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LUCE E OMBRA II: IL VISCONTE E IL FANTASMA

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POTOok

 LUCE E OMBRA II: IL VISCONTE E IL FANTASMA

Questo articolo è la continuazione del precedente, “Luce e ombra I”, che vi invito a leggere.

Prosegue l’esplorazione di uno dei temi più complessi in assoluto della nostra vita psichica: il rapporto con la nostra ombra. Tradizionalmente associato al male, alla bestia, al proibito, perfino al diavolo, il nostro cosiddetto “lato oscuro” è davvero solo questo?

Cos’è l’Ombra? Non pretendo certo di dirimere qui un concetto che Jung in persona, e non solo lui, ha lavorato praticamente per tutta la sua carriera a definire e approfondire. Solo qualche parola per tentare di rendere un briciolo di giustizia a questa parte di noi da sempre bistrattata.

L’Ombra è, in estrema e forse eccessiva sintesi, tutto ciò che l’individuo e la società sacrifica per il proprio buon funzionamento. Tutti dobbiamo fare delle scelte: non si può essere tutto e il contrario di tutto, una cosa non può essere giusta e sbagliata, bella e brutta, ammirata e disprezzata.

Reprimere alcuni intenti in favore di altri a cui teniamo di più è in gran parte una dinamica assolutamente sensata: rinunciamo alla nostra libertà di uccidere, rubare e truffare al fine di poter vivere tutti più tranquilli e sicuri; rinunciamo al nostro desiderio di fare sesso ad ogni occasione che si presenta con qualunque persona ci piaccia al fine di poter avere una relazione stabile e una famiglia; rinunciamo alla pazza idea di mollare tutto e vivere suonando la chitarra su una spiaggia di Rio nella speranza di ottenere una posizione di responsabilità in ufficio.

Spesso però rischiamo di buttare via per così dire il bambino insieme all’acqua sporca. Nella nostra Ombra, in ciò che più o meno consapevolmente, più o meno autonomamente decidiamo di ignorare in noi, c’è molto più che una serie di istinti meschini.

Nell’Ombra c’è quella voce che non ha peli sulla lingua e mette in dubbio ogni nostra certezza; nell’Ombra è acquattata quella rabbia che se potesse uscire dalla nostra bocca griderebbe “Basta!” alle costrizioni che subiamo in famiglia, alla relazione sentimentale che è ormai solo abitudine, ai compromessi scomodi a cui ci adattiamo per amor di pace; nell’Ombra ci aspetta quel sogno di quando eravamo bambini e tutto ci sembrava possibile, al quale credevamo di aver detto addio autoconvincendoci che un posto fisso in banca era la miglior cosa che potesse capitarci; nell’Ombra vive la persona che potevamo essere e non ce lo siamo permessi, chiunque essa sia; nell’Ombra chiacchierano impunemente tutti i “ma” e i “se” che riempiono di tante puntine il materasso del nostro sonno; nell’Ombra risuona quell’irresistibile risata che fa sembrare più piccolo tutto ciò che è la nostra vita.

L’Ombra è anche creatività, alternativa, irriverenza e domande a non finire. Se è un diavolo, è un diavolo bambino. Se ci fa del male, è lo stesso male che ci fa il dentista per curarci. L’Ombra è una parte di noi come ogni altra, ed è nostra alleata: siamo noi a rendercela nemica o a sentirla come tale.

Mi piace pensare che si chiami Ombra non tanto perché è oscura, ma perché ci segue sempre, a meno che non siamo noi stessi persi in un buio completo.

Vista la complessità dell’argomento,ho pensato di affrontarlo non con uno ma con due dei miei consueti articoli basati su una coppia di personaggi di fantasia contrapposti.

Dopo un’opera dove le protagoniste erano due donne e l’esito era tragico, ora una dove luce e ombra sono incarnati da due uomini e c’è un lieto fine almeno parziale.

STORIA: Il fantasma dell’Opera.

Originata dal romanzo di Gaston Leroux, di questa storia sono state fatte infinite trasposizioni cinematografiche e una celeberrima versione in musical, che è appunto quella che prenderemo in considerazione. Il musical ha avuto a sua volta una trasposizione cinematografica nel 2004, ma consiglio di tenere come punto di riferimento la versione teatrale, superiore a mio parere sotto ogni aspetto. Tra le varie produzioni e gli innumerevoli interpreti che si sono succeduti in quasi 30 anni di rappresentazioni consiglio ad esempio la registrazione del venticinquesimo anniversario dell’opera (2011). Qui i due ruoli maschili principali sono interpretati da Ramin Karimloo (Erik) e Hadley Fraser (Raoul). Sono abbastanza sicura che sia in commercio anche in Italia un dvd ufficiale con sottotitoli, comunque potete trovare lo spettacolo completo su youtube http://www.youtube.com/watch?v=PO9ENip4zFg.

