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LUCE E OMBRA I: IL CIGNO BIANCO E IL CIGNO NERO

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Un film, in poco tempo e con grande efficacia, è in grado di veicolare significati profondi, e perfino di illustrare in modo chiaro concetti di psicologia anche molto complessi.
In una serie di articoli vorrei quindi guidarvi alla scoperta di nozioni psicologiche utili nella vita di ognuno di noi, attraverso l’analisi di personaggi cinematografici.
NON SI TRATTA DI RECENSIONI di film, bensì dell’illustrazione di una coppia di personaggi.ninalily

Oggi voglio confrontarmi e confrontare chi mi legge con uno dei tempi più complessi in assoluto della nostra vita psichica: il rapporto con la nostra ombra. Tradizionalmente associato al male, alla bestia, al proibito, perfino al diavolo, il nostro cosiddetto “lato oscuro” è davvero solo questo?
Cos’è l’Ombra? Non pretendo certo di dirimere qui un concetto che Jung in persona, e non solo lui, ha lavorato praticamente per tutta la sua carriera a definire e approfondire. Solo qualche parola per tentare di rendere un briciolo di giustizia a questa parte di noi da sempre bistrattata.
L’Ombra è, in estrema e forse eccessiva sintesi, tutto ciò che l’individuo e la società sacrifica per il proprio buon funzionamento. Tutti dobbiamo fare delle scelte: non si può essere tutto e il contrario di tutto, una cosa non può essere giusta e sbagliata, bella e brutta, ammirata e disprezzata.
Reprimere alcuni intenti in favore di altri a cui teniamo di più è in gran parte una dinamica assolutamente sensata: rinunciamo alla nostra libertà di uccidere, rubare e truffare al fine di poter vivere tutti più tranquilli e sicuri; rinunciamo al nostro desiderio di fare sesso ad ogni occasione che si presenta con qualunque persona ci piaccia al fine di poter avere una relazione stabile e una famiglia; rinunciamo alla pazza idea di mollare tutto e vivere suonando la chitarra su una spiaggia di Rio nella speranza di ottenere una posizione di responsabilità in ufficio.
Spesso però rischiamo di buttare via per così dire il bambino insieme all’acqua sporca. Nella nostra Ombra, in ciò che più o meno consapevolmente, più o meno autonomamente decidiamo di ignorare in noi, c’è molto più che una serie di istinti meschini.
Nell’Ombra c’è quella voce che non ha peli sulla lingua e mette in dubbio ogni nostra certezza; nell’Ombra è acquattata quella rabbia che se potesse uscire dalla nostra bocca griderebbe “Basta!” alle costrizioni che subiamo in famiglia, alla relazione sentimentale che è ormai solo abitudine, ai compromessi scomodi a cui ci adattiamo per amor di pace; nell’Ombra ci aspetta quel sogno di quando eravamo bambini e tutto ci sembrava possibile, al quale credevamo di aver detto addio autoconvincendoci che un posto fisso in banca era la miglior cosa che potesse capitarci; nell’Ombra vive la persona che potevamo essere e non ce lo siamo permessi, chiunque essa sia; nell’Ombra chiacchierano impunemente tutti i “ma” e i “se” che riempiono di tante puntine il materasso del nostro sonno; nell’Ombra risuona quell’irresistibile risata che fa sembrare più piccolo tutto ciò che è la nostra vita.
L’Ombra è anche creatività, alternativa, irriverenza e domande a non finire. Se è un diavolo, è un diavolo bambino. Se ci fa del male, è lo stesso male che ci fa il dentista per curarci. L’Ombra è una parte di noi come ogni altra, ed è nostra alleata: siamo noi a rendercela nemica o a sentirla come tale.
Mi piace pensare che si chiami Ombra non tanto perché è oscura, ma perché ci segue sempre, a meno che non siamo noi stessi persi in un buio completo.
Vista la complessità dell’argomento, lo svilupperò nel corso di due articoli che ci poteranno alla scoperta di quattro affascinanti personaggi non solo cinematografici, ma anche teatrali e letterari.
Cominciamo affrontando la questione dal punto di vista femminile.

