto all’alfabeto universale della tenerezza e dell’affetto: è questa la vera lingua con cui comunica con tutti i “suoi” bambini.

E’ sabato, giorno di ferie dalla scuola e soprattutto giorno di bucato: in questa grandissima famiglia, ognuno fa la sua parte.

Sulle siepi e sui prati che decorano il cortile davanti alla costruzione principale sono stese in bell’ordine divise scolastiche di tre o quattro scuole diverse: tutti i bambini frequentano uno degli istituti dei dintorni.

C’è chi stende e chi spazza, c’è chi impasta piadine e chi le cuoce, mentre tre ragazzine sugli undici anni sbucciano una cesta di patate cantando una filastrocca molto popolare che abbiamo già sentito alla scuola.

Sono i ragazzi più grandi a occuparsi quasi completamente dei bambini più piccoli: fanno il bucato per sé e per loro, li aiutano a lavarsi, collaborano tutti insieme per le faccende domestiche e si comportano come tanti fratelli maggiori. I piccoli, dal canto loro, imparano gradualmente ma velocemente a rendersi autonomi e a dare il loro contributo.

I più grandi, che frequentano le ultime classi della scuola primaria (ovvero le nostre medie) oppure l’hanno già completata, si occupano anche degli orti e degli animali con cui si sostenta la famiglia di S. Patrick stessa.

Se tutto ciò può sembrare crudele, va compreso considerando il contesto in cui avviene, come ci spiega Daniele. Questi bambini non sono in lista per l’adozione, la loro vita è e sarà sempre qui a Mujwa, dove la vita funziona secondo logiche diverse dalle nostre, ma delle quali forse i nostri nonni ricordano qualcosa. Sarebbe irrealistico, oltre che dannoso per loro stessi, crescerli in un ambiente troppo ovattato senza che imparino gli stessi lavori che tutti i loro coetanei in famiglia imparano.

Tutto questo non significa che S. Patrick, a poche centinaia di metri dalla scuola di S.Eugenia edificata interamente da benefattori italiani, sia lasciato senza aiuto.

Anzi, le persone che dall’Italia hanno a cuore le sorti di questi bambini sono così tante che Daniele sta arredando, ovviamente con la propria falegnameria, un piccolo appartamento adatto alla permanenza di una famiglia anche con bambini piccoli che venisse a visitare la zona. Per inciso, il mantenimento di uno di questi bambini non costa che ottanta centesimi di euro al giorno.

Lasciamo S. Patrick con il sentimento di una scoperta dolce e piacevole. Daniele, Scolastica, Pius, i bambini: tante persone che non avevano una famiglia si sono trovate fra loro e ne hanno formata una. Tante altre forse saranno più normali e più agiate, ma questa ci ha insegnato qualcosa in più su cosa siano l’amore e la dedizione.

6 – LEZIONI DI FAMIGLIA

Digressione

E’ mattina e usciamo insieme a Padre Gumersindo per andare, insieme ad un catechista della zona, a visitare alcuni anziani infermi e a portare loro la Comunione.

In Kenya non esiste ancora un sistema pensionistico comune a tutti i lavoratori: a quanto ho capito, solo i dipendenti statali e chi si affida a un istituto di previdenza privato può provvedere in modo sistematico alla propria vecchiaia.

Perciò, soprattutto in questa campagna, chi può va a lavorare nei campi anche da anziano, e ne abbiamo visti molti.

In un Paese dove solo il 7% della popolazione supera i 65 anni, però, invecchiare non è solo questione di rughe: a causa delle cattive condizioni generali di vita è molto più facile che in Europa perdere la vista, la capacità di camminare o soffrire di qualche altro grave male.

Troviamo la signora Magdalen seduta per terra su di un vecchio sacco nello spiazzo erboso davanti alla sua casa, che ci permette di vedere.

Non c’è altro che una piccola costruzione in legno, priva di finestre, che contiene a mala pena un letto sormontato da una zanzariera, tre o quattro indumenti, qualche scorta di cibo e pochi altri oggetti. Di fronte ad essa, una capanna ancora più piccola e piena di spifferi tra le assi racchiude niente più di tre pietre che formano il focolare, due o tre pentole e una tanica d’acqua. Non c’è un tavolo o una sedia, se non quelle che ci porta il figlio della signora dalla propria abitazione poco lontana. No, non ho dimenticato di menzionare il bagno e il salotto: non c’è niente di tutto ciò che noi abbiamo e che diamo sempre per scontato.

La povertà e la misera condizione di chi non è più in grado di spostarsi autonomamente non le hanno tolto la dignità e l’amor proprio: per l’occasione di questa visita ha indossato un vestito a fiori in buono stato, e prima dell’inizio della breve cerimonia insiste perché la nipotina la aiuti a coprirsi il capo quasi calvo con un fazzoletto colorato.

Veniamo presentati a lei, che ci accoglie con evidente piacere, anche se parla solo la lingua locale e non possiamo comunicare a parole.

Il prete riceve dalla signora una confessione molto breve, evidentemente perché questa creatura ha ben pochi peccati da raccontare.

Poi apre la sua valigetta, dispiega un paramento bianco sulle proprie ginocchia e celebra per lei nella lingua locale un breve, essenziale rito eucaristico che io e mio marito seguiamo come riusciamo.

A fungere da tabernacolo e a contenere il cofanetto delle ostie è un vecchio barattolo di margarina. La mancanza di oro, argento, marmo e incenso non toglie nulla alla forza di questo incontro con Cristo, o forse aggiunge qualcosa.

Al termine della cerimonia, succede qualcosa che non abbiamo fotografato o filmato per rispetto, ma che meriterebbe di fare il giro del mondo, prima di fermarsi al centro di Città del Vaticano, dalla quale le missioni della Consolata non ricevono assolutamente nulla (per ora).

La signora tira fuori venti scellini e li dona al prete come offerta per la parrocchia.

Sulla fredda superficie di uno sportello di banca equivarrebbero a 20 centesimi di euro, ma qui, in questo momento, hanno un valore incalcolabile.

Niente di tutto ciò che io e Alessio potremmo mai donare, e nemmeno i milioni che donano persone molto più ricche di noi, potranno mai valere agli occhi di Dio quanto questi venti scellini, donati da chi ha bisogno di tutto.

Dio non sa contare. L’amore, la generosità, la fede, la gratitudine non sanno contare.

Ci congediamo dalla signora Magdalen stringendole le mani, e mentre lei mi benedice in una lingua che non conosco, per un attimo mi rendo conto di non essere mai stata ricca quanto lei, se non forse in questo momento.

4 – LEZIONI DI GENEROSITA’