ATTENZIONE SPOILER!

Parigi, ultimi decenni dell’Ottocento. Al teatro dell’opera Garnier la tensione si taglia con il coltello a causa di una misteriosa ed elusiva presenza che si fa chiamare “Il Fantasma dell’Opera” e, con le sue lettere minacciose e il terrore che instilla in tutti, è il vero padrone del teatro.

Il “fantasma” è in realtà Erik, un uomo che vive nei sotterranei dell’Opera, dove nasconde agli occhi del mondo la sua atroce bruttezza e coltiva in solitudine il suo incredibile genio artistico. E’ un brillante architetto, prestigiatore, ventriloquo e soprattutto musicista: canta divinamente e sta lavorando a uno spartito che farà sfigurare qualsiasi altra opera, ma non può esprimere la sua immensa creatività nella società a causa del suo aspetto terrificante, che nasconde portando sempre una maschera e non mostrandosi mai comunque a nessuno. Tuttavia, senza mai essere visto, può vedere, udire e farsi udire a proprio piacimento in tutto il teatro grazie a una serie di astute modifiche architettoniche da lui operate, cosicché ogni cosa e ogni persona nell’edificio finisce per essere da lui dominata e spiata.

Attraverso ordini scritti ai direttori del teatro, minacce e sotterfugi Erik fa in modo che Carlotta, arrogante primadonna sul viale del tramonto, venga sostituita nei ruoli da protagonista dalla giovane ballerina di fila e corista Christine Daaé, che si rivela sorprendentemente dotata nel canto.

L’ingenua ragazza è convinta di essere stata visitata negli ultimi mesi dall’“Angelo della musica” inviato come promesso dal suo defunto padre violinista a insegnarle l’arte del canto. Il suo maestro è in realtà lo stesso Erik che, innamorato di Christine, è solito introdursi non visto in un’intercapedine del muro del suo camerino ed ha finora assecondato la sua convinzione, approfittando della sua buona fede per conquistare il suo affetto e la sua devozione.

La sera del debutto trionfale di Christine è tra il pubblico il visconte Raoul, suo amico d’infanzia che nutre da allora un sincero amore per lei nonostante le differenze sociali che li separano. Dopo lo spettacolo il ragazzo va a trovarla nel suo camerino, il loro affetto si ravviva come se non si fossero mai persi di vista e lei acconsente a uscire con lui. Ma mentre Raoul va a chiamare la carrozza, Erik attira Christine dentro lo specchio del camerino che si apre come una porta, la conduce nei surreali sotterranei dell’Opera e la seduce con il suo canto e con la sua “musica della notte”, facendole però capire che non deve toccare la maschera. In preda a una sorta di estasi o ipnosi, la ragazza cade in un sonno profondo. Al suo risveglio, meravigliata e confusa, si avvicina di soppiatto a Erik mentre egli è assorto nel suonare l’organo e gli toglie la maschera, scoprendo così la verità sull’ “angelo della musica” e provocando la sua violenta ira.

In seguito ad alcuni eventi sinistri in teatro, riconosciuti come opera di Erik, tra cui specialmente l’assassinio di un macchinista, Christine comincia ad avere paura di lui, pur essendone allo stesso tempo misteriosamente attratta. Condotto Raoul sul tetto dell’edificio, gli racconta ogni cosa. Raoul la rassicura teneramente, i due si dichiarano il loro reciproco amore, si scambiano una segreta promessa di fidanzamento e si baciano. Erik, furibondo e affranto, ha visto e udito tutto a loro insaputa.

Qualche tempo dopo si tiene nel foyer del teatro un ballo di gala in maschera: mentre tutti si divertono e folleggiano, compare Erik, naturalmente mascherato. Annuncia di aver terminato la composizione della sua opera, “Don Giovanni trionfante”, ne lancia lo spartito agli astanti e ne ordina la messa in scena, esplicitando che i protagonisti dovranno essere Christine e il tenore Ubaldo Piangi, e subito scompare in una vampa di fuoco.

