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LUCE E OMBRA II: IL VISCONTE E IL FANTASMA

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POTOok

 LUCE E OMBRA II: IL VISCONTE E IL FANTASMA

Questo articolo è la continuazione del precedente, “Luce e ombra I”, che vi invito a leggere.

Prosegue l’esplorazione di uno dei temi più complessi in assoluto della nostra vita psichica: il rapporto con la nostra ombra. Tradizionalmente associato al male, alla bestia, al proibito, perfino al diavolo, il nostro cosiddetto “lato oscuro” è davvero solo questo?

Cos’è l’Ombra? Non pretendo certo di dirimere qui un concetto che Jung in persona, e non solo lui, ha lavorato praticamente per tutta la sua carriera a definire e approfondire. Solo qualche parola per tentare di rendere un briciolo di giustizia a questa parte di noi da sempre bistrattata.

L’Ombra è, in estrema e forse eccessiva sintesi, tutto ciò che l’individuo e la società sacrifica per il proprio buon funzionamento. Tutti dobbiamo fare delle scelte: non si può essere tutto e il contrario di tutto, una cosa non può essere giusta e sbagliata, bella e brutta, ammirata e disprezzata.

Reprimere alcuni intenti in favore di altri a cui teniamo di più è in gran parte una dinamica assolutamente sensata: rinunciamo alla nostra libertà di uccidere, rubare e truffare al fine di poter vivere tutti più tranquilli e sicuri; rinunciamo al nostro desiderio di fare sesso ad ogni occasione che si presenta con qualunque persona ci piaccia al fine di poter avere una relazione stabile e una famiglia; rinunciamo alla pazza idea di mollare tutto e vivere suonando la chitarra su una spiaggia di Rio nella speranza di ottenere una posizione di responsabilità in ufficio.

Spesso però rischiamo di buttare via per così dire il bambino insieme all’acqua sporca. Nella nostra Ombra, in ciò che più o meno consapevolmente, più o meno autonomamente decidiamo di ignorare in noi, c’è molto più che una serie di istinti meschini.

Nell’Ombra c’è quella voce che non ha peli sulla lingua e mette in dubbio ogni nostra certezza; nell’Ombra è acquattata quella rabbia che se potesse uscire dalla nostra bocca griderebbe “Basta!” alle costrizioni che subiamo in famiglia, alla relazione sentimentale che è ormai solo abitudine, ai compromessi scomodi a cui ci adattiamo per amor di pace; nell’Ombra ci aspetta quel sogno di quando eravamo bambini e tutto ci sembrava possibile, al quale credevamo di aver detto addio autoconvincendoci che un posto fisso in banca era la miglior cosa che potesse capitarci; nell’Ombra vive la persona che potevamo essere e non ce lo siamo permessi, chiunque essa sia; nell’Ombra chiacchierano impunemente tutti i “ma” e i “se” che riempiono di tante puntine il materasso del nostro sonno; nell’Ombra risuona quell’irresistibile risata che fa sembrare più piccolo tutto ciò che è la nostra vita.

L’Ombra è anche creatività, alternativa, irriverenza e domande a non finire. Se è un diavolo, è un diavolo bambino. Se ci fa del male, è lo stesso male che ci fa il dentista per curarci. L’Ombra è una parte di noi come ogni altra, ed è nostra alleata: siamo noi a rendercela nemica o a sentirla come tale.

Mi piace pensare che si chiami Ombra non tanto perché è oscura, ma perché ci segue sempre, a meno che non siamo noi stessi persi in un buio completo.

Vista la complessità dell’argomento,ho pensato di affrontarlo non con uno ma con due dei miei consueti articoli basati su una coppia di personaggi di fantasia contrapposti.

Dopo un’opera dove le protagoniste erano due donne e l’esito era tragico, ora una dove luce e ombra sono incarnati da due uomini e c’è un lieto fine almeno parziale.

STORIA: Il fantasma dell’Opera.

Originata dal romanzo di Gaston Leroux, di questa storia sono state fatte infinite trasposizioni cinematografiche e una celeberrima versione in musical, che è appunto quella che prenderemo in considerazione. Il musical ha avuto a sua volta una trasposizione cinematografica nel 2004, ma consiglio di tenere come punto di riferimento la versione teatrale, superiore a mio parere sotto ogni aspetto. Tra le varie produzioni e gli innumerevoli interpreti che si sono succeduti in quasi 30 anni di rappresentazioni consiglio ad esempio la registrazione del venticinquesimo anniversario dell’opera (2011). Qui i due ruoli maschili principali sono interpretati da Ramin Karimloo (Erik) e Hadley Fraser (Raoul). Sono abbastanza sicura che sia in commercio anche in Italia un dvd ufficiale con sottotitoli, comunque potete trovare lo spettacolo completo su youtube http://www.youtube.com/watch?v=PO9ENip4zFg.

ATTENZIONE SPOILER!

Parigi, ultimi decenni dell’Ottocento. Al teatro dell’opera Garnier la tensione si taglia con il coltello a causa di una misteriosa ed elusiva presenza che si fa chiamare “Il Fantasma dell’Opera” e, con le sue lettere minacciose e il terrore che instilla in tutti, è il vero padrone del teatro.

Il “fantasma” è in realtà Erik, un uomo che vive nei sotterranei dell’Opera, dove nasconde agli occhi del mondo la sua atroce bruttezza e coltiva in solitudine il suo incredibile genio artistico. E’ un brillante architetto, prestigiatore, ventriloquo e soprattutto musicista: canta divinamente e sta lavorando a uno spartito che farà sfigurare qualsiasi altra opera, ma non può esprimere la sua immensa creatività nella società a causa del suo aspetto terrificante, che nasconde portando sempre una maschera e non mostrandosi mai comunque a nessuno. Tuttavia, senza mai essere visto, può vedere, udire e farsi udire a proprio piacimento in tutto il teatro grazie a una serie di astute modifiche architettoniche da lui operate, cosicché ogni cosa e ogni persona nell’edificio finisce per essere da lui dominata e spiata.

