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BYE BYE BEAUTIFUL – ULTIMO GIORNO A LONDRA (PER ORA)

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Lunedì mattina, fin dal risveglio, il pensiero che stasera ci addormenteremo già nel nostro letto a casa aumenta la voglia di goderci al massimo queste ultime ore a Londra.

Dopo aver fatto i bagagli e averli lasciati al deposito di Victoria Station, camminiamo fino al cuore della città: l’abbazia di Westminster, la House of Parliament e il Big Ben.

Trascorriamo tutta la mattina visitando l’enorme abbazia accompagnati dalla voce e dalle musiche d’organo dell’audio-guida.

Anche in mezzo alla calca di turisti di cui facciamo parte, lo slancio misurato e la grazia composta dello stile gotico inglese ispirano un senso di calma e raccoglimento.

Anche qui, come alla Tower of London e al British Museum, si ha l’impressione di vedere tutta la storia dispiegata sulla superficie piana del presente, come gli spazi e i volumi in un quadro di Picasso.

Fin dal primo re d’Inghilterra poco dopo l’anno mille, incoronazioni, matrimoni e funerali dei reali avvengono qui.

Adesso, però, non fanno altro che riposare in due cappelle affiancate e uguali, le cugine e acerrime nemiche Elisabetta I e Maria di Scozia, e non sarà certo il passo dei turisti a risvegliare i fanatismi religiosi e le lotte per il trono della loro epoca. Dormono qui scienziati e reali, pianti da processioni di statue.

Nient’altro che una corona di brutti papaveri finti veglia l’enorme lapide dei caduti in guerra britannici, e sento l’amara ironia della coincidenza con i versi di un grande pacifista di un altro tempo e di un altro luogo, Fabrizio De André.

Solo i poeti, gli scrittori e gli artisti, radunati in un angolo in fondo alla cattedrale, fanno ancora parte del presente. Non sono statue quelle raccolte in riflessioni o preghiere davanti ai loro nomi, ma persone di tutte le età e di tutte le nazionalità. William Shakespeare, Lewis Carrol, Mary Shelley, John Byron, Charles Dickens, ma anche Georg Handel e Laurence Olivier. Le loro opere, stampate sulla carta o registrate ormai in un impalpabile formato digitale, temono il passare del tempo meno dei loro nomi incisi nella pietra.

Rigenerati da questa boccata di infinito, ci rimettiamo in cammino verso Trafalgar Square, dove a tutte le ore il rumoroso brulicare della folla fa a gara con lo scrosciare azzurro delle fontane.

Lì pranziamo in un punto vendita della catena Pret-à-manger, decisamente economica per essere a Londra e buona per essere un fast-food.

Subito dopo imbocchiamo quello che si chiama, con l’inarrivabile ed esilarante arroganza inglese, semplicemente “The Mall”, Il Viale: porta da Trafalgar Square a Buckingham Palace – o Nothingham Palace, come lo ribattezzeremo un’oretta più tardi.

A lato del viale si estende il bellissimo Saint James Park, dove la sfacciataggine degli scoiattoli nei confronti delle persone non ha limiti, gli uccelli acquatici indossano eleganti velette vintage fatte di goccioline impigliate tra le piume del capo, e i colori sgargianti dei fiori si accostano tra loro in un caos armonioso che mi ricorda le danze e le maschere dello spettacolo teatrale visto due giorni fa.

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E’ tutto l’opposto l’atmosfera solenne di Buckingham Palace e della piazza antistante, dove il contrasto tra il grigio uniforme del palazzo e l’oro vivo del monumento alla regina Vittoria crea un effetto surreale, quasi surreale quanto il fatto che si onori così la personificazione del colonialismo in una città che si proclama cosmopolita.

Ci guardiamo intorno e proviamo una sensazione molto simile a quella di chi è sobrio in mezzo a un gruppo di amici ubriachi: adolescenti in gran tiro armate di reflex grandi come kalashnikov, duckface e amiche servizievoli giocano alle modelle con lo sfondo del palazzo; intere famiglie di ogni provenienza spingono i passeggini fino a ridosso della cancellata per mettersi in posa; perfino una coppia di sposi giapponesi ha scelto questa come location per il loro servizio fotografico nuziale.