Raoul e i direttori del teatro vedono in questa rappresentazione l’occasione di tendere una trappola al Fantasma: ansioso di vedere Christine eseguire il suo capolavoro commetterà di certo qualche imprudenza, si mostrerà in qualche modo e loro, con l’aiuto della polizia, saranno pronti ad arrestarlo. Pur confusa, spaventata e riluttante, Christine accetta e l’opera va in scena. Vuole costruirsi una vita con Raoul ma allo stesso tempo non vorrebbe tradire Erik, poiché nonostante tutto resta sempre vivo in lei il sentimento di adorazione per l’ “angelo della musica” legato alla memoria di suo padre; ha paura di cos’altro la malvagità di Erik potrebbe fare se si provoca la sua ira, ma si sente tuttavia profondamente legata a lui per quanto con la razionalità cerchi di opporre resistenza.

Nello spettacolo rappresentato, Don Giovanni riesce a conquistare la sua “preda” attraverso un sotterfugio che prevede l’uso di un travestimento e uno scambio di persona: proprio a questo punto della rappresentazione Erik si introduce dietro le quinte, uccide Ubaldo, si sostituisce a lui ed entra in scena.

Nella scena che viene rappresentata, Don Giovanni seduce la sua ospite al punto da indurla ad abbandonare ogni reticenza e dimostrargli la sua passione.

Qui, in una sequenza che è un assoluto capolavoro di meta-teatro (e lasciatemelo dire, di recitazione), si sovrappongono e si confondono i personaggi (e gli spettatori) di Don Giovanni trionfante e di Il fantasma dell’Opera, e nel giro di pochi attimi, proprio mentre i due cantano “i nostri giochi di finzione sono giunti alla fine”, nessuno sa più cosa stia davvero accadendo.

Impossibile stabilire con certezza fino a che punto Christine è convinta di avere a che fare con Ubaldo, e quando si accorge che si tratta di Erik: dal primo momento in cui sente la sua voce, a poco a poco nel corso della scena, solo alla fine? E anche allora, mette in scena il desiderio del suo personaggio per Don Giovanni solo perché lo spettacolo deve continuare, o il proprio per Erik, nascondendosi dietro la finzione scenica come lui dietro la sua maschera?

Comunque Raoul tra il pubblico si inquieta e si insospettisce.

Sulle ultime note del brano Erik infila il proprio anello al dito di Christine, ma lei gli toglie nuovamente la maschera, denudando la sua bruttezza davanti a tutto il pubblico.

I poliziotti scattano, Raoul abbandonata la sua indole calma e pacata spara a bruciapelo verso Erik, ma mentre i proiettili lo mancano lui riesce a fuggire nel labirinto delle sue botole che portano ai sotterranei, portando via Christine.

Raoul decide allora di scendere al suo inseguimento e affrontarlo direttamente. Quando giunge alla sua dimora sotterranea, lo trova insieme a Christine vestita da sposa.

Erik, ormai senza maschera, cattura Raoul passandogli un cappio al collo e ricatta la ragazza imponendole di scegliere se accettare di passare tutta la vita con lui o vederlo uccidere il suo fidanzato.

Lei si sente delusa, tradita, ingannata ed estremamente arrabbiata con lui, ma alla fine con un supremo sforzo di comprensione si immedesima in lui e lo bacia, non una ma due volte. Erik allora capisce che Christine è disposta a restare con lui non solo per evitare la morte di Raoul ma anche perché lo accetta profondamente.

Commosso, lascia andare i due. Prima di scomparire risalendo le scale, Christine torna indietro, restituisce l’anello a Erik, gli bacia la mano e poi si affretta dietro a Raoul.

Erik, al colmo dell’emozione e pazzo di dolore, al sentire i passi dei poliziotti sulle sue tracce sparisce nel nulla con uno dei suoi trucchi, lasciando trovare sulla scena agli inseguitori soltanto la sua maschera.

Tutta l’opera (e molto di più il libro, che qui non tratto per non dilungarmi ancora più di quanto sto già facendo) è intessuta di un simbolismo che rimanda al dialogo tra conscio e inconscio, razionalità e sentimento, accettabile e inaccettabile, luci e ombre della nostra mente.

Qui la vera protagonista, a dispetto del titolo, è Christine, che rappresenta l’anima di ognuno di noi alle prese con le sue interiori contraddizioni.