Attraverso ordini scritti ai direttori del teatro, minacce e sotterfugi Erik fa in modo che Carlotta, arrogante primadonna sul viale del tramonto, venga sostituita nei ruoli da protagonista dalla giovane ballerina di fila e corista Christine Daaé, che si rivela sorprendentemente dotata nel canto.

L’ingenua ragazza è convinta di essere stata visitata negli ultimi mesi dall’“Angelo della musica” inviato come promesso dal suo defunto padre violinista a insegnarle l’arte del canto. Il suo maestro è in realtà lo stesso Erik che, innamorato di Christine, è solito introdursi non visto in un’intercapedine del muro del suo camerino ed ha finora assecondato la sua convinzione, approfittando della sua buona fede per conquistare il suo affetto e la sua devozione.

La sera del debutto trionfale di Christine è tra il pubblico il visconte Raoul, suo amico d’infanzia che nutre da allora un sincero amore per lei nonostante le differenze sociali che li separano. Dopo lo spettacolo il ragazzo va a trovarla nel suo camerino, il loro affetto si ravviva come se non si fossero mai persi di vista e lei acconsente a uscire con lui. Ma mentre Raoul va a chiamare la carrozza, Erik attira Christine dentro lo specchio del camerino che si apre come una porta, la conduce nei surreali sotterranei dell’Opera e la seduce con il suo canto e con la sua “musica della notte”, facendole però capire che non deve toccare la maschera. In preda a una sorta di estasi o ipnosi, la ragazza cade in un sonno profondo. Al suo risveglio, meravigliata e confusa, si avvicina di soppiatto a Erik mentre egli è assorto nel suonare l’organo e gli toglie la maschera, scoprendo così la verità sull’ “angelo della musica” e provocando la sua violenta ira.

In seguito ad alcuni eventi sinistri in teatro, riconosciuti come opera di Erik, tra cui specialmente l’assassinio di un macchinista, Christine comincia ad avere paura di lui, pur essendone allo stesso tempo misteriosamente attratta. Condotto Raoul sul tetto dell’edificio, gli racconta ogni cosa. Raoul la rassicura teneramente, i due si dichiarano il loro reciproco amore, si scambiano una segreta promessa di fidanzamento e si baciano. Erik, furibondo e affranto, ha visto e udito tutto a loro insaputa.

Qualche tempo dopo si tiene nel foyer del teatro un ballo di gala in maschera: mentre tutti si divertono e folleggiano, compare Erik, naturalmente mascherato. Annuncia di aver terminato la composizione della sua opera, “Don Giovanni trionfante”, ne lancia lo spartito agli astanti e ne ordina la messa in scena, esplicitando che i protagonisti dovranno essere Christine e il tenore Ubaldo Piangi, e subito scompare in una vampa di fuoco.

Raoul e i direttori del teatro vedono in questa rappresentazione l’occasione di tendere una trappola al Fantasma: ansioso di vedere Christine eseguire il suo capolavoro commetterà di certo qualche imprudenza, si mostrerà in qualche modo e loro, con l’aiuto della polizia, saranno pronti ad arrestarlo. Pur confusa, spaventata e riluttante, Christine accetta e l’opera va in scena. Vuole costruirsi una vita con Raoul ma allo stesso tempo non vorrebbe tradire Erik, poiché nonostante tutto resta sempre vivo in lei il sentimento di adorazione per l’ “angelo della musica” legato alla memoria di suo padre; ha paura di cos’altro la malvagità di Erik potrebbe fare se si provoca la sua ira, ma si sente tuttavia profondamente legata a lui per quanto con la razionalità cerchi di opporre resistenza.

Nello spettacolo rappresentato, Don Giovanni riesce a conquistare la sua “preda” attraverso un sotterfugio che prevede l’uso di un travestimento e uno scambio di persona: proprio a questo punto della rappresentazione Erik si introduce dietro le quinte, uccide Ubaldo, si sostituisce a lui ed entra in scena.

Nella scena che viene rappresentata, Don Giovanni seduce la sua ospite al punto da indurla ad abbandonare ogni reticenza e dimostrargli la sua passione.

Qui, in una sequenza che è un assoluto capolavoro di meta-teatro (e lasciatemelo dire, di recitazione), si sovrappongono e si confondono i personaggi (e gli spettatori) di Don Giovanni trionfante e di Il fantasma dell’Opera, e nel giro di pochi attimi, proprio mentre i due cantano “i nostri giochi di finzione sono giunti alla fine”, nessuno sa più cosa stia davvero accadendo.

Impossibile stabilire con certezza fino a che punto Christine è convinta di avere a che fare con Ubaldo, e quando si accorge che si tratta di Erik: dal primo momento in cui sente la sua voce, a poco a poco nel corso della scena, solo alla fine? E anche allora, mette in scena il desiderio del suo personaggio per Don Giovanni solo perché lo spettacolo deve continuare, o il proprio per Erik, nascondendosi dietro la finzione scenica come lui dietro la sua maschera?

Comunque Raoul tra il pubblico si inquieta e si insospettisce.

Sulle ultime note del brano Erik infila il proprio anello al dito di Christine, ma lei gli toglie nuovamente la maschera, denudando la sua bruttezza davanti a tutto il pubblico.