Film: Il cigno nero (2010)
Interpreti: Natalie Portman (Nina), Sarah Lane (Nina nella maggior parte delle scene di danza), Mila Kunis (Lily)

ATTENZIONE SPOILER: Se non avete ancora visto questo capolavoro, fatelo prima di leggere l’articolo, perché è indispensabile discutere di tutta la trama, e del finale soprattutto.

New York. Il direttore artistico Thomas annuncia alla sua compagnia di danza classica di voler mettere in scena il balletto “Il lago dei cigni” con una nuova protagonista.
Il ruolo principale richiede di interpretare sia Odette, la dolce e innocente principessa innamorata del principe Sigfried e vittima di un sortilegio malefico che solo una promessa di eterno amore può spezzare e che la trasforma in cigno bianco durante il giorno; sia Odile, la scaltra e maliziosa figlia del mago Rothbart, in parte cigno nero e in parte bellissima ragazza, la quale riesce a fingersi Odette agli occhi del principe e a sedurlo, sottraendolo all’altra e condannandola così a restare per sempre prigioniera dell’incantesimo di Rothbart.
Si prospetta quindi la grande occasione per la ballerina Nina, volitiva e autocritica ma allo stesso tempo molto infantile, che vive con una madre severa e morbosa, la quale la tratta come una bambina e la tiene sotto controllo anche in bagno e nella camera da letto, ancora rosa e piena di bambole.
Il giorno del provino Nina nota in metropolitana una misteriosa e attraente ragazza vestita di nero che, ignara di lei, compie esattamente i suoi stessi gesti come se fosse uno specchio, e che si rivela essere Lily, una nuova ballerina della compagnia.
Come afferma il direttore artistico, Nina risulta essere ideale nel ruolo del cigno bianco ma incapace di rendere la sensualità e la malizia del cigno nero. La sua tecnica è perfetta, ma manca di espressività e passionalità. Nonostante questo, Thomas assegna a lei la parte della protagonista, mettendola così alla prova come ballerina e come donna. Nel tentativo di scuoterla le rivolge anche improvvise e spicce attenzioni erotiche, ma Nina, nonostante l’attrazione che prova per lui, si chiude ancora più rigidamente in se stessa.
Poco dopo, Thomas decide di far provare il ruolo del cigno nero alla nuova arrivata Lily, sottolineando a Nina quanto l’altra interpreti magnificamente il ruolo di Odile.
Inizia allora per Nina un travagliato rapporto di amicizia e rivalità con Lily, dove realtà e fantasia, fatti e allucinazioni si confondono nella mente della protagonista, resa sempre più fragile dall’infrangersi delle sue certezze di fronte alla crescente tensione sul lavoro e all’intrigante collega.
La “realtà” della trama del film e la “finzione” della trama del balletto si intrecciano per Nina-Odette, Lily-Odile e Thomas, padrone del loro destino come Rothbart e conteso tra loro come Sigfried.
Una sera Lily “rapisce” Nina alla madre, la porta in discoteca e al ritorno resta in camera sua, dove le due ragazze hanno un rapporto sessuale nel quale finalmente Nina si lascia andare.
Il giorno dopo, però, quando Nina accenna a quanto è accaduto Lily cade dalle nuvole, afferma di aver passato la notte con un ragazzo conosciuto in discoteca e deride l’amica.
La protagonista, assalita dalla confusione, sente di stare sprofondando sempre di più nella pazzia e nella totale immedesimazione con il proprio personaggio.
Arriva la sera della prima esibizione. Dopo aver danzato la prima parte dell’opera nel ruolo di Odette, in camerino Nina vede Lily vestita da cigno bianco come lei, pronta a farle da sostituta se dovesse infortunarsi durante lo spettacolo, ma il timore che voglia rubarle il trionfo scatena in lei un improvviso raptus di violenza: ferisce a morte la compagna con una scheggia di specchio e nasconde il cadavere sanguinante in bagno. Poi entra in scena nel ruolo del cigno nero.
In una sequenza di fortissimo impatto visivo, Nina riesce finalmente per la prima volta a liberare il proprio cigno nero interiore in un’interpretazione prepotente e sublime. Il pubblico e Thomas la adorano. Appena dietro le quinte, Nina lo bacia davanti a tutta la compagnia.
Nel finale, Nina deve vestire di nuovo i panni di Odette che, perdente nella contesa con Odile per l’amore di Sigfried, si suicida gettandosi da una rupe.
In camerino, non trova più traccia del corpo di Lily e della grossa pozza di sangue di prima, ma sente il dolore di una ferita piena di frammenti di vetro sulla propria pancia. Mentre una macchia rossa si allarga sul suo corpetto bianco, Nina si precipita in scena e danza l’ultimo brano. Dopo un ultimo sguardo alla madre tra il pubblico, cade sul materasso posto dietro alla scenografia della rupe ed esala l’anima sussurrando a Thomas: “Ero perfetta.”