Raoul è il principe azzurro delle favole, è un amore puro e sincero oltre che un partito assolutamente desiderabile dal punto di vista sociale; è pacato, rassicurante, pratico, razionale e diretto, ma anche coraggioso e disposto a combattere per la sua amata. Completamente trasparente, coerente, monolitico, sembra privo di punti oscuri o contraddittori. Più volte nel testo si paragona ed è paragonato alla luce, all’estate, al rifugio sicuro. Raoul è l’evidenza, l’armonia con le regole della società, la ragione , la sfera conscia della nostra psiche.

Erik all’opposto è l’irrazionalità, la pazzia, i sentimenti violenti, l’amore ossessivo e possessivo, ma anche il genio artistico e il mistero. Si paragona ed è paragonato alla notte, al sogno, all’oscuro, alla musica. Il suo posto sono i sotterranei della nostra psiche, l’inconscio, dove Christine ne resterà sedotta e dove Raoul scenderà coraggiosamente per affrontarlo. Gli unici momenti in cui può farsi vedere, e perfino ammirare dalla società sono quelli protetti dalla “zona franca” che solo la finzione dichiarata può dare: il ballo in maschera, l’opera teatrale.

Il “fantasma” al quale viene ingenuamente paragonato dalla gente del teatro rimanda anche al passato, a ciò che dovrebbe riposare in pace ma non lo fa, alla persecuzione: il nostro inconscio infatti ha molto a che fare con il nostro passato, e in particolare con le sue pagine incompiute.

Erik sembra racchiudere in sé tutti i più inaccettabili paradossi, tutti gli estremi. Il suo viso è tanto orrendo e terrificante quanto è splendida e irresistibile la sua voce; i suoi occhi, la cui immagine sembra ossessionare Christine, “minacciano e adorano” allo stesso tempo; ha in sé un’incredibile creatività e molteplici talenti, ma li piega altrettanto facilmente alla creazione del bello e dell’arte, quanto all’omicidio, al ricatto e a quello che oggi chiameremmo stalking; sembra totalmente privo di alcuno scrupolo morale riguardo alle proprie azioni malvagie e violente, tutte derivate però dal suo bisogno di essere amato.

A ben vedere, tutto il dramma della sua condizione deriva dall’impossibilità di essere accettato dalla comunità umana e guardato in viso come chiunque altro.

Lo stesso si può dire del nostro inconscio, del nostro cosiddetto lato oscuro, della nostra Ombra: è l’ignoto in essa a farci paura. Il nostro profondo, come il viso di Erik, può essere molto spiacevole a guardarsi. Tutto il male che esso può farci, tutto il dolore che può causare nella nostra vita si scioglie davanti alla nostra accettazione e amore per noi stessi nella nostra interezza, come si sciolgono le lacrime del “fantasma” al tocco delle labbra di Christine.

Nel teatro dell’opera della nostra psiche, è come se noi fossimo continuamente al nostro debutto sul palcoscenico della vita: la ragione e la società ci guardano dall’alto dei palchi, ma nel raccoglimento del nostro camerino e nel silenzio dei nostri sotterranei dimenticati, che lo vogliamo o no, è il nostro inconscio a guidarci e a farci da maestro.

Quando ci lancia provocatoriamente il suo spartito, non possiamo fare a meno di prenderlo al volo. Se guardiamo appena dietro la superficie del nostro specchio che riflette la nostra immagine, l’inconscio è lì da sempre.

Se con la nostra razionalità tentiamo di ribellarci alla nostra Ombra, vogliamo ignorarla o crediamo di poterla dominare o ingannare, non solo essa rivolterà contro di noi i suoi aspetti più violenti, ma noi finiremo per esserne, senza saperlo e senza capirlo, ancora più soggiogati e invischiati.

Se alla nostra Ombra togliamo la maschera di fronte alla ragione, le luci troppo forti del palcoscenico la faranno per forza apparire orrenda e inaccettabile, e i nostri poliziotti interiori scatteranno per arrestarla.

Ma se invece conosciamo e comprendiamo la nostra Ombra, se ci lasciamo scendere nei sotterranei con lei, se ascoltiamo la sua canzone, essa ci lascerà liberi di andare e di tornare, senza più ricatti.

Il nostro inconscio, con buona pace di Freud, non è lì per rovinarci la vita, per farci dispetti come un bambino capriccioso e viziato. Il nostro inconscio, la nostra Ombra, è una parte di noi che ha bisogno di vivere in armonia con le altre.

A modo suo ci ama.

E noi, solo dopo averla accettata e riamata a nostra volta, potremo finalmente scegliere di risalire verso la luce del giorno.

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Anything can be “shining”

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Please note that this is my first blog post in English, so if i make any mistake, no need to scream and shout, just correct me in a comment and i will do better next time.

So, please view this trailer. I found it on youtube, it is made by Robobos and I don’t own anything about it.

You all recognised the movie, right? And provided that you are reasonably gifted with sense of humour, it made you laugh, right? Sure, it’s very funny and it’s made for fun.

If I asked you whether you have seen anything similar before, you would probably answer No. Well, this could be true only if you had never watched TV, never seen an advertising poster and never read a newspaper in your entire life.

They make us believe that a new car will provide us happiness and success, or that a certain jewel will make our sexual life a movie-like dream, or that buying our chidren a wonderful toy will make them forget about all the problems and misunderstandings in our family.

But these unfunny pranks played on our mind and wallet are not that difficult to recognise.

The issue becomes more serious when it comes to information and to personal relationships.

The same way a masterpiece of horror movie can be passed off as a nice family movie, abuses, exploitations and violences can be passed off as justice, progress and help if conveniently rejigged.

This can happen in mass medias, but also in our everyday relationships.

We make war in order to bring peace. I restrain you because I love you too much. We are exploiting poor countries’ resources in order to bring there employment. I lie to you to protect you. We make poor peoples depending on our “humanitarian” help, but that will improve their conditions. I ignore your emotional needs to teach you how to get by on your own.

I could make endless examples.

Any petty intention can shine as a noble one, basically anything can be turned into anything else.

How can we avoid to be both victims and enforcers of this wicked game? The answer is the same reason why most of you of course didn’t actually buy that The shining is a family movie: because you knew the movie before.

Therefore, always try to get more and more information about the world before you commit to a cause, and make intentions clear by an effective communication in your relationships.

Il conflitto tra razionalità ed emozioni: John Preston e Mary O’Brian

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Un film, in poco tempo e con grande efficacia, è in grado di veicolare significati profondi, e perfino di illustrare in modo chiaro concetti di psicologia anche molto complessi. Il fatto che si apprendano queste nozioni senza leggerle su un tomo specialistico non significa che non possano entrare a far parte del nostro bagaglio di conoscenza, diventando così strumenti attraverso cui possiamo leggere meglio la realtà che ci circonda.

Ciò è talmente vero che più di una volta, durante le lezioni universitarie di psicologia, allo studio e alla spiegazione di un determinato argomento il docente ha accompagnato la visione di un film sul tema.

In una serie di articoli vorrei quindi guidarvi alla scoperta di nozioni psicologiche utili nella vita relazionale di ognuno di noi, attraverso l’analisi di personaggi cinematografici.

NON SI TRATTA DI RECENSIONI di film, bensì dell’illustrazione di una coppia di personaggi. Solitamente ci saranno il protagonista e il suo complementare, senza il quale l’analisi del protagonista stesso sarebbe soltanto parziale: tutto l’universo funziona per coppie di opposti-complementari, essendo questi due concetti inseparabili.

Film: Equilibrium (2002)                      Equilibrium

Interpreti: Christian Bale e Emily Watson

Doppiatori italiani: Riccardo Rossi ed Eleonora De Angelis

Siamo in un futuro distopico in cui, in seguito alla catastrofe di una terza guerra mondiale scoppiata nei primi anni del ventunesimo secolo, si è instaurato un regime dittatoriale con sede nella città-stato di Libria.

Il solo caposaldo su cui si regge questo governo è l’eliminazione di ogni sentire umano, nella convinzione che le emozioni e i sentimenti siano la causa delle guerre: pur di evitare il ripetersi della catastrofe passata è necessario e giusto sacrificare anche la gioia, l’amore, la compassione e l’amicizia, per poter stroncare la rabbia, l’avidità, il dolore e l’invidia.

Il regime mette in atto la soppressione dei sentimenti distruggendo sistematicamente qualsiasi cosa capace della più piccola evocazione emotiva, e obbligando i sudditi ad assumere regolarmente un potentissimo psicofarmaco che li inibisce, il Prozium.

Così, a Libria sono bandite cose come i colori, i libri, la musica, la parola “papà”, l’arte, gli animali domestici e ogni forma di bellezza. Fuori da Libria, le rovine del mondo così come lo conosciamo sono chiamate “l’inferno” e sono oggetto di continue irruzioni da parte dei Cleric, un corpo di polizia che ha il compito di distruggere ogni oggetto proibito dal regime e di catturare e uccidere i ribelli, ovvero i “colpevoli di emozioni” che portano avanti una resistenza organizzata contro il regime.