I poliziotti scattano, Raoul abbandonata la sua indole calma e pacata spara a bruciapelo verso Erik, ma mentre i proiettili lo mancano lui riesce a fuggire nel labirinto delle sue botole che portano ai sotterranei, portando via Christine.

Raoul decide allora di scendere al suo inseguimento e affrontarlo direttamente. Quando giunge alla sua dimora sotterranea, lo trova insieme a Christine vestita da sposa.

Erik, ormai senza maschera, cattura Raoul passandogli un cappio al collo e ricatta la ragazza imponendole di scegliere se accettare di passare tutta la vita con lui o vederlo uccidere il suo fidanzato.

Lei si sente delusa, tradita, ingannata ed estremamente arrabbiata con lui, ma alla fine con un supremo sforzo di comprensione si immedesima in lui e lo bacia, non una ma due volte. Erik allora capisce che Christine è disposta a restare con lui non solo per evitare la morte di Raoul ma anche perché lo accetta profondamente.

Commosso, lascia andare i due. Prima di scomparire risalendo le scale, Christine torna indietro, restituisce l’anello a Erik, gli bacia la mano e poi si affretta dietro a Raoul.

Erik, al colmo dell’emozione e pazzo di dolore, al sentire i passi dei poliziotti sulle sue tracce sparisce nel nulla con uno dei suoi trucchi, lasciando trovare sulla scena agli inseguitori soltanto la sua maschera.

Tutta l’opera (e molto di più il libro, che qui non tratto per non dilungarmi ancora più di quanto sto già facendo) è intessuta di un simbolismo che rimanda al dialogo tra conscio e inconscio, razionalità e sentimento, accettabile e inaccettabile, luci e ombre della nostra mente.

Qui la vera protagonista, a dispetto del titolo, è Christine, che rappresenta l’anima di ognuno di noi alle prese con le sue interiori contraddizioni.

Raoul è il principe azzurro delle favole, è un amore puro e sincero oltre che un partito assolutamente desiderabile dal punto di vista sociale; è pacato, rassicurante, pratico, razionale e diretto, ma anche coraggioso e disposto a combattere per la sua amata. Completamente trasparente, coerente, monolitico, sembra privo di punti oscuri o contraddittori. Più volte nel testo si paragona ed è paragonato alla luce, all’estate, al rifugio sicuro. Raoul è l’evidenza, l’armonia con le regole della società, la ragione , la sfera conscia della nostra psiche.

Erik all’opposto è l’irrazionalità, la pazzia, i sentimenti violenti, l’amore ossessivo e possessivo, ma anche il genio artistico e il mistero. Si paragona ed è paragonato alla notte, al sogno, all’oscuro, alla musica. Il suo posto sono i sotterranei della nostra psiche, l’inconscio, dove Christine ne resterà sedotta e dove Raoul scenderà coraggiosamente per affrontarlo. Gli unici momenti in cui può farsi vedere, e perfino ammirare dalla società sono quelli protetti dalla “zona franca” che solo la finzione dichiarata può dare: il ballo in maschera, l’opera teatrale.

Il “fantasma” al quale viene ingenuamente paragonato dalla gente del teatro rimanda anche al passato, a ciò che dovrebbe riposare in pace ma non lo fa, alla persecuzione: il nostro inconscio infatti ha molto a che fare con il nostro passato, e in particolare con le sue pagine incompiute.

Erik sembra racchiudere in sé tutti i più inaccettabili paradossi, tutti gli estremi. Il suo viso è tanto orrendo e terrificante quanto è splendida e irresistibile la sua voce; i suoi occhi, la cui immagine sembra ossessionare Christine, “minacciano e adorano” allo stesso tempo; ha in sé un’incredibile creatività e molteplici talenti, ma li piega altrettanto facilmente alla creazione del bello e dell’arte, quanto all’omicidio, al ricatto e a quello che oggi chiameremmo stalking; sembra totalmente privo di alcuno scrupolo morale riguardo alle proprie azioni malvagie e violente, tutte derivate però dal suo bisogno di essere amato.

A ben vedere, tutto il dramma della sua condizione deriva dall’impossibilità di essere accettato dalla comunità umana e guardato in viso come chiunque altro.

Lo stesso si può dire del nostro inconscio, del nostro cosiddetto lato oscuro, della nostra Ombra: è l’ignoto in essa a farci paura. Il nostro profondo, come il viso di Erik, può essere molto spiacevole a guardarsi. Tutto il male che esso può farci, tutto il dolore che può causare nella nostra vita si scioglie davanti alla nostra accettazione e amore per noi stessi nella nostra interezza, come si sciolgono le lacrime del “fantasma” al tocco delle labbra di Christine.

Nel teatro dell’opera della nostra psiche, è come se noi fossimo continuamente al nostro debutto sul palcoscenico della vita: la ragione e la società ci guardano dall’alto dei palchi, ma nel raccoglimento del nostro camerino e nel silenzio dei nostri sotterranei dimenticati, che lo vogliamo o no, è il nostro inconscio a guidarci e a farci da maestro.

Quando ci lancia provocatoriamente il suo spartito, non possiamo fare a meno di prenderlo al volo. Se guardiamo appena dietro la superficie del nostro specchio che riflette la nostra immagine, l’inconscio è lì da sempre.

Se con la nostra razionalità tentiamo di ribellarci alla nostra Ombra, vogliamo ignorarla o crediamo di poterla dominare o ingannare, non solo essa rivolterà contro di noi i suoi aspetti più violenti, ma noi finiremo per esserne, senza saperlo e senza capirlo, ancora più soggiogati e invischiati.