Gli ampi spazi concessi in questo film, in termini visivi e di sceneggiatura, al surreale e al paradosso lasciano molte possibilità interpretative.
La mia è che Lily non sia affatto una persona reale, ma una parte di sé che la protagonista, nel suo disagio psichico, rifiuta e proietta all’esterno, in una persona immaginaria, per poterla tenere lontana e separata. Questa parte è l’Ombra di Nina, della quale Lily incarna tutte le contraddittorie e complesse caratteristiche.
E’ evidente fin da subito quanto le due ragazze abbiano personalità diametralmente opposte: Nina, sempre vestita di bianco e rosa, affronta con severità se stessa e la vita, quasi si priva del cibo, non ha mai avuto esperienze sessuali e non riesce ad emanciparsi dal rapporto morboso con la madre; Lily, che veste sempre di nero, è scherzosa e sicura di sé, ambigua e schietta allo stesso tempo, è disinibita con gli uomini e libera nel suo godersi la vita.
Nina porta sempre un coprispalle per nascondere i graffi che si procura da sola sulla schiena nei momenti di rabbia e frustrazione contro se stessa, Lily nella stessa zona ha un grosso tatuaggio con due calle che ricordano anche due occhi aperti o due ali nere.
In Lily è la vita notturna con le sue intriganti opportunità, la sensualità e i piaceri, ma anche la spensieratezza, la giocosità e l’ironia. Lily, come Odile, inganna, prende in giro e scompiglia le carte in tavola, ma ha anche l’assoluta trasparenza e spontaneità di chi è perfettamente sicuro di sé nel presentarsi al mondo.
Nina, al contrario, non può permettersi di essere completamente se stessa a tutto tondo: schiacciata tra le pretese della madre e la propria ambizione, è spietata verso se stessa e si prende sempre terribilmente sul serio: non è in grado di giocare con la vita.
Fin dall’inizio primeggia tra le compagne nel suo talento e nella stima del direttore artistico, e sembra destinata a trionfare. Come ognuno di noi, però, Nina non può esimersi dal confronto con la propria ombra, Lily.
Lily possiede le qualità artistiche che mancano a Nina, ma quest’ultima non riesce a vedere in questo un’occasione di imparare qualcosa di nuovo, si chiude anzi sempre di più in un atteggiamento astioso, rigido e unilaterale.
In seguito, Nina e la sua Ombra riescono ad avvicinarsi fino a vivere una metaforica unione erotica: questo infrange in Nina il precedente blocco nei confronti della sessualità, ma al contempo con la sua forza innovativa troppo dirompente la sprofonda ancora di più nella confusione tra realtà e allucinazione.
E’ solo quando, uccidendo Lily, Nina riesce a esprimere la propria istintualità e la propria aggressività, che si apre finalmente in lei l’interrotto canale di comunicazione con tutto ciò che l’Ombra rappresenta, consentendole di interpretare alla perfezione il cigno nero.
Alla fine, però, uccidendo una parte così importante di sé Nina ha ucciso se stessa. Nina muore vittima del proprio perfezionismo. L’ambizione di essere perfetta, senza ombre (la sua l’ha pugnalata), assolutamente splendente come il suo candido costume sotto le luci del palcoscenico l’ha spinta fino a darsi veramente la morte per interpretare al meglio la scena del suicidio di Odette. Una sola esibizione perfetta vale la sua intera vita e anche la sua morte, sottraendola a un’esistenza e ad una carriera appena all’inizio e all’amore di Thomas che era ormai diventato possibile.
Il senso di tutto ciò è che ognuno di noi, per continuare a vivere, deve accettare di avere dell’Ombra in sé, di avere dei limiti e di non poter essere perfetto.
La nostra Ombra è a modo suo un’amica vera, come Lily per Nina, senza la quale il nostro atteggiamento unilaterale verso la vita diventa solitudine.

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Anything can be “shining”

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Please note that this is my first blog post in English, so if i make any mistake, no need to scream and shout, just correct me in a comment and i will do better next time.

So, please view this trailer. I found it on youtube, it is made by Robobos and I don’t own anything about it.

You all recognised the movie, right? And provided that you are reasonably gifted with sense of humour, it made you laugh, right? Sure, it’s very funny and it’s made for fun.

If I asked you whether you have seen anything similar before, you would probably answer No. Well, this could be true only if you had never watched TV, never seen an advertising poster and never read a newspaper in your entire life.

They make us believe that a new car will provide us happiness and success, or that a certain jewel will make our sexual life a movie-like dream, or that buying our chidren a wonderful toy will make them forget about all the problems and misunderstandings in our family.

But these unfunny pranks played on our mind and wallet are not that difficult to recognise.

The issue becomes more serious when it comes to information and to personal relationships.

The same way a masterpiece of horror movie can be passed off as a nice family movie, abuses, exploitations and violences can be passed off as justice, progress and help if conveniently rejigged.

This can happen in mass medias, but also in our everyday relationships.

We make war in order to bring peace. I restrain you because I love you too much. We are exploiting poor countries’ resources in order to bring there employment. I lie to you to protect you. We make poor peoples depending on our “humanitarian” help, but that will improve their conditions. I ignore your emotional needs to teach you how to get by on your own.

I could make endless examples.

Any petty intention can shine as a noble one, basically anything can be turned into anything else.

How can we avoid to be both victims and enforcers of this wicked game? The answer is the same reason why most of you of course didn’t actually buy that The shining is a family movie: because you knew the movie before.

Therefore, always try to get more and more information about the world before you commit to a cause, and make intentions clear by an effective communication in your relationships.

Il conflitto tra razionalità ed emozioni: John Preston e Mary O’Brian

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Un film, in poco tempo e con grande efficacia, è in grado di veicolare significati profondi, e perfino di illustrare in modo chiaro concetti di psicologia anche molto complessi. Il fatto che si apprendano queste nozioni senza leggerle su un tomo specialistico non significa che non possano entrare a far parte del nostro bagaglio di conoscenza, diventando così strumenti attraverso cui possiamo leggere meglio la realtà che ci circonda.

Ciò è talmente vero che più di una volta, durante le lezioni universitarie di psicologia, allo studio e alla spiegazione di un determinato argomento il docente ha accompagnato la visione di un film sul tema.

In una serie di articoli vorrei quindi guidarvi alla scoperta di nozioni psicologiche utili nella vita relazionale di ognuno di noi, attraverso l’analisi di personaggi cinematografici.

NON SI TRATTA DI RECENSIONI di film, bensì dell’illustrazione di una coppia di personaggi. Solitamente ci saranno il protagonista e il suo complementare, senza il quale l’analisi del protagonista stesso sarebbe soltanto parziale: tutto l’universo funziona per coppie di opposti-complementari, essendo questi due concetti inseparabili.

Film: Equilibrium (2002)                      Equilibrium

Interpreti: Christian Bale e Emily Watson

Doppiatori italiani: Riccardo Rossi ed Eleonora De Angelis

Siamo in un futuro distopico in cui, in seguito alla catastrofe di una terza guerra mondiale scoppiata nei primi anni del ventunesimo secolo, si è instaurato un regime dittatoriale con sede nella città-stato di Libria.

Il solo caposaldo su cui si regge questo governo è l’eliminazione di ogni sentire umano, nella convinzione che le emozioni e i sentimenti siano la causa delle guerre: pur di evitare il ripetersi della catastrofe passata è necessario e giusto sacrificare anche la gioia, l’amore, la compassione e l’amicizia, per poter stroncare la rabbia, l’avidità, il dolore e l’invidia.

Il regime mette in atto la soppressione dei sentimenti distruggendo sistematicamente qualsiasi cosa capace della più piccola evocazione emotiva, e obbligando i sudditi ad assumere regolarmente un potentissimo psicofarmaco che li inibisce, il Prozium.

Così, a Libria sono bandite cose come i colori, i libri, la musica, la parola “papà”, l’arte, gli animali domestici e ogni forma di bellezza. Fuori da Libria, le rovine del mondo così come lo conosciamo sono chiamate “l’inferno” e sono oggetto di continue irruzioni da parte dei Cleric, un corpo di polizia che ha il compito di distruggere ogni oggetto proibito dal regime e di catturare e uccidere i ribelli, ovvero i “colpevoli di emozioni” che portano avanti una resistenza organizzata contro il regime.

Tra i Cleric di rango più alto c’è appunto John Preston, stimatissimo dai colleghi e dal regime per abilità, spietatezza e inflessibilità. L’uomo ha due figli ed è vedovo: quattro anni prima, infatti, sua moglie è stata arrestata e bruciata viva semplicemente perché amava suo marito, senza che tutto ciò suscitasse in lui la minima reazione emotiva.

Una mattina, John infrange inavvertitamente la fiala di Prozium che stava per iniettarsi e va al lavoro senza essersi impermeabilizzato alle emozioni. Lui e i colleghi fanno irruzione in casa della bella Mary O’Brian, ribelle, colpevole di emozioni e collaboratrice della resistenza, e la arrestano.

Dopo questo incontro, il protagonista continua di nascosto a non prendere il Prozium. Nei giorni successivi, il suo atteggiamento nei confronti delle regole che sono sempre state la sua ragione di vita diventa ambivalente, mentre il suo essere viene a poco a poco travolto da un angosciante trionfo di emozioni: il rimorso per la morte della moglie, il senso di colpa per le uccisioni da lui compiute in nome del regime, la tenerezza per un cucciolo di pastore bernese salvato nel corso di una retata… fino al pianto dirotto e liberatorio suscitato in lui da quello che è evidentemente il primo ascolto di un brano musicale in vita sua. E, ultima ma non ultima, l’attrazione invincibile per la donna che ha innescato in lui un totale capovolgimento interiore.

Quello che doveva essere un interrogatorio diventa una sottile battaglia in cui ognuno dei due protagonisti cerca di scoprire l’altro, e che vedrà lei sicura e vittoriosa, lui perdente e più confuso che mai di fronte alla frase che riassume il senso del film:

“Senza amore, senza rabbia e dolore, il respiro è solo un orologio che fa tic tac.”

Da qui in poi, l’orologio dello spettatore scandisce solo il ritmo della trasformazione del protagonista da eletto del corpo di polizia del regime in eroe della resistenza, in un pericoloso doppio gioco che potrete godervi senza il mio commento.

L’ambientazione fantascientifica del film è solo una metafora che ci parla di una situazione fin troppo reale. Ognuno di noi potrebbe trovarsi nella vita reduce da una “guerra mondiale” come quella che ha dato inizio alla vicenda del film: la fine di un amore, la morte di una persona cara, una forte delusione da parte di un amico.

Può essere grande, allora, la tentazione di instaurare dentro di noi un regime come quello di Libria: bandire tutti i sentimenti, mettere in circolo un antibiotico psichico pur di liberarsi dalla rabbia e dal dolore, pur di proteggerci da noi stessi e dal mondo.

Il nostro Prozium può essere il lavoro su cui ci buttiamo con tutte le nostre energie, le avventure sessuali senza significato, l’alcol o qualsiasi cosa ci aiuti a non pensare, a non sentire, ad allontanare l’accaduto dalla nostra mente e “non ricascarci”. Possiamo distruggere come oggetti proibiti tutti i ricordi che ci riportano all’accaduto, lasciando la nostra psiche come la cattedrale in rovina all’inizio del film.

Ma se pure non soffriamo più, nemmeno noi al posto di John sapremmo rispondere alla domanda di Mary: “Perchè vivi?”

La casa grigia, spoglia e impersonale come quelle Libria nella quale abbiamo traslocato il nostro cuore non è una vera casa, questa vita non è una vera vita.

Inevitabilmente incontreremo anche noi Mary: lei si nasconde (ma solo perché vuole essere trovata) in un nuovo amore, in un’amicizia, nei nostri figli, in tutto ciò che ci circonda, perfino nel tempo.

Arriverà quando meno la aspettiamo, oppure ci renderemo conto che è sempre stata di fronte a noi: a quel punto, lasciamo che questo incontro o questo ri-incontro ci cambi: interroghiamola e lasciamoci interrogare.