Tra i Cleric di rango più alto c’è appunto John Preston, stimatissimo dai colleghi e dal regime per abilità, spietatezza e inflessibilità. L’uomo ha due figli ed è vedovo: quattro anni prima, infatti, sua moglie è stata arrestata e bruciata viva semplicemente perché amava suo marito, senza che tutto ciò suscitasse in lui la minima reazione emotiva.

Una mattina, John infrange inavvertitamente la fiala di Prozium che stava per iniettarsi e va al lavoro senza essersi impermeabilizzato alle emozioni. Lui e i colleghi fanno irruzione in casa della bella Mary O’Brian, ribelle, colpevole di emozioni e collaboratrice della resistenza, e la arrestano.

Dopo questo incontro, il protagonista continua di nascosto a non prendere il Prozium. Nei giorni successivi, il suo atteggiamento nei confronti delle regole che sono sempre state la sua ragione di vita diventa ambivalente, mentre il suo essere viene a poco a poco travolto da un angosciante trionfo di emozioni: il rimorso per la morte della moglie, il senso di colpa per le uccisioni da lui compiute in nome del regime, la tenerezza per un cucciolo di pastore bernese salvato nel corso di una retata… fino al pianto dirotto e liberatorio suscitato in lui da quello che è evidentemente il primo ascolto di un brano musicale in vita sua. E, ultima ma non ultima, l’attrazione invincibile per la donna che ha innescato in lui un totale capovolgimento interiore.

Quello che doveva essere un interrogatorio diventa una sottile battaglia in cui ognuno dei due protagonisti cerca di scoprire l’altro, e che vedrà lei sicura e vittoriosa, lui perdente e più confuso che mai di fronte alla frase che riassume il senso del film:

“Senza amore, senza rabbia e dolore, il respiro è solo un orologio che fa tic tac.”

Da qui in poi, l’orologio dello spettatore scandisce solo il ritmo della trasformazione del protagonista da eletto del corpo di polizia del regime in eroe della resistenza, in un pericoloso doppio gioco che potrete godervi senza il mio commento.

L’ambientazione fantascientifica del film è solo una metafora che ci parla di una situazione fin troppo reale. Ognuno di noi potrebbe trovarsi nella vita reduce da una “guerra mondiale” come quella che ha dato inizio alla vicenda del film: la fine di un amore, la morte di una persona cara, una forte delusione da parte di un amico.

Può essere grande, allora, la tentazione di instaurare dentro di noi un regime come quello di Libria: bandire tutti i sentimenti, mettere in circolo un antibiotico psichico pur di liberarsi dalla rabbia e dal dolore, pur di proteggerci da noi stessi e dal mondo.

Il nostro Prozium può essere il lavoro su cui ci buttiamo con tutte le nostre energie, le avventure sessuali senza significato, l’alcol o qualsiasi cosa ci aiuti a non pensare, a non sentire, ad allontanare l’accaduto dalla nostra mente e “non ricascarci”. Possiamo distruggere come oggetti proibiti tutti i ricordi che ci riportano all’accaduto, lasciando la nostra psiche come la cattedrale in rovina all’inizio del film.

Ma se pure non soffriamo più, nemmeno noi al posto di John sapremmo rispondere alla domanda di Mary: “Perchè vivi?”

La casa grigia, spoglia e impersonale come quelle Libria nella quale abbiamo traslocato il nostro cuore non è una vera casa, questa vita non è una vera vita.

Inevitabilmente incontreremo anche noi Mary: lei si nasconde (ma solo perché vuole essere trovata) in un nuovo amore, in un’amicizia, nei nostri figli, in tutto ciò che ci circonda, perfino nel tempo.

Arriverà quando meno la aspettiamo, oppure ci renderemo conto che è sempre stata di fronte a noi: a quel punto, lasciamo che questo incontro o questo ri-incontro ci cambi: interroghiamola e lasciamoci interrogare.

Allora, come il protagonista, ricominceremo a toccare il mondo senza guanti, torneremo a guardare fuori dalla finestra, ci emozioneremo guardando la neve che cade sulla Tour Eiffel in una boccia di vetro… in una parola, ci ribelleremo piano piano al regime che ci siamo auto-imposti.

Sarà doloroso, sarà pericoloso, sarà faticoso, sì, molto. Restare a Libria invece non sarà un rischio: sarà una certezza di essere condannati.

E alla fine, dopo aver tanto combattuto, potremo tornare ad amare, a sorridere e a fidarci della vita.