Se alla nostra Ombra togliamo la maschera di fronte alla ragione, le luci troppo forti del palcoscenico la faranno per forza apparire orrenda e inaccettabile, e i nostri poliziotti interiori scatteranno per arrestarla.

Ma se invece conosciamo e comprendiamo la nostra Ombra, se ci lasciamo scendere nei sotterranei con lei, se ascoltiamo la sua canzone, essa ci lascerà liberi di andare e di tornare, senza più ricatti.

Il nostro inconscio, con buona pace di Freud, non è lì per rovinarci la vita, per farci dispetti come un bambino capriccioso e viziato. Il nostro inconscio, la nostra Ombra, è una parte di noi che ha bisogno di vivere in armonia con le altre.

A modo suo ci ama.

E noi, solo dopo averla accettata e riamata a nostra volta, potremo finalmente scegliere di risalire verso la luce del giorno.

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LUCE E OMBRA I: IL CIGNO BIANCO E IL CIGNO NERO

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Un film, in poco tempo e con grande efficacia, è in grado di veicolare significati profondi, e perfino di illustrare in modo chiaro concetti di psicologia anche molto complessi.
In una serie di articoli vorrei quindi guidarvi alla scoperta di nozioni psicologiche utili nella vita di ognuno di noi, attraverso l’analisi di personaggi cinematografici.
NON SI TRATTA DI RECENSIONI di film, bensì dell’illustrazione di una coppia di personaggi.ninalily

Oggi voglio confrontarmi e confrontare chi mi legge con uno dei tempi più complessi in assoluto della nostra vita psichica: il rapporto con la nostra ombra. Tradizionalmente associato al male, alla bestia, al proibito, perfino al diavolo, il nostro cosiddetto “lato oscuro” è davvero solo questo?
Cos’è l’Ombra? Non pretendo certo di dirimere qui un concetto che Jung in persona, e non solo lui, ha lavorato praticamente per tutta la sua carriera a definire e approfondire. Solo qualche parola per tentare di rendere un briciolo di giustizia a questa parte di noi da sempre bistrattata.
L’Ombra è, in estrema e forse eccessiva sintesi, tutto ciò che l’individuo e la società sacrifica per il proprio buon funzionamento. Tutti dobbiamo fare delle scelte: non si può essere tutto e il contrario di tutto, una cosa non può essere giusta e sbagliata, bella e brutta, ammirata e disprezzata.
Reprimere alcuni intenti in favore di altri a cui teniamo di più è in gran parte una dinamica assolutamente sensata: rinunciamo alla nostra libertà di uccidere, rubare e truffare al fine di poter vivere tutti più tranquilli e sicuri; rinunciamo al nostro desiderio di fare sesso ad ogni occasione che si presenta con qualunque persona ci piaccia al fine di poter avere una relazione stabile e una famiglia; rinunciamo alla pazza idea di mollare tutto e vivere suonando la chitarra su una spiaggia di Rio nella speranza di ottenere una posizione di responsabilità in ufficio.
Spesso però rischiamo di buttare via per così dire il bambino insieme all’acqua sporca. Nella nostra Ombra, in ciò che più o meno consapevolmente, più o meno autonomamente decidiamo di ignorare in noi, c’è molto più che una serie di istinti meschini.
Nell’Ombra c’è quella voce che non ha peli sulla lingua e mette in dubbio ogni nostra certezza; nell’Ombra è acquattata quella rabbia che se potesse uscire dalla nostra bocca griderebbe “Basta!” alle costrizioni che subiamo in famiglia, alla relazione sentimentale che è ormai solo abitudine, ai compromessi scomodi a cui ci adattiamo per amor di pace; nell’Ombra ci aspetta quel sogno di quando eravamo bambini e tutto ci sembrava possibile, al quale credevamo di aver detto addio autoconvincendoci che un posto fisso in banca era la miglior cosa che potesse capitarci; nell’Ombra vive la persona che potevamo essere e non ce lo siamo permessi, chiunque essa sia; nell’Ombra chiacchierano impunemente tutti i “ma” e i “se” che riempiono di tante puntine il materasso del nostro sonno; nell’Ombra risuona quell’irresistibile risata che fa sembrare più piccolo tutto ciò che è la nostra vita.
L’Ombra è anche creatività, alternativa, irriverenza e domande a non finire. Se è un diavolo, è un diavolo bambino. Se ci fa del male, è lo stesso male che ci fa il dentista per curarci. L’Ombra è una parte di noi come ogni altra, ed è nostra alleata: siamo noi a rendercela nemica o a sentirla come tale.
Mi piace pensare che si chiami Ombra non tanto perché è oscura, ma perché ci segue sempre, a meno che non siamo noi stessi persi in un buio completo.
Vista la complessità dell’argomento, lo svilupperò nel corso di due articoli che ci poteranno alla scoperta di quattro affascinanti personaggi non solo cinematografici, ma anche teatrali e letterari.
Cominciamo affrontando la questione dal punto di vista femminile.

Film: Il cigno nero (2010)
Interpreti: Natalie Portman (Nina), Sarah Lane (Nina nella maggior parte delle scene di danza), Mila Kunis (Lily)

ATTENZIONE SPOILER: Se non avete ancora visto questo capolavoro, fatelo prima di leggere l’articolo, perché è indispensabile discutere di tutta la trama, e del finale soprattutto.