Allora, come il protagonista, ricominceremo a toccare il mondo senza guanti, torneremo a guardare fuori dalla finestra, ci emozioneremo guardando la neve che cade sulla Tour Eiffel in una boccia di vetro… in una parola, ci ribelleremo piano piano al regime che ci siamo auto-imposti.

Sarà doloroso, sarà pericoloso, sarà faticoso, sì, molto. Restare a Libria invece non sarà un rischio: sarà una certezza di essere condannati.

E alla fine, dopo aver tanto combattuto, potremo tornare ad amare, a sorridere e a fidarci della vita.

Il pensiero laterale e il pensiero lineare: Hercule Poirot e Arthur Hastings

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Un film, in poco tempo e con grande efficacia, è in grado di veicolare significati profondi, e perfino di illustrare in modo chiaro concetti di psicologia anche molto complessi. Il fatto che si apprendano queste nozioni senza leggerle su un tomo specialistico non significa che non possano entrare a far parte del nostro bagaglio di conoscenza, diventando così strumenti attraverso cui possiamo leggere meglio la realtà che ci circonda.

Ciò è talmente vero che più di una volta, durante le lezioni universitarie di psicologia, allo studio e alla spiegazione di un determinato argomento il docente ha accompagnato la visione di un film sul tema.

In una serie di articoli vorrei quindi guidarvi alla scoperta di nozioni psicologiche utili nella vita relazionale di ognuno di noi, attraverso l’analisi di personaggi cinematografici.

Nonostante si tratti ovviamente di film che ho apprezzato e che consiglio, NON SI TRATTA DI RECENSIONI, bensì dell’illustrazione di una coppia di personaggi. Solitamente ci saranno il protagonista e il suo complementare, senza il quale l’analisi del protagonista stesso sarebbe soltanto parziale: tutto l’universo funziona per coppie di opposti-complementari, essendo questi due concetti inseparabili.

Cercherò per quanto possibile di non spoilerare il finale del film, o comunque l’esito della storia per i personaggi in questione: nei casi in cui questo non mi sarà possibile, l’articolo sarà preceduto da uno spoiler alert, e la patata bollente passerà a voi.

Film: serie TV realizzata a partire dal 1989 e tutt’ora non terminata, consistente finora in 65 episodi tratti dai romanzi e dai racconti di Agatha Christie.

Interpreti: David Suchet (Poirot) e Hugh Fraser (Hastings)

Doppiatori italiani: Eugenio Marinelli e Luigi La Monicapoirot&hastings

In ogni episodio, il celebre investigatore privato ormai in pensione ed il suo amico e socio si trovano, loro malgrado, a indagare su uno o più omicidi (più raramente si tratta solo di un furto o di un rapimento).

Siamo per lo più nell’Inghilterra-bene degli anni trenta e quaranta, dove i soldi e la reputazione sono tutto: ereditare può essere l’unico modo di mantenere il proprio alto tenore di vita, il giudizio della gente e i pettegolezzi condizionano pesantemente la vita di tutti, un figlio illegittimo o una relazione extra-coniugale possono diventare uno scandalo sociale assolutamente inaccettabile, i matrimoni combinati non sono cosa strana. Insomma, siamo in un mondo dove i più gretti moventi per uccidere abbondano.

Inoltre, l’assenza delle tecnologie odierne rende il “gioco” molto più facile ai criminali e più difficile alla polizia: cambiare identità, eliminare prove, alterare la scena del delitto e nascondere fatti importanti sono cose fattibili con una facilità oggi inimmaginabile. Solo l’abilità dell’investigatore  può portare a identificare il colpevole, il che in alcuni casi significa salvare la vita ad altre potenziali vittime.

I due approcci alla indagini usati dai due personaggi sono una perfetta esemplificazione dei possibili atteggiamenti di fronte a una situazione o ad un problema:

  • Il pensiero lineare o convergente, messo in atto da Hastings: rilevati pochi fatti che saltano all’attenzione con evidenza, ne deduce l’ipotesi più ovvia e logica, dopodiché cerca nei dati che emergono successivamente una conferma al suo giudizio iniziale.Si concentra su una visione parziale e semplificata del quadro, considera “distrazioni” i dettagli e giunge in fretta ad una propria soluzione.Si basa sulle proprie impressioni nei confronti degli imputati e ragiona talvolta per stereotipi, finendo spesso, nella seconda metà del film, per ritrovarsi con un pugno di mosche di fronte a nuove informazioni incompatibili con la sua versione, nelle quali non sa trovare una nuova chiave di lettura, ma soltanto un vicolo cieco dal quale la logica non riesce ad uscire.Nelle indagini, va alla ricerca diretta di ciò che gli interessa, attraverso domande trasparenti che il sospettato può facilmente eludere.Hastings incarna il senso comune, ed è in un certo senso un alter ego del pubblico, il quale infatti molto spesso si trova d’accordo con la sua ipotesi: senonché, dopo la visione di due o tre episodi, lo spettatore capirà che nel momento in cui una soluzione viene proposta da Hastings, può essere certo che non sarà quella giusta! Tutto ciò dà un risvolto comico al personaggio, che alleggerisce la drammaticità dei temi trattati e nel contempo stimola lo spettatore a tentare l’altra strategia, quella di Poirot.
  • Il pensiero laterale o divergente, messo in atto dal brillante Poirot: di fronte ad un enigma apparentemente insolubile, apre la mente ad ogni possibilità o come dice lui, “fa lavorare le celluline grigie”.Trae indizi di cruciale importanza da dettagli apparentemente inutili e insignificanti, che fa alla fine rientrare tutti nella ricostruzione veritiera dell’accaduto.
    Spesso alcuni personaggi si rivelano essere impostori che si fingono qualcun altro, oppure si scoprono avere un nesso sconosciuto con un altro personaggio: genitori e figli, amanti, ex tate, ex colleghi di lavoro o altro. Talvolta l’odio è in realtà amore celato, l’amore è una finzione che nasconde indifferenza, l’indifferenza è la copertura di un profondo legame. In alcuni casi si giunge ad un completo ribaltamento delle posizioni tra vittime e assassini. Solo l’intuizione di Poirot scopre tutti questi risvolti insospettabili.Questo si rende possibile quando l’intelligenza si spinge al di fuori da quello che per logica sembra un recinto senza uscita, prescinde dall’evidenza, cerca strade dove non sembrano essercene, genera grandi idee da piccoli elementi.Poirot indaga in modo indiretto, facendo per così dire un giro largo intorno alla verità fino a sorprenderla alle spalle: sposta l’attenzione dell’interrogato con domande apparentemente superflue e innocenti di fronte alle quali l’altro non si difende, rivelando involontariamente un indizio di colpevolezza; giunge talvolta a ingannare i sospettati escogitando messinscene molto ingegnose e ardite (finte accuse, finte morti, molteplici versioni dei fatti ad uso di diversi sospettati…) di fronte alle quali la reazione del colpevole lo smaschera come tale.A questa capacità di sconfinamento ed evasione si accompagna però un estremo rigore metodologico, che in alcuni aspetti caratteriali del personaggio assume proporzioni eccessive e talvolta comiche: l’anziano investigatore presenta infatti evidenti tratti ossessivo-compulsivi. Essi si mostrano nel suo assoluto bisogno di ordine, nella sua esasperata avversione per la minima sporcizia e nella sua cura maniacale del proprio aspetto.

Ogni episodio si conclude con una riunione di tutti i personaggi, convocati da Poirot stesso allo scopo di rivelare l’intera ricostruzione dei fatti, alla quale segue l’arresto del colpevole da parte della polizia e una scena di distensione e ritrovata serenità per tutti gli altri.

Per concludere, il pensiero laterale è l’essenza della creatività in ogni senso, tanto per la risoluzione di problemi, quanto per l’arte e l’espressione.

Ma come si ottiene questa abilità mentale tanto meravigliosa e produttiva, che consente di ragionare e creare ad un livello superiore?

Come per la maggior parte delle cose, si tratta di allenamento. Esistono giochi enigmistici appositamente studiati, e la vita stessa ci pone davanti ogni giorno sfide e opportunità che richiedono l’uso del pensiero laterale. Scovarle nel lavoro, nell’organizzazione del nostro tempo e nelle relazioni sociali è già un primo esercizio!