Non ci posso fare niente, se i miei occhi hanno un difetto non è tanto l’astigmatismo, quanto il fatto che sono usciti dallo stesso stampo che li ha foggiati al piccolo protagonista della fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore”. Il re è nudo, e non è un belvedere più di quanto non lo sia questo enorme casermone grigio che tutti sembrano fotografare per potersi sentire dispensati dal guardare.

Comunque, anche noi ci siamo sentiti in dovere di venire fin qui prima di lasciare la città, e la sorprendente scoperta che non c’è niente da vedere è pur sempre una scoperta.

Un’ora alla partenza del nostro treno per l’aeroporto di Gatwick: prima di incamminarci verso l’enorme stazione, recuperare i bagagli, fare la fila per restituire la Oyster Card e recuperare la cauzione e passare i tornelli che portano ai binari, ci concediamo un ultimo tuffo nel verde dolce di Saint James Park.

Qui ci imbattiamo per caso nel monumento agli alleati canadesi caduti in guerra, e la sua originale composizione di pietra, acqua e rame che riproduce lo scorrere di foglie d’acero nella corrente di un fiume si intona alla nostra malinconia della partenza.

Fortunatamente per noi e sfortunatamente per le nostre tasche, tutte le cose che avremmo voluto vedere senza riuscirci si sono spontaneamente ordinate nella nostra mente a formare in programma del nostro prossimo viaggio a Londra.

In questo quattro giorni abbiamo conosciuto ragazzi italiani che qui hanno trovato se stessi e si sentono a casa, e non abbiamo potuto fare a meno di domandarci se lo stesso potrebbe capitare anche a noi oppure no. Forse no, anche se una risposta definitiva non siamo riusciti a darcela. Quello che è certo è che siamo stati bene: non il bene che si risponde automaticamente alla domanda di rito di un lontano conoscente, ma il bene che incide nella memoria un ricordo speciale.

 

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LA NOSTRA “MARATONA DI LONDRA” – GIORNO III

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Oggi a Londra fa un caldo surreale per essere alla fine di Marzo. Proprio quello che ci serviva per i nostri piani! Ci aspetta un programma molto intenso, a cui allude scherzosamente il titolo dell’articolo, che in realtà, lo dico subito, con la vera maratona di Londra non ha niente a che fare.

In mattinata andiamo alla Tower of London, vecchio palazzo reale fondato nel 1066 che ha visto tutti i truculenti intrighi di corte per i quali gli inglesi (e non solo loro) sembrano andare pazzi. A differenza di quanto il nome potrebbe far pensare, non si tratta semplicemente di una torre, ma di un vastissimo complesso di edifici, soprattutto torri, appunto.

Il prezzo, diciamo, controbilancia l’ingresso gratuito ai musei, ma il percorso di visita è ampio, variegato, molto interattivo e ben studiato, tanto per gli adulti quanto per i bambini.

Tra armi e armature d’epoca, elaborate testimonianze storiche, gialli irrisolti da secoli, aneddoti curiosi di ogni genere e i favolosi gioielli della corona, praticamente chiunque trova di che appassionarsi.

Nel più verace stile inglese, temi come la guerra, la prigione e le sanguinarie lotte per il trono sono trattate con uno squisito humour nero, sia nei testi lungo il percorso, sia nelle visite guidate dai custodi del luogo.

Tuttavia, abbondano anche punte inarrivabili di comicità involontaria. Quando si tratta di regalità e cerimoniosità, gli inglesi non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno, e i turisti sembrano apprezzare molto. Accade così che si renda necessario, per evitare ostruzioni nello scorrere dei visitatori, esporre i pezzi migliori del tesoro della corona lungo tapis roulant che impediscono di fermarsi davanti ad essi; che alla fine del percorso incentrato appunto sui gioielli della corona ci sia una teca dedicata a esporre le loro custodie, come se fossero anch’esse degne di nota; che una vecchia superstizione venga presa tanto sul serio da spingere i guardiani della Tower ad allevare amorevolmente dei corvi come se fossero animali preziosi; che per assistere alla cerimonia della quotidiana chiusura delle porte dell’edificio sia ancora necessario prenotare i biglietti esclusivamente tramite posta tradizionale. Completa l’assortimento di risate l’inconsapevole “sfilata di moda” dei turisti giapponesi e americani, che da buoni italiani saccenti ci godiamo sgranocchiando una mela su una panchina davanti alla piccola chiesa.

Verso la fine del percorso camminiamo sulle spesse mura dal lato che affaccia sul Tamigi. L’imponente Tower Bridge, che forse insieme al Big Ben è il simbolo più conosciuto di Londra, si staglia vicinissimo davanti a noi in una luce densa come acqua. E’ circa l’una, il sole è abbagliante tra le prime foglie verdi e il fiume sfavilla più del famoso diamante Koh-i-noor che abbiamo appena visto.

Più per il gusto di percorrerlo che per arrivare dall’altra parte, attraversiamo il ponte passando sotto i suoi quattro pilastri gotici.

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Affamati dopo la lunga visita, entriamo in uno dei primi posticini che troviamo, un grazioso bar in stile nautico dove nonostante l’ora troviamo una coppia di artisti che suona e canta dal vivo. Ci ricarichiamo di energie con un piatto appositamente pensato per essere condiviso in due, un’idea davvero molto carina che ritroviamo nella maggior parte dei pub e dei posti dove andiamo.

Ci aspettano ancora tantissime cose per oggi. Ci spostiamo in metropolitana verso l’immenso Hyde Park, al centro delle zone più signorili della città. Il parco è così vasto che, una volta entrati, quasi non si vedono più edifici intorno. In questa primavera perfetta, è tutto uno sproloquio di narcisi gialli da far girare la testa.

Il viale principale è costeggiato da un’ordinata striscia di terra morbida che, come capiamo solo più tardi, è destinata alle passeggiate a cavallo. Aiuole di fiori curatissime dai colori splendidi si alternano a zone piacevolmente più selvagge. Un po’ ovunque gli scoiattoli fanno a gara coi piccioni ad attirare l’attenzione (e i bocconcini) delle persone, tutt’altro che spaventati. Il lago al centro del parco brulica di barchette e pedalò. Nei prati più grandi e pianeggianti è possibile noleggiare a tempo delle sdraio, peraltro a prezzi che farebbero impallidire un albergatore di Rimini.

Sugli ampi viali scorre una vera e propria folla, una foresta di piedi che si muovono a velocità diverse a seconda che indossino scarpe da corsa o pattini, che premano pedali di biciclette o skateboard, che vadano al seguito di un passeggino o di un grosso cane insofferente al guinzaglio.

Attraversiamo a piedi tutto il parco da parte a parte, fino ad arrivare all’elegante zona di Kensigton, poi alla vivace ed eclettica Portobello Road. Sì, quella di “Pomi d’ottone e manici di scopa”.

In un susseguirsi di facciate dipinte a colori vivaci, si alternano negozi e bancarelle di antiquariato, di artigianato etnico, di vintage musicale e di souvenir.

Purtroppo, essendo già tardo pomeriggio, la maggior parte dei commercianti sta chiudendo. Ne approfittiamo per riposarci un po’ in un locale della catena “Caffè Nero”, disseminata ovunque per la città, e constatare che effettivamente servono un vero caffè espresso. Resta da vedere se il merito di questo vada davvero alla catena o piuttosto alla simpatica ragazza italiana che ce l’ha preparato.

Stufi del prezzo esorbitante della metropolitana e desiderosi di vedere nuove zone della città, decidiamo di prendere l’autobus per raggiungere l’ultima tappa della giornata: il quartiere di Camden Town.

Famosa nei decenni scorsi come cuore alternativo e punk della città, anche questa zona si è inevitabilmente un po’ “commercializzata”, ma conserva il suo spirito giovane, originale e aperto. L’attrattiva principale è il mercato, e purtroppo lo troviamo ormai del tutto chiuso già nella prima serata.

Nonostante questo riusciamo comunque ad apprezzare l’atmosfera magica che non lascia mai questo posto. I vicoli sono stipati di chioschi dalle imposte dipinte a motivi etnici, negozietti curiosi e locali dove si fuma il narghilé. Questo posto ricorda un po’ Montmartre e il Gran bazar di Istanbul, ma non è solo questo a darmi la sensazione di essere già stata qui, magari in sogno.

L’aria è carica di luci colorate e profumi di cibi di tutto il mondo: ovunque ci giriamo si vendono all’aperto piatti cinesi, indiani, brasiliani, greci. In un vicolo cieco dall’aspetto allo stesso tempo trasandato e accogliente, si mangia seduti in sella a vecchi motorini tagliati a metà e addossati ad una lunga asse di legno che fa da tavolo.

Nonostante l’offerta allettante, fa ancora troppo freddo per i nostri gusti per cenare fuori, e con l’aiuto della nostra guida Lonely Planet troviamo il graziosissimo ristorante spagnolo Gansa.

E’ la nostra ultima sera a Londra e abbiamo deciso di festeggiare il nostro anniversario con un giorno di anticipo. Davanti a un’ottima paella allietata da un’esibizione di flamenco, ci rendiamo conto che un cerchio si chiude, ricordandoci che il nostro primo viaggio insieme è stato a Barcellona.

LET YOUR SOUL TAKE YOU WHERE YOU LONG TO BE – GIORNO II

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E’ una mattinata incredibilmente tiepida e soleggiata su Londra, e ci aspetta una giornata lunga ed entusiasmante. Facciamo una colazione leggera, portata da casa per evitare di sorbirci qualche penosa e costosissima imitazione di un cappuccino da Starbucks, che io chiamo Starbuckarozzo dopo la disgustosa avventura che mi è accaduta quando ci ho messo piede (cosa sia successo, o meglio cosa ci fosse in fondo al bicchiere, lo potete immaginare…).

Nonostante qualche inevitabile passo falso tra le complicatissime linee della metropolitana, giungiamo ancora abbastanza presto al British Museum.

Non c’è bisogno che io vi racconti cosa abbiamo visto lì: ci hanno già pensato tutti quelli che hanno scritto un libro di storia. Al British Museum c’è tutta l’umanità.

Rovine di Nimrod e di Atene, di Alicarnasso e di Persepoli, statue romane ed egizie, un moai dell’Isola di Pasqua e piccoli scacchi medioevali, ogni cosa riposa accanto all’altra come se fosse sempre stata lì nell’immenso museo. Ciò che resta dei vinti riposa nella stanza accanto a quella di ciò che resta dei vincitori. Dormono sotto gli occhi di tutti, mummie egizie e un uomo dell’età del ferro. Non cessano mai il sorriso di pietra di Ganesh e la danza immobile di Shiva. Tutto appare eternamente calmo e serenamente terminato.

Perfino chi indossò quei copricapi di piume mi piace pensare che riposi, dopo aver troppo camminato: il motivo del loro viaggio, però, si può chiamare Indians Removal Act o Trail of Tears, e non è la stessa cosa.

La storia in realtà non è qui per riposare in silenzio, è qui per parlare e per non essere dimenticata. Soprattutto, è qui per farci delle domande.

Non per niente tutte le dittature che hanno mandato in rovina intere nazioni nell’ultimo secolo hanno avuto una componente ideologica di apparente progressismo portato all’estremo, di svalutazione del passato e di baldanzosa retorica incentrata sul futuro, fino allo slogan letale “Forget your past” a lettere rosse sulla facciata dell’orrenda sede del partito comunista bulgaro, in attività fino alla caduta del muro di Berlino.

Una comunità o una persona che dimentica da dove viene ha perso se stessa: non può conoscere il senso di ciò che accade, non ha fondamenta su cui costruire una consapevolezza, in una parola non può pensare.

Ma cosa c’entra con noi una guerra combattuta duemila anni fa, uno stile artistico inventato dall’altra parte del mondo, una divinità adorata in una lingua che noi non parliamo e che magari nessuno parla più? Nella comunità globalizzata di oggi, non possiamo più permetterci di credere ci sia qualcosa al mondo che non c’entra con noi.

Se ai tempi dell’Antica Roma le cartine del mondo finivano sotto al deserto del Sahara con la scritta “hic sunt leones” (qui ci sono i leoni) a mo’ di giustificazione, adesso non possiamo più chiudere gli occhi e giocare a non sapere (forse anche perché, tra l’altro, i leoni li abbiamo quasi fatti estinguere). Tutto è collegato con tutto, nel tempo e nello spazio. Ogni evento, ogni gesto e ogni parola nell’universo fino a questo istante ha un ruolo nel fare di noi ciò che siamo.