New York. Il direttore artistico Thomas annuncia alla sua compagnia di danza classica di voler mettere in scena il balletto “Il lago dei cigni” con una nuova protagonista.
Il ruolo principale richiede di interpretare sia Odette, la dolce e innocente principessa innamorata del principe Sigfried e vittima di un sortilegio malefico che solo una promessa di eterno amore può spezzare e che la trasforma in cigno bianco durante il giorno; sia Odile, la scaltra e maliziosa figlia del mago Rothbart, in parte cigno nero e in parte bellissima ragazza, la quale riesce a fingersi Odette agli occhi del principe e a sedurlo, sottraendolo all’altra e condannandola così a restare per sempre prigioniera dell’incantesimo di Rothbart.
Si prospetta quindi la grande occasione per la ballerina Nina, volitiva e autocritica ma allo stesso tempo molto infantile, che vive con una madre severa e morbosa, la quale la tratta come una bambina e la tiene sotto controllo anche in bagno e nella camera da letto, ancora rosa e piena di bambole.
Il giorno del provino Nina nota in metropolitana una misteriosa e attraente ragazza vestita di nero che, ignara di lei, compie esattamente i suoi stessi gesti come se fosse uno specchio, e che si rivela essere Lily, una nuova ballerina della compagnia.
Come afferma il direttore artistico, Nina risulta essere ideale nel ruolo del cigno bianco ma incapace di rendere la sensualità e la malizia del cigno nero. La sua tecnica è perfetta, ma manca di espressività e passionalità. Nonostante questo, Thomas assegna a lei la parte della protagonista, mettendola così alla prova come ballerina e come donna. Nel tentativo di scuoterla le rivolge anche improvvise e spicce attenzioni erotiche, ma Nina, nonostante l’attrazione che prova per lui, si chiude ancora più rigidamente in se stessa.
Poco dopo, Thomas decide di far provare il ruolo del cigno nero alla nuova arrivata Lily, sottolineando a Nina quanto l’altra interpreti magnificamente il ruolo di Odile.
Inizia allora per Nina un travagliato rapporto di amicizia e rivalità con Lily, dove realtà e fantasia, fatti e allucinazioni si confondono nella mente della protagonista, resa sempre più fragile dall’infrangersi delle sue certezze di fronte alla crescente tensione sul lavoro e all’intrigante collega.
La “realtà” della trama del film e la “finzione” della trama del balletto si intrecciano per Nina-Odette, Lily-Odile e Thomas, padrone del loro destino come Rothbart e conteso tra loro come Sigfried.
Una sera Lily “rapisce” Nina alla madre, la porta in discoteca e al ritorno resta in camera sua, dove le due ragazze hanno un rapporto sessuale nel quale finalmente Nina si lascia andare.
Il giorno dopo, però, quando Nina accenna a quanto è accaduto Lily cade dalle nuvole, afferma di aver passato la notte con un ragazzo conosciuto in discoteca e deride l’amica.
La protagonista, assalita dalla confusione, sente di stare sprofondando sempre di più nella pazzia e nella totale immedesimazione con il proprio personaggio.
Arriva la sera della prima esibizione. Dopo aver danzato la prima parte dell’opera nel ruolo di Odette, in camerino Nina vede Lily vestita da cigno bianco come lei, pronta a farle da sostituta se dovesse infortunarsi durante lo spettacolo, ma il timore che voglia rubarle il trionfo scatena in lei un improvviso raptus di violenza: ferisce a morte la compagna con una scheggia di specchio e nasconde il cadavere sanguinante in bagno. Poi entra in scena nel ruolo del cigno nero.
In una sequenza di fortissimo impatto visivo, Nina riesce finalmente per la prima volta a liberare il proprio cigno nero interiore in un’interpretazione prepotente e sublime. Il pubblico e Thomas la adorano. Appena dietro le quinte, Nina lo bacia davanti a tutta la compagnia.
Nel finale, Nina deve vestire di nuovo i panni di Odette che, perdente nella contesa con Odile per l’amore di Sigfried, si suicida gettandosi da una rupe.
In camerino, non trova più traccia del corpo di Lily e della grossa pozza di sangue di prima, ma sente il dolore di una ferita piena di frammenti di vetro sulla propria pancia. Mentre una macchia rossa si allarga sul suo corpetto bianco, Nina si precipita in scena e danza l’ultimo brano. Dopo un ultimo sguardo alla madre tra il pubblico, cade sul materasso posto dietro alla scenografia della rupe ed esala l’anima sussurrando a Thomas: “Ero perfetta.”

Gli ampi spazi concessi in questo film, in termini visivi e di sceneggiatura, al surreale e al paradosso lasciano molte possibilità interpretative.
La mia è che Lily non sia affatto una persona reale, ma una parte di sé che la protagonista, nel suo disagio psichico, rifiuta e proietta all’esterno, in una persona immaginaria, per poterla tenere lontana e separata. Questa parte è l’Ombra di Nina, della quale Lily incarna tutte le contraddittorie e complesse caratteristiche.
E’ evidente fin da subito quanto le due ragazze abbiano personalità diametralmente opposte: Nina, sempre vestita di bianco e rosa, affronta con severità se stessa e la vita, quasi si priva del cibo, non ha mai avuto esperienze sessuali e non riesce ad emanciparsi dal rapporto morboso con la madre; Lily, che veste sempre di nero, è scherzosa e sicura di sé, ambigua e schietta allo stesso tempo, è disinibita con gli uomini e libera nel suo godersi la vita.
Nina porta sempre un coprispalle per nascondere i graffi che si procura da sola sulla schiena nei momenti di rabbia e frustrazione contro se stessa, Lily nella stessa zona ha un grosso tatuaggio con due calle che ricordano anche due occhi aperti o due ali nere.
In Lily è la vita notturna con le sue intriganti opportunità, la sensualità e i piaceri, ma anche la spensieratezza, la giocosità e l’ironia. Lily, come Odile, inganna, prende in giro e scompiglia le carte in tavola, ma ha anche l’assoluta trasparenza e spontaneità di chi è perfettamente sicuro di sé nel presentarsi al mondo.
Nina, al contrario, non può permettersi di essere completamente se stessa a tutto tondo: schiacciata tra le pretese della madre e la propria ambizione, è spietata verso se stessa e si prende sempre terribilmente sul serio: non è in grado di giocare con la vita.
Fin dall’inizio primeggia tra le compagne nel suo talento e nella stima del direttore artistico, e sembra destinata a trionfare. Come ognuno di noi, però, Nina non può esimersi dal confronto con la propria ombra, Lily.
Lily possiede le qualità artistiche che mancano a Nina, ma quest’ultima non riesce a vedere in questo un’occasione di imparare qualcosa di nuovo, si chiude anzi sempre di più in un atteggiamento astioso, rigido e unilaterale.
In seguito, Nina e la sua Ombra riescono ad avvicinarsi fino a vivere una metaforica unione erotica: questo infrange in Nina il precedente blocco nei confronti della sessualità, ma al contempo con la sua forza innovativa troppo dirompente la sprofonda ancora di più nella confusione tra realtà e allucinazione.
E’ solo quando, uccidendo Lily, Nina riesce a esprimere la propria istintualità e la propria aggressività, che si apre finalmente in lei l’interrotto canale di comunicazione con tutto ciò che l’Ombra rappresenta, consentendole di interpretare alla perfezione il cigno nero.
Alla fine, però, uccidendo una parte così importante di sé Nina ha ucciso se stessa. Nina muore vittima del proprio perfezionismo. L’ambizione di essere perfetta, senza ombre (la sua l’ha pugnalata), assolutamente splendente come il suo candido costume sotto le luci del palcoscenico l’ha spinta fino a darsi veramente la morte per interpretare al meglio la scena del suicidio di Odette. Una sola esibizione perfetta vale la sua intera vita e anche la sua morte, sottraendola a un’esistenza e ad una carriera appena all’inizio e all’amore di Thomas che era ormai diventato possibile.
Il senso di tutto ciò è che ognuno di noi, per continuare a vivere, deve accettare di avere dell’Ombra in sé, di avere dei limiti e di non poter essere perfetto.
La nostra Ombra è a modo suo un’amica vera, come Lily per Nina, senza la quale il nostro atteggiamento unilaterale verso la vita diventa solitudine.

Quando una regola diventa un regalo…

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dire-no“Ha solo due anni, ma è già la reginetta di casa! Quando vuole qualcosa urla e piange così tanto che non c’è verso di dirle di no.”

“Volevo dare ai miei figli tutto quello che non ho avuto io da ragazzo, ma non sono mai contenti!”

“Mi sento così in colpa per essermi separata dal suo papà, che sento di dover essere una mamma perfetta e di non dovergli far mancare mai niente”

“Ho così poco tempo da passare con i miei figli, che non ho proprio intenzione di sprecarlo litigando, in quei momenti voglio solo stare bene con loro.”

“Più gli do, e più mi chiede! Mi sento schiacciata.”

“Anche se è ancora un bambino, gli ho comprato volentieri il cellulare perché pensavo che mi avrebbe aiutata a stare tranquilla quando non è con me. Adesso però è sempre attaccato a quei giochini, e quasi non ci parliamo più!”

“Suo padre non fa che viziarla, e a me tocca fare la parte della cattiva che le dà delle regole. Mia figlia mi detesta!”

Il genitore è il mestiere più difficile del mondo.

E’ facilissimo, invece, trovarsi in una situazione simile a queste: siamo partiti con le migliori intenzioni ma un giorno, quasi all’improvviso, ci accorgiamo che le cose a casa nostra non vanno come speravamo: i nostri figli sono scontenti, arrabbiati, disobbedienti, ingrati. Eppure noi abbiamo dato loro tutto quello che potevamo, abbiamo messo i figli al centro del nostro mondo, abbiamo fatto veramente di tutto perché ci volessero bene e fossero contenti! E forse il punto è proprio questo: pur di sentirci amati e di vederli felici, rinunciamo a insegnare loro che esistono anche regole e limiti da rispettare, che è indispensabile fare delle scelte tra tutte le cose che vorremmo, e che la nostra libertà finisce dove inizia quella di qualcun altro. E’ brutto, ingiusto, frustrante tutto ciò? Niente affatto: è il fondamento del vivere insieme, in famiglia come nella società.

Un “No” detto senza sensi di colpa, senza rabbia, senza incertezze: molto spesso è di questo che i nostri figli hanno bisogno da parte nostra! Certo, non possiamo aspettarci che ci ringrazieranno subito per questo, anzi; ma lo faranno diventando adulti responsabili, equilibrati e sicuri di sé.

Da ogni parte, poi, tutti ci raccomandano che ogni “no” va spiegato: verissimo, ma spiegare non significa negoziare. I confini devono essere fermi, chiari e coerenti.

Non cedere di fronte ai pianti, alle urla, alla rabbia sembra un’impresa degna delle fatiche di Ercole: ma se dopo una lacrima o un grido in più facciamo la concessione, cosa imparerà nostro figlio, se non che basta fare sempre più “rumore” per ottenere qualsiasi cosa?

Spesso all’origine dei cosiddetti “capricci” c’è un bisogno importante e profondo, che però non è quello di avere un giocattolo in più o di rientrare mezz’ora più tardi: è quello di capire da noi adulti dove si trova il limite.

Anche un muro, a pensarci bene, è un limite: non possiamo oltrepassarlo né vedere al di là di esso. Ma una casa senza muri sarebbe totalmente inutile e non darebbe nessun riparo, calore e intimità.

Tutte queste idee a volte, soprattutto nei momenti di scoraggiamento, possono sembrarci troppo difficili da mettere in pratica. Parlarne insieme con una psicologa può essere utile.

Ci troviamo intorno a questo tema giovedì 24 ottobre in corso Peschiera 148 alle ore 21. La serata è a cura della dott.ssa Elisabetta Ranghino, psicologa, ed è a ingresso libero. Vi aspetto numerosi!

La capacità di meravigliarci: Jean Valjean e l’ispettore Javert

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Un film, in poco tempo e con grande efficacia, è in grado di veicolare significati profondi, e perfino di illustrare in modo chiaro concetti di psicologia anche molto complessi. Il fatto che si apprendano queste nozioni senza leggerle su un tomo specialistico non significa che non possano entrare a far parte del nostro bagaglio di conoscenza, diventando così strumenti attraverso cui possiamo leggere meglio la realtà che ci circonda.

Ciò è talmente vero che più di una volta, durante le lezioni universitarie di psicologia, allo studio e alla spiegazione di un determinato argomento il docente ha accompagnato la visione di un film sul tema.

In una serie di articoli vorrei quindi guidarvi alla scoperta di nozioni psicologiche utili nella vita relazionale di ognuno di noi, attraverso l’analisi di personaggi cinematografici.

Anche se è ovvio che ho apprezzato tutti i film  di cui parlo e che li consiglio, NON SI TRATTA DI RECENSIONI, bensì dell’illustrazione di una coppia di personaggi. Solitamente ci sono il protagonista e il suo complementare, senza il quale l’analisi del protagonista stesso sarebbe soltanto parziale: tutto l’universo funziona per coppie di opposti-complementari, essendo questi due concetti inseparabili.

Vista la notevole articolazione e lunghezza di questa trama, mi concentrerò soltanto su quello che riguarda il rapporto tra i due personaggi in questione, tralasciando ogni altro avvenimento anche molto importante ai fini della storia nel suo complesso.

ATTENZIONE SPOILER: Anche se non racconto l’epilogo, non potrei scrivere questo articolo senza rivelare il finale della storia per quanto concerne l’ispettore Javert.

Film: Les Miserables (versione cinematografica del musical, 2012)

Interpreti: Hugh Jackman e Russel Crowe

Doppiatori italiani (solo per le parti parlate): Fabrizio Pucci e Luca Ward

les-miserablesSiamo in Francia nel 1815.

L’acerrima rivalità tra i due protagonisti ha inizio in una galera, dove il prigioniero 24601 (Jean Valjean) sta scontando l’ultimo giorno di 19 anni di lavori forzati per aver rubato un pane.

Nel rilasciarlo, la severa guardia Javert, gli consegna un documento che lo etichetta come un pericoloso criminale e gli impone un’ulteriore condizionale.

La libertà riconquistata è soltanto solitudine, smarrimento ed emarginazione per Jean Valjean.

Quando finalmente trova ospitalità per la notte presso un vescovo, non trova altra alternativa che derubarlo dell’argenteria e fuggire prima dell’alba, ma viene catturato dalla polizia e ricondotto davanti al vescovo. Con enorme sorpresa di Jean Valjean, questi afferma di avergli donato di sua volontà gli argenti, e che anzi il suo ospite nella fretta di partire ha dimenticato di prendere con sé i pezzi migliori, due bellissimi candelabri che il vescovo toglie dal suo tavolo e aggiunge al sacco del fuggitivo.

Partiti i poliziotti, il vescovo raccomanda a Jean Valjean di fare tesoro del loro incontro, che è parte di un più alto disegno di Dio, e di utilizzare quelle ricchezze per diventare un uomo onesto.

L’ex ladro, ritiratosi in chiesa a pregare, lascia che la sua vecchia identità si sciolga come neve al sole del perdono e si redime completamente.

Passano 8 anni e Jean Valjean, sotto il nuovo nome di Monsieur Madeleine, è diventato proprietario di una fabbrica e sindaco di una piccola cittadina.

Il suo passato più buio sarebbe sepolto se non fosse per l’ispettore Javert, che si trova casualmente a prestare servizio in quello stesso paese. Un giorno Valjean salva la vita di un carrettiere sollevando la pesantissima trave che gli era caduta addosso, dando così prova di una forza sovrumana: mentre la folla è ammirata, Javert riconosce in lui il galeotto dalla prestanza altrettanto eccezionale al quale aveva ordinato per puro sfregio di sollevare l’albero di una nave.

Da questo momento in poi inizia una caccia spietata e senza esclusione di colpi, in cui l’ispettore giura di catturare Valjean a tutti i costi per aver violato la condizionale e di restituirlo a quella che lui chiama giustizia: il protagonista è costretto per sempre ad una vita da fuggitivo.

Molte volte Javert sarà sul punto di prendere Valjean, ma questi riuscirà sempre a sfuggirgli.

Passano altri 9 anni e ci ritroviamo a Parigi, dove sta per scoppiare una violenta rivoluzione.

Sia Javert che Valjean si infiltrano tra i ribelli: il primo per carpire informazioni da passare all’esercito governativo, il secondo per proteggere la vita di un giovane rivoluzionario di cui sua figlia è innamorata e ricambiata.

Javert viene presto smascherato e legato dai ribelli, in attesa di decidere cosa fare di lui, e poco dopo proprio a Valjean viene dato il compito di ucciderlo.

La fiamma del perdono accesa nel cuore del protagonista dai candelabri del vescovo è ancora ben viva: pur avendo l’occasione di porre fine alla sua penosa fuga e di far tacere per sempre l’unica persona a conoscenza del suo scomodo passato, Valjean lascia andare l’ispettore e spara in aria per simulare di ucciderlo.

Javert è profondamente sconvolto: deve la vita al “criminale” della cui cattura aveva fatto la sua ragione di vita. Incapace di tollerare questa contraddizione, si suicida dopo aver cantato sulla stessa melodia di Valjean nel momento della sua redenzione.

Non conoscevo per niente la trama prima di vedere il film: nel vedere Javert gettarsi a capofitto nella Senna da un ponte, ho provato un enorme senso di vuoto, quasi di tradimento. Pur rendendomi conto a posteriori che nel corso del film numerose allusioni preludono a questo gesto, sono rimasta assolutamente spiazzata.

Perchè ha agito così? Perchè non è stato in grado di ricevere lo stesso perdono che aveva trasformato Valjean da un rifiuto della società ad un personaggio pubblico stimato?

Perchè non ha saputo meravigliarsi.

Javert è un uomo inflessibile, animato da un ideale di giustizia che non è equità ma giustizialismo.

Durante il più pericoloso dei loro scontri, confessa a Valjean di essere nato in una prigione: è probabilmente il rifiuto delle sue origini il motivo di tanto morboso attaccamento al proprio ruolo di giudice, controllore, pubblico ufficiale e paladino dello status quo della società. Il suo appiattimento sul proprio ruolo è tale che Hugo ha scelto di non dargli un nome di battesimo, a sottolineare come i suoi elevatissimi ideali morali siano un misero guscio vuoto.

Non ha saputo lasciarsi attraversare dalla rivoluzione. Ha preferito abbandonarsi alla morte piuttosto che al cambiamento profondo di tutto ciò in cui credeva.

Jean Valjean invece si è lasciato travolgere dall’inatteso e dal rinnovamento. Il mutamento fa molta paura, per questo appena uscito di prigione, emarginato dal mondo per quasi vent’anni, solo al mondo e privo di tutto, non ha saputo far altro che commettere un altro reato. Reinventarci ci spaventa così tanto, che spesso preferiamo diventare proprio ciò che gli altri credono che siamo, e appiattirci nei ruoli emarginati e svalutanti in cui gli altri ci pongono. Certo, è più facile. Ma ecco che arriva la nostra occasione di riscatto, e che ci crediamo o no, arriva sempre: basta saperla cogliere, e questo non è scontato.

La redenzione, il mutamento e la trasformazione di sé in qualcosa di più completo implicano sempre la capacità di stare al gioco con la vita: dobbiamo saper accogliere le sorprese che ci offre, saperle riconoscere come doni e non come tradimenti, e soprattutto dobbiamo saper tollerare le contraddizioni che convivono inevitabilmente dentro ad ognuno di noi.

Il giustizialismo maniacale di cui è prigioniero Javert sono le nostre abitudini, le nostre convinzioni radicate, i nostri giudizi, la scarsa fiducia che abbiamo in noi stessi e nelle nostre potenzialità di crescita.

Se non sappiamo stare al gioco delle sorprese che la vita ci propone, potranno capitarci sotto il naso le occasioni più splendide, ma noi resteremo sempre fermi a lamentarci del fatto che “non ci succede mai nulla”, che “certe cose accadono solo nei film” e che “siamo senza speranza”.

Di contro, le lacrime che Jean Valjean versa sull’altare della chiesetta dopo aver ricevuto l’argento dal vescovo sono lacrime della fatica di reinventare se stesso, della vergogna per i propri sbagli, della paura della novità e del futuro. Ma sono anche lacrime della gioia di rinascere proprio quando sembrava possibile solo morire.

Anything can be “shining”

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Please note that this is my first blog post in English, so if i make any mistake, no need to scream and shout, just correct me in a comment and i will do better next time.

So, please view this trailer. I found it on youtube, it is made by Robobos and I don’t own anything about it.

You all recognised the movie, right? And provided that you are reasonably gifted with sense of humour, it made you laugh, right? Sure, it’s very funny and it’s made for fun.

If I asked you whether you have seen anything similar before, you would probably answer No. Well, this could be true only if you had never watched TV, never seen an advertising poster and never read a newspaper in your entire life.

They make us believe that a new car will provide us happiness and success, or that a certain jewel will make our sexual life a movie-like dream, or that buying our chidren a wonderful toy will make them forget about all the problems and misunderstandings in our family.

But these unfunny pranks played on our mind and wallet are not that difficult to recognise.

The issue becomes more serious when it comes to information and to personal relationships.

The same way a masterpiece of horror movie can be passed off as a nice family movie, abuses, exploitations and violences can be passed off as justice, progress and help if conveniently rejigged.

This can happen in mass medias, but also in our everyday relationships.

We make war in order to bring peace. I restrain you because I love you too much. We are exploiting poor countries’ resources in order to bring there employment. I lie to you to protect you. We make poor peoples depending on our “humanitarian” help, but that will improve their conditions. I ignore your emotional needs to teach you how to get by on your own.

I could make endless examples.

Any petty intention can shine as a noble one, basically anything can be turned into anything else.

How can we avoid to be both victims and enforcers of this wicked game? The answer is the same reason why most of you of course didn’t actually buy that The shining is a family movie: because you knew the movie before.

Therefore, always try to get more and more information about the world before you commit to a cause, and make intentions clear by an effective communication in your relationships.

Il conflitto tra razionalità ed emozioni: John Preston e Mary O’Brian

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Un film, in poco tempo e con grande efficacia, è in grado di veicolare significati profondi, e perfino di illustrare in modo chiaro concetti di psicologia anche molto complessi. Il fatto che si apprendano queste nozioni senza leggerle su un tomo specialistico non significa che non possano entrare a far parte del nostro bagaