Archivi tag: musical

LET YOUR SOUL TAKE YOU WHERE YOU LONG TO BE – GIORNO II

Standard

E’ una mattinata incredibilmente tiepida e soleggiata su Londra, e ci aspetta una giornata lunga ed entusiasmante. Facciamo una colazione leggera, portata da casa per evitare di sorbirci qualche penosa e costosissima imitazione di un cappuccino da Starbucks, che io chiamo Starbuckarozzo dopo la disgustosa avventura che mi è accaduta quando ci ho messo piede (cosa sia successo, o meglio cosa ci fosse in fondo al bicchiere, lo potete immaginare…).

Nonostante qualche inevitabile passo falso tra le complicatissime linee della metropolitana, giungiamo ancora abbastanza presto al British Museum.

Non c’è bisogno che io vi racconti cosa abbiamo visto lì: ci hanno già pensato tutti quelli che hanno scritto un libro di storia. Al British Museum c’è tutta l’umanità.

Rovine di Nimrod e di Atene, di Alicarnasso e di Persepoli, statue romane ed egizie, un moai dell’Isola di Pasqua e piccoli scacchi medioevali, ogni cosa riposa accanto all’altra come se fosse sempre stata lì nell’immenso museo. Ciò che resta dei vinti riposa nella stanza accanto a quella di ciò che resta dei vincitori. Dormono sotto gli occhi di tutti, mummie egizie e un uomo dell’età del ferro. Non cessano mai il sorriso di pietra di Ganesh e la danza immobile di Shiva. Tutto appare eternamente calmo e serenamente terminato.

Perfino chi indossò quei copricapi di piume mi piace pensare che riposi, dopo aver troppo camminato: il motivo del loro viaggio, però, si può chiamare Indians Removal Act o Trail of Tears, e non è la stessa cosa.

La storia in realtà non è qui per riposare in silenzio, è qui per parlare e per non essere dimenticata. Soprattutto, è qui per farci delle domande.

Non per niente tutte le dittature che hanno mandato in rovina intere nazioni nell’ultimo secolo hanno avuto una componente ideologica di apparente progressismo portato all’estremo, di svalutazione del passato e di baldanzosa retorica incentrata sul futuro, fino allo slogan letale “Forget your past” a lettere rosse sulla facciata dell’orrenda sede del partito comunista bulgaro, in attività fino alla caduta del muro di Berlino.

Una comunità o una persona che dimentica da dove viene ha perso se stessa: non può conoscere il senso di ciò che accade, non ha fondamenta su cui costruire una consapevolezza, in una parola non può pensare.

Ma cosa c’entra con noi una guerra combattuta duemila anni fa, uno stile artistico inventato dall’altra parte del mondo, una divinità adorata in una lingua che noi non parliamo e che magari nessuno parla più? Nella comunità globalizzata di oggi, non possiamo più permetterci di credere ci sia qualcosa al mondo che non c’entra con noi.

Se ai tempi dell’Antica Roma le cartine del mondo finivano sotto al deserto del Sahara con la scritta “hic sunt leones” (qui ci sono i leoni) a mo’ di giustificazione, adesso non possiamo più chiudere gli occhi e giocare a non sapere (forse anche perché, tra l’altro, i leoni li abbiamo quasi fatti estinguere). Tutto è collegato con tutto, nel tempo e nello spazio. Ogni evento, ogni gesto e ogni parola nell’universo fino a questo istante ha un ruolo nel fare di noi ciò che siamo.

E’ a questo che penso mentre lasciamo a malincuore il museo dopo tre ore che sono sembrate tre minuti e tre millenni. Ritornare alla realtà e al presente sarebbe traumatico, se non fossimo a Londra.

Dopo una buona camminata arriviamo nei dintorni del Her Majesty’s Theatre. C’è appena il tempo per un panino veloce, seguito dal caffè “espresso” più annacquato di sempre, prima che per me arrivi l’ora di fare finalmente ciò che desideravo da anni: vedere dal vivo il musical The Phantom of the Opera! Il titolo di questo articolo è una citazione dal libretto.

E’ piuttosto ovvio che qualsiasi spettacolo visto dal vivo è più emozionante di una registrazione. In questo caso però è ancora più vero, perché la vicenda stessa dello spettacolo è ambientata in un teatro, e così il pubblico si trova violentemente immerso nella trama, con l’impressione di essere coinvolto negli eventi. Immagine

Conosco lo spettacolo alla perfezione, ma non me ne stanco mai. Basta il primo accordo dell’orchestra dal vivo, il primo scricchiolio di scarpette da ballo dalle punte di gesso sul vecchio assito del palcoscenico, la prima nota cantata da questi interpreti splendidi per fracassare completamente la nota versione cinematografica del musical.

Per evitare di accendere un mutuo ho acquistato un posto in balconata, precisamente all’altezza del soffitto, e vedere tutto dall’alto fa uno strano effetto, ma godo di una visuale migliore di quanto mi aspettassi. Poi, con il mio binocolo posso vedere perfettamente ogni particolare, ogni espressione dei visi e approfittare dei momenti emotivamente meno carichi per ammirare come una bambina l’infinita cura dei dettagli di ogni prezioso costume.

Siamo nell’Opera Garnier buia e caduta in rovina, poi nello stesso teatro al massimo del suo splendore, nel camerino della diva e negli sterminati sotterranei, nell’ufficio dei direttori e sul tetto, in una coloratissima festa in maschera e in un cimitero innevato: gli spettacolari cambi di scenografia si susseguono leggeri come carezze e maestosi come navi da guerra.

Sembra incredibile che questi suoni di un altro mondo arrivino da qualcosa di così piccolo come delle corde vocali. Mi riesce molto più facile pensare che Geronimo Rauch e Olivia Brereton stiano in realtà suonando un organo formato da tutto il pubblico, e le nostre spine dorsali siano le sue canne. La musica e l’emozione ci attraversano come aria, i personaggi prendono vita davanti a noi e ci attirano negli abissi della loro psicologia.

Potrei parlare di questo capolavoro fino a scrivere un articolo davvero troppo lungo, come peraltro ho già fatto qualche tempo fa.

Inevitabilmente arriva anche per me il momento di riemergere dai sotterranei del teatro alla realtà.

Al momento degli inchini finali, mi porto senza dare nell’occhio a ridosso della balconata per appoggiarvi la macchina fotografica e scattare qualche immagine degli artisti che salutano. Completamente in buona fede, mi preoccupo di non ostruire la visuale a chi mi sta intorno, ma non minimamente di non essere vista dal personale del teatro: immediatamente una ragazza in uniforme viene a redarguirmi sul fatto che anche i saluti finali sono coperti da copyright. Come direbbe il mitico Crozza: “ma come vengo a scoprirle male, le cose…”

Pazienza. La mia dolce compagnia, che ha preferito una passeggiata e una birra al teatro, mi aspetta per un’altra lunga camminata.

Attraversiamo la zona signorile di Covent Garden e Fleet Street, fino ad arrivare alla cattedrale di Saint Paul. E’ il crepuscolo, e l’enorme cupola è illuminata da una luce surreale.

I dintorni della zona, come ben sa chiunque ami il film musicale di Mary Poppins, sono l’austero distretto finanziario della città, ma basta spostarsi verso il Tamigi per vedere altre meraviglie.

Il Millennium Bridge, la ruota del London Eye e il Big Ben brillano intorno a noi, azzurri, gialli e bianchi di luci che si riflettono sulla superficie increspata del fiume, come sulle pieghe di un lunghissimo vestito da sera nello scorrere di un ballo.

Grattacieli futuristici si innalzano vicini e lontani tutto intorno a noi, mentre costeggiamo i resti del duecentesco palazzo Winchester e la ricostruzione fedele del Globe Theatre dove recitava la compagnia di Shakespeare.

Ceniamo e beviamo in due bellissimi pub storici: il Blackfriars dalle luci tenui e con interni decorati in stile medioevale, dove veniamo serviti da un simpatico immigrato italiano, e lo spaziosissimo e accogliente George Inn. In entrambi si mangia e si beve divinamente e l’atmosfera è calorosa e gioviale.

Solo l’avvicinarsi dell’ora dell’ultima metropolitana ci fa rimettere in viaggio a malincuore. Ma siamo a poco più di metà dell’avventura…

Annunci

LUCE E OMBRA II: IL VISCONTE E IL FANTASMA

Standard

POTOok

 LUCE E OMBRA II: IL VISCONTE E IL FANTASMA

Questo articolo è la continuazione del precedente, “Luce e ombra I”, che vi invito a leggere.

Prosegue l’esplorazione di uno dei temi più complessi in assoluto della nostra vita psichica: il rapporto con la nostra ombra. Tradizionalmente associato al male, alla bestia, al proibito, perfino al diavolo, il nostro cosiddetto “lato oscuro” è davvero solo questo?

Cos’è l’Ombra? Non pretendo certo di dirimere qui un concetto che Jung in persona, e non solo lui, ha lavorato praticamente per tutta la sua carriera a definire e approfondire. Solo qualche parola per tentare di rendere un briciolo di giustizia a questa parte di noi da sempre bistrattata.

L’Ombra è, in estrema e forse eccessiva sintesi, tutto ciò che l’individuo e la società sacrifica per il proprio buon funzionamento. Tutti dobbiamo fare delle scelte: non si può essere tutto e il contrario di tutto, una cosa non può essere giusta e sbagliata, bella e brutta, ammirata e disprezzata.

Reprimere alcuni intenti in favore di altri a cui teniamo di più è in gran parte una dinamica assolutamente sensata: rinunciamo alla nostra libertà di uccidere, rubare e truffare al fine di poter vivere tutti più tranquilli e sicuri; rinunciamo al nostro desiderio di fare sesso ad ogni occasione che si presenta con qualunque persona ci piaccia al fine di poter avere una relazione stabile e una famiglia; rinunciamo alla pazza idea di mollare tutto e vivere suonando la chitarra su una spiaggia di Rio nella speranza di ottenere una posizione di responsabilità in ufficio.

Spesso però rischiamo di buttare via per così dire il bambino insieme all’acqua sporca. Nella nostra Ombra, in ciò che più o meno consapevolmente, più o meno autonomamente decidiamo di ignorare in noi, c’è molto più che una serie di istinti meschini.

Nell’Ombra c’è quella voce che non ha peli sulla lingua e mette in dubbio ogni nostra certezza; nell’Ombra è acquattata quella rabbia che se potesse uscire dalla nostra bocca griderebbe “Basta!” alle costrizioni che subiamo in famiglia, alla relazione sentimentale che è ormai solo abitudine, ai compromessi scomodi a cui ci adattiamo per amor di pace; nell’Ombra ci aspetta quel sogno di quando eravamo bambini e tutto ci sembrava possibile, al quale credevamo di aver detto addio autoconvincendoci che un posto fisso in banca era la miglior cosa che potesse capitarci; nell’Ombra vive la persona che potevamo essere e non ce lo siamo permessi, chiunque essa sia; nell’Ombra chiacchierano impunemente tutti i “ma” e i “se” che riempiono di tante puntine il materasso del nostro sonno; nell’Ombra risuona quell’irresistibile risata che fa sembrare più piccolo tutto ciò che è la nostra vita.

L’Ombra è anche creatività, alternativa, irriverenza e domande a non finire. Se è un diavolo, è un diavolo bambino. Se ci fa del male, è lo stesso male che ci fa il dentista per curarci. L’Ombra è una parte di noi come ogni altra, ed è nostra alleata: siamo noi a rendercela nemica o a sentirla come tale.

Mi piace pensare che si chiami Ombra non tanto perché è oscura, ma perché ci segue sempre, a meno che non siamo noi stessi persi in un buio completo.

Vista la complessità dell’argomento,ho pensato di affrontarlo non con uno ma con due dei miei consueti articoli basati su una coppia di personaggi di fantasia contrapposti.

Dopo un’opera dove le protagoniste erano due donne e l’esito era tragico, ora una dove luce e ombra sono incarnati da due uomini e c’è un lieto fine almeno parziale.

STORIA: Il fantasma dell’Opera.

Originata dal romanzo di Gaston Leroux, di questa storia sono state fatte infinite trasposizioni cinematografiche e una celeberrima versione in musical, che è appunto quella che prenderemo in considerazione. Il musical ha avuto a sua volta una trasposizione cinematografica nel 2004, ma consiglio di tenere come punto di riferimento la versione teatrale, superiore a mio parere sotto ogni aspetto. Tra le varie produzioni e gli innumerevoli interpreti che si sono succeduti in quasi 30 anni di rappresentazioni consiglio ad esempio la registrazione del venticinquesimo anniversario dell’opera (2011). Qui i due ruoli maschili principali sono interpretati da Ramin Karimloo (Erik) e Hadley Fraser (Raoul). Sono abbastanza sicura che sia in commercio anche in Italia un dvd ufficiale con sottotitoli, comunque potete trovare lo spettacolo completo su youtube http://www.youtube.com/watch?v=PO9ENip4zFg.

ATTENZIONE SPOILER!

Parigi, ultimi decenni dell’Ottocento. Al teatro dell’opera Garnier la tensione si taglia con il coltello a causa di una misteriosa ed elusiva presenza che si fa chiamare “Il Fantasma dell’Opera” e, con le sue lettere minacciose e il terrore che instilla in tutti, è il vero padrone del teatro.

Il “fantasma” è in realtà Erik, un uomo che vive nei sotterranei dell’Opera, dove nasconde agli occhi del mondo la sua atroce bruttezza e coltiva in solitudine il suo incredibile genio artistico. E’ un brillante architetto, prestigiatore, ventriloquo e soprattutto musicista: canta divinamente e sta lavorando a uno spartito che farà sfigurare qualsiasi altra opera, ma non può esprimere la sua immensa creatività nella società a causa del suo aspetto terrificante, che nasconde portando sempre una maschera e non mostrandosi mai comunque a nessuno. Tuttavia, senza mai essere visto, può vedere, udire e farsi udire a proprio piacimento in tutto il teatro grazie a una serie di astute modifiche architettoniche da lui operate, cosicché ogni cosa e ogni persona nell’edificio finisce per essere da lui dominata e spiata.

Attraverso ordini scritti ai direttori del teatro, minacce e sotterfugi Erik fa in modo che Carlotta, arrogante primadonna sul viale del tramonto, venga sostituita nei ruoli da protagonista dalla giovane ballerina di fila e corista Christine Daaé, che si rivela sorprendentemente dotata nel canto.

L’ingenua ragazza è convinta di essere stata visitata negli ultimi mesi dall’“Angelo della musica” inviato come promesso dal suo defunto padre violinista a insegnarle l’arte del canto. Il suo maestro è in realtà lo stesso Erik che, innamorato di Christine, è solito introdursi non visto in un’intercapedine del muro del suo camerino ed ha finora assecondato la sua convinzione, approfittando della sua buona fede per conquistare il suo affetto e la sua devozione.

La sera del debutto trionfale di Christine è tra il pubblico il visconte Raoul, suo amico d’infanzia che nutre da allora un sincero amore per lei nonostante le differenze sociali che li separano. Dopo lo spettacolo il ragazzo va a trovarla nel suo camerino, il loro affetto si ravviva come se non si fossero mai persi di vista e lei acconsente a uscire con lui. Ma mentre Raoul va a chiamare la carrozza, Erik attira Christine dentro lo specchio del camerino che si apre come una porta, la conduce nei surreali sotterranei dell’Opera e la seduce con il suo canto e con la sua “musica della notte”, facendole però capire che non deve toccare la maschera. In preda a una sorta di estasi o ipnosi, la ragazza cade in un sonno profondo. Al suo risveglio, meravigliata e confusa, si avvicina di soppiatto a Erik mentre egli è assorto nel suonare l’organo e gli toglie la maschera, scoprendo così la verità sull’ “angelo della musica” e provocando la sua violenta ira.

In seguito ad alcuni eventi sinistri in teatro, riconosciuti come opera di Erik, tra cui specialmente l’assassinio di un macchinista, Christine comincia ad avere paura di lui, pur essendone allo stesso tempo misteriosamente attratta. Condotto Raoul sul tetto dell’edificio, gli racconta ogni cosa. Raoul la rassicura teneramente, i due si dichiarano il loro reciproco amore, si scambiano una segreta promessa di fidanzamento e si baciano. Erik, furibondo e affranto, ha visto e udito tutto a loro insaputa.

Qualche tempo dopo si tiene nel foyer del teatro un ballo di gala in maschera: mentre tutti si divertono e folleggiano, compare Erik, naturalmente mascherato. Annuncia di aver terminato la composizione della sua opera, “Don Giovanni trionfante”, ne lancia lo spartito agli astanti e ne ordina la messa in scena, esplicitando che i protagonisti dovranno essere Christine e il tenore Ubaldo Piangi, e subito scompare in una vampa di fuoco.

Raoul e i direttori del teatro vedono in questa rappresentazione l’occasione di tendere una trappola al Fantasma: ansioso di vedere Christine eseguire il suo capolavoro commetterà di certo qualche imprudenza, si mostrerà in qualche modo e loro, con l’aiuto della polizia, saranno pronti ad arrestarlo. Pur confusa, spaventata e riluttante, Christine accetta e l’opera va in scena. Vuole costruirsi una vita con Raoul ma allo stesso tempo non vorrebbe tradire Erik, poiché nonostante tutto resta sempre vivo in lei il sentimento di adorazione per l’ “angelo della musica” legato alla memoria di suo padre; ha paura di cos’altro la malvagità di Erik potrebbe fare se si provoca la sua ira, ma si sente tuttavia profondamente legata a lui per quanto con la razionalità cerchi di opporre resistenza.

Nello spettacolo rappresentato, Don Giovanni riesce a conquistare la sua “preda” attraverso un sotterfugio che prevede l’uso di un travestimento e uno scambio di persona: proprio a questo punto della rappresentazione Erik si introduce dietro le quinte, uccide Ubaldo, si sostituisce a lui ed entra in scena.

Nella scena che viene rappresentata, Don Giovanni seduce la sua ospite al punto da indurla ad abbandonare ogni reticenza e dimostrargli la sua passione.

Qui, in una sequenza che è un assoluto capolavoro di meta-teatro (e lasciatemelo dire, di recitazione), si sovrappongono e si confondono i personaggi (e gli spettatori) di Don Giovanni trionfante e di Il fantasma dell’Opera, e nel giro di pochi attimi, proprio mentre i due cantano “i nostri giochi di finzione sono giunti alla fine”, nessuno sa più cosa stia davvero accadendo.

Impossibile stabilire con certezza fino a che punto Christine è convinta di avere a che fare con Ubaldo, e quando si accorge che si tratta di Erik: dal primo momento in cui sente la sua voce, a poco a poco nel corso della scena, solo alla fine? E anche allora, mette in scena il desiderio del suo personaggio per Don Giovanni solo perché lo spettacolo deve continuare, o il proprio per Erik, nascondendosi dietro la finzione scenica come lui dietro la sua maschera?

Comunque Raoul tra il pubblico si inquieta e si insospettisce.

Sulle ultime note del brano Erik infila il proprio anello al dito di Christine, ma lei gli toglie nuovamente la maschera, denudando la sua bruttezza davanti a tutto il pubblico.

I poliziotti scattano, Raoul abbandonata la sua indole calma e pacata spara a bruciapelo verso Erik, ma mentre i proiettili lo mancano lui riesce a fuggire nel labirinto delle sue botole che portano ai sotterranei, portando via Christine.

Raoul decide allora di scendere al suo inseguimento e affrontarlo direttamente. Quando giunge alla sua dimora sotterranea, lo trova insieme a Christine vestita da sposa.

Erik, ormai senza maschera, cattura Raoul passandogli un cappio al collo e ricatta la ragazza imponendole di scegliere se accettare di passare tutta la vita con lui o vederlo uccidere il suo fidanzato.

Lei si sente delusa, tradita, ingannata ed estremamente arrabbiata con lui, ma alla fine con un supremo sforzo di comprensione si immedesima in lui e lo bacia, non una ma due volte. Erik allora capisce che Christine è disposta a restare con lui non solo per evitare la morte di Raoul ma anche perché lo accetta profondamente.

Commosso, lascia andare i due. Prima di scomparire risalendo le scale, Christine torna indietro, restituisce l’anello a Erik, gli bacia la mano e poi si affretta dietro a Raoul.

Erik, al colmo dell’emozione e pazzo di dolore, al sentire i passi dei poliziotti sulle sue tracce sparisce nel nulla con uno dei suoi trucchi, lasciando trovare sulla scena agli inseguitori soltanto la sua maschera.

Tutta l’opera (e molto di più il libro, che qui non tratto per non dilungarmi ancora più di quanto sto già facendo) è intessuta di un simbolismo che rimanda al dialogo tra conscio e inconscio, razionalità e sentimento, accettabile e inaccettabile, luci e ombre della nostra mente.

Qui la vera protagonista, a dispetto del titolo, è Christine, che rappresenta l’anima di ognuno di noi alle prese con le sue interiori contraddizioni.

Raoul è il principe azzurro delle favole, è un amore puro e sincero oltre che un partito assolutamente desiderabile dal punto di vista sociale; è pacato, rassicurante, pratico, razionale e diretto, ma anche coraggioso e disposto a combattere per la sua amata. Completamente trasparente, coerente, monolitico, sembra privo di punti oscuri o contraddittori. Più volte nel testo si paragona ed è paragonato alla luce, all’estate, al rifugio sicuro. Raoul è l’evidenza, l’armonia con le regole della società, la ragione , la sfera conscia della nostra psiche.

Erik all’opposto è l’irrazionalità, la pazzia, i sentimenti violenti, l’amore ossessivo e possessivo, ma anche il genio artistico e il mistero. Si paragona ed è paragonato alla notte, al sogno, all’oscuro, alla musica. Il suo posto sono i sotterranei della nostra psiche, l’inconscio, dove Christine ne resterà sedotta e dove Raoul scenderà coraggiosamente per affrontarlo. Gli unici momenti in cui può farsi vedere, e perfino ammirare dalla società sono quelli protetti dalla “zona franca” che solo la finzione dichiarata può dare: il ballo in maschera, l’opera teatrale.

Il “fantasma” al quale viene ingenuamente paragonato dalla gente del teatro rimanda anche al passato, a ciò che dovrebbe riposare in pace ma non lo fa, alla persecuzione: il nostro inconscio infatti ha molto a che fare con il nostro passato, e in particolare con le sue pagine incompiute.

Erik sembra racchiudere in sé tutti i più inaccettabili paradossi, tutti gli estremi. Il suo viso è tanto orrendo e terrificante quanto è splendida e irresistibile la sua voce; i suoi occhi, la cui immagine sembra ossessionare Christine, “minacciano e adorano” allo stesso tempo; ha in sé un’incredibile creatività e molteplici talenti, ma li piega altrettanto facilmente alla creazione del bello e dell’arte, quanto all’omicidio, al ricatto e a quello che oggi chiameremmo stalking; sembra totalmente privo di alcuno scrupolo morale riguardo alle proprie azioni malvagie e violente, tutte derivate però dal suo bisogno di essere amato.

A ben vedere, tutto il dramma della sua condizione deriva dall’impossibilità di essere accettato dalla comunità umana e guardato in viso come chiunque altro.

Lo stesso si può dire del nostro inconscio, del nostro cosiddetto lato oscuro, della nostra Ombra: è l’ignoto in essa a farci paura. Il nostro profondo, come il viso di Erik, può essere molto spiacevole a guardarsi. Tutto il male che esso può farci, tutto il dolore che può causare nella nostra vita si scioglie davanti alla nostra accettazione e amore per noi stessi nella nostra interezza, come si sciolgono le lacrime del “fantasma” al tocco delle labbra di Christine.

Nel teatro dell’opera della nostra psiche, è come se noi fossimo continuamente al nostro debutto sul palcoscenico della vita: la ragione e la società ci guardano dall’alto dei palchi, ma nel raccoglimento del nostro camerino e nel silenzio dei nostri sotterranei dimenticati, che lo vogliamo o no, è il nostro inconscio a guidarci e a farci da maestro.

Quando ci lancia provocatoriamente il suo spartito, non possiamo fare a meno di prenderlo al volo. Se guardiamo appena dietro la superficie del nostro specchio che riflette la nostra immagine, l’inconscio è lì da sempre.

Se con la nostra razionalità tentiamo di ribellarci alla nostra Ombra, vogliamo ignorarla o crediamo di poterla dominare o ingannare, non solo essa rivolterà contro di noi i suoi aspetti più violenti, ma noi finiremo per esserne, senza saperlo e senza capirlo, ancora più soggiogati e invischiati.

Se alla nostra Ombra togliamo la maschera di fronte alla ragione, le luci troppo forti del palcoscenico la faranno per forza apparire orrenda e inaccettabile, e i nostri poliziotti interiori scatteranno per arrestarla.

Ma se invece conosciamo e comprendiamo la nostra Ombra, se ci lasciamo scendere nei sotterranei con lei, se ascoltiamo la sua canzone, essa ci lascerà liberi di andare e di tornare, senza più ricatti.

Il nostro inconscio, con buona pace di Freud, non è lì per rovinarci la vita, per farci dispetti come un bambino capriccioso e viziato. Il nostro inconscio, la nostra Ombra, è una parte di noi che ha bisogno di vivere in armonia con le altre.

A modo suo ci ama.

E noi, solo dopo averla accettata e riamata a nostra volta, potremo finalmente scegliere di risalire verso la luce del giorno.