E’ a questo che penso mentre lasciamo a malincuore il museo dopo tre ore che sono sembrate tre minuti e tre millenni. Ritornare alla realtà e al presente sarebbe traumatico, se non fossimo a Londra.

Dopo una buona camminata arriviamo nei dintorni del Her Majesty’s Theatre. C’è appena il tempo per un panino veloce, seguito dal caffè “espresso” più annacquato di sempre, prima che per me arrivi l’ora di fare finalmente ciò che desideravo da anni: vedere dal vivo il musical The Phantom of the Opera! Il titolo di questo articolo è una citazione dal libretto.

E’ piuttosto ovvio che qualsiasi spettacolo visto dal vivo è più emozionante di una registrazione. In questo caso però è ancora più vero, perché la vicenda stessa dello spettacolo è ambientata in un teatro, e così il pubblico si trova violentemente immerso nella trama, con l’impressione di essere coinvolto negli eventi. Immagine

Conosco lo spettacolo alla perfezione, ma non me ne stanco mai. Basta il primo accordo dell’orchestra dal vivo, il primo scricchiolio di scarpette da ballo dalle punte di gesso sul vecchio assito del palcoscenico, la prima nota cantata da questi interpreti splendidi per fracassare completamente la nota versione cinematografica del musical.

Per evitare di accendere un mutuo ho acquistato un posto in balconata, precisamente all’altezza del soffitto, e vedere tutto dall’alto fa uno strano effetto, ma godo di una visuale migliore di quanto mi aspettassi. Poi, con il mio binocolo posso vedere perfettamente ogni particolare, ogni espressione dei visi e approfittare dei momenti emotivamente meno carichi per ammirare come una bambina l’infinita cura dei dettagli di ogni prezioso costume.

Siamo nell’Opera Garnier buia e caduta in rovina, poi nello stesso teatro al massimo del suo splendore, nel camerino della diva e negli sterminati sotterranei, nell’ufficio dei direttori e sul tetto, in una coloratissima festa in maschera e in un cimitero innevato: gli spettacolari cambi di scenografia si susseguono leggeri come carezze e maestosi come navi da guerra.

Sembra incredibile che questi suoni di un altro mondo arrivino da qualcosa di così piccolo come delle corde vocali. Mi riesce molto più facile pensare che Geronimo Rauch e Olivia Brereton stiano in realtà suonando un organo formato da tutto il pubblico, e le nostre spine dorsali siano le sue canne. La musica e l’emozione ci attraversano come aria, i personaggi prendono vita davanti a noi e ci attirano negli abissi della loro psicologia.

Potrei parlare di questo capolavoro fino a scrivere un articolo davvero troppo lungo, come peraltro ho già fatto qualche tempo fa.

Inevitabilmente arriva anche per me il momento di riemergere dai sotterranei del teatro alla realtà.

Al momento degli inchini finali, mi porto senza dare nell’occhio a ridosso della balconata per appoggiarvi la macchina fotografica e scattare qualche immagine degli artisti che salutano. Completamente in buona fede, mi preoccupo di non ostruire la visuale a chi mi sta intorno, ma non minimamente di non essere vista dal personale del teatro: immediatamente una ragazza in uniforme viene a redarguirmi sul fatto che anche i saluti finali sono coperti da copyright. Come direbbe il mitico Crozza: “ma come vengo a scoprirle male, le cose…”

Pazienza. La mia dolce compagnia, che ha preferito una passeggiata e una birra al teatro, mi aspetta per un’altra lunga camminata.

Attraversiamo la zona signorile di Covent Garden e Fleet Street, fino ad arrivare alla cattedrale di Saint Paul. E’ il crepuscolo, e l’enorme cupola è illuminata da una luce surreale.

I dintorni della zona, come ben sa chiunque ami il film musicale di Mary Poppins, sono l’austero distretto finanziario della città, ma basta spostarsi verso il Tamigi per vedere altre meraviglie.

Il Millennium Bridge, la ruota del London Eye e il Big Ben brillano intorno a noi, azzurri, gialli e bianchi di luci che si riflettono sulla superficie increspata del fiume, come sulle pieghe di un lunghissimo vestito da sera nello scorrere di un ballo.

Grattacieli futuristici si innalzano vicini e lontani tutto intorno a noi, mentre costeggiamo i resti del duecentesco palazzo Winchester e la ricostruzione fedele del Globe Theatre dove recitava la compagnia di Shakespeare.

Ceniamo e beviamo in due bellissimi pub storici: il Blackfriars dalle luci tenui e con interni decorati in stile medioevale, dove veniamo serviti da un simpatico immigrato italiano, e lo spaziosissimo e accogliente George Inn. In entrambi si mangia e si beve divinamente e l’atmosfera è calorosa e gioviale.

Solo l’avvicinarsi dell’ora dell’ultima metropolitana ci fa rimettere in viaggio a malincuore. Ma siamo a poco più di metà dell’avventura…

LA CITTA’ DOVE TUTTI VORREBBERO ESSERE – GIORNO I

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Desideravo vedere Londra da molto tempo. Questa città, come ha efficacemente sintetizzato una dinamica signora franco-inglese-caraibica con cui ho attaccato bottone sul bus, “è il posto in cui tutti vorrebbero essere”. Per quanto possa suonare esagerato O arrogante, in parte è proprio così, e la cosa ancora più incredibile è che Londra sembra essere il posto in cui effettivamente tutti sono.

Trovarsi nella metropolitana di Londra significa sentirsi passare intorno tutta l’umanità con il tasto “avanti veloce” premuto: migliaia e migliaia di persone di ogni colore camminano ad una velocità irreale, lungo le linee di giornate e vite tutte un po’ simili e tutte un po’ uniche. La folla è qualcosa di maestoso e minaccioso, buffo e affascinante.

Ogni categoria umana si riconosce e si confonde, stereotipi e cliché si esibiscono come su una passerella e si infrangono sotto i passi rapidi della moltitudine, e tutte le diverse identità si mescolano come i tanti ingredienti di quel piatto che è la quintessenza della tradizione, ma che poi in realtà in ogni casa si cucina con una propria variante.

Questo cosmopolitismo, come ogni cosa, non è bene e non è male e allo stesso tempo è entrambe le cose. Il suo prezzo è un lungo passato coloniale: il gioco vale la candela? Giudicate voi stessi.

Ora, per una volta tanto non ho voglia di essere polemica: godetevela questa volta, perché non credo che ce ne sarà molto presto un’altra. Per adesso lasciatevi prendere per mano e portare a venerdì scorso nella metropolitana di Londra: sedetevi comodi tra un anziano signore indiano dall’aspetto ieratico e una bimba tutta treccine, e fate sferragliare l’immaginazione senza paura di perdervi nell’intricatissima rete sotterranea (però mi raccomando: mind the gap!)

Dopo aver cambiato vari mezzi di trasporto, raggiungiamo la nostra guest house nella zona residenziale di South Kensington nel tardo pomeriggio. Avendo puntato sul prezzo e sulla posizione ed essendo preparati a una sistemazione spartana, restiamo in realtà piacevolmente sorpresi da un ambiente pulito e grazioso dai freschi toni azzurri, che fornisce più comodità di quanto non lasciassero intendere le recensioni.

Lasciamo comunque quasi subito la nostra base e per tutta la vacanza ne usciremo al mattino e ci torneremo solo la sera tardi: il tempo è poco e le cose da vedere troppe!

La nostra prima tappa è la National Gallery, approfittando del fatto che il venerdì è aperta fino alle 21. Come in quasi tutti i musei londinesi, l’ingresso è gratuito.

La quantità e la varietà di opere è tale che non possiamo vedere tutto: ciò che ci interessa di più sono i capolavori del Rinascimento italiano, conservati qui come molti tesori inestimabili da tutto il mondo, talvolta con mezzi non precisamente etici. Ah già, avevo detto che non sarei stata polemica. Comunque, qualche goccia di orgoglio colorisce la pura meraviglia di fronte a Venere e Marte di Botticelli, la Vergine delle rocce di Leonardo, la Cena ad Emmaus di Caravaggio e la Maddalena di Savoldo. Questo nome è sicuramente meno noto dei primi tre, ma per me l’intimità di quello sguardo diretto, che da sotto l’argento vivo del mantello sembra volerci rivelare il miracolo segreto del rinascere, vale da solo il viaggio a Londra.Immagine

Proseguiamo verso paesaggisti e ritrattisti da tutto il mondo: perdiamo l’illusione dello spazio e del tempo immergendoci nella luce di albe e tramonti resi eterni dal colore, e incontrando migliaia di sguardi spenti da secoli, ma sempre vivi sulla tela.

Purtroppo l’orario di chiusura ci sorprende nel bel mezzo di questo stato alterato di coscienza e ci fa correre verso l’uscita, dove le mie cose, rimaste per ultime nel guardaroba, sono state già lasciate sul bancone dell’ingresso da uno steward giustamente impaziente di andarsene a casa. Insomma, veniamo letteralmente spazzati fuori dal museo, e ci troviamo di nuovo nell’incredibile Trafalgar Square. La piazza è su due livelli, con maestose fontane in quello inferiore e una grande terrazza a quello superiore, dove si può godere di una magnifica vista sulla città con il Big Ben in lontananza, mentre intorno a noi le musiche di vari artisti di strada si sovrappongono leggermente tra loro nello spazio immenso.

Abbiamo deciso di passare la serata nel movimentato quartiere di Soho: lo raggiungiamo passando da Piccadilly Circus, dove le note tenui di un suonatore di cornamusa in costume tradizionale scozzese fanno allegramente a pugni con gli abbaglianti cartelloni luminosi giganti dalla parte opposta. La piazza però non ci colpisce tanto come avevamo immaginato, forse anche a causa del fatto che il famoso monumento di Eros è coperto da un’impalcatura per un restauro.

Soho, la vecchia “China-Town” di Londra, nota fin dall’inizio del Novecento anche per gli strip club, ricorda il quartiere a luci rosse di Amsterdam con l’aggiunta di ristoranti cinesi a decine.

Visto però che la mia dolce compagnia non ama le cucine orientali, cerchiamo un posticino differente dove cenare, ma tutti i locali sono così pieni che la gente fa la coda all’esterno in attesa di entrare. Alla fine troviamo il simpatico baretto “Da Bruno”, dove davanti a un rigenerante piatto di pesce fritto e patatine, guardandoci intorno impariamo alcune nozioni fondamentali sul modo inglese di intendere il mangiare: l’enormità surreale delle porzioni, l’assenza totale di tovaglie o tovagliette, la salsiccia coi fagioli a colazione e la perversione del pollo sulla pizza.

Dopo essere stati cortesemente cacciati anche da Bruno all’orario di chiusura (le 22), passeggiamo ancora per Soho, passando sotto ai colorati archi in stile cinese che delimitano l’inizio e la fine della sua strada principale.

Nelle vicinanze si trovano anche moltissimi teatri dove si rappresentano in modo stabile, anche per anni di seguito, decine di musical: per me è il paradiso! E in paradiso per poco non ci finisco davvero, mentre attraverso la strada un po’ alla leggera per fotografare dall’angolazione migliore il Queen’s Theater e le sue enormi insegne di Les Miserables, considerato il musical di maggior successo di tutti i tempi e rappresentato qui da quasi trent’anni.

Qui a Londra il concetto di teatro è ben lontano dallo sfizio vecchiotto e un po’ snob che da noi spesso si associa ad esso. E’ tanto chiassosamente mondano e mediatico quanto a suo modo sacro, è un vero e proprio culto di massa, incomprensibile a noi italiani, che dopo aver dato al mondo l’opera lirica ci facciamo rappresentare all’Eurofestival da Emma Marrone e crediamo ancora che i film di Checco Zalone valgano il prezzo del biglietto.

Desiderosi di una buona pinta di birra con cui concludere questa prima serata, scegliamo a caso un locale in cui entrare, e ci ritroviamo in un piccolo bar gay dove montagne umane di mezza età ballano spassosi successi dance degli anni ’80 e ’90 felici come ragazzini. Il luogo però è strapieno e non c’è posto per sedersi, quindi ritentiamo con il vicino pub O’Neill, così grande che si sviluppa su tre piani. Qui troviamo un gruppo che suona dal vivo classici del pop britannico e del rock ‘n roll con un tocco irish, e attacchiamo bottone con un ragazzo cinese piantato dalla strana coppia di amici a cui regge la candela.

Dopo aver bevuto la prima di tante pinte che seguiranno nei prossimi giorni, rincasiamo e ci ricarichiamo per la lunga giornata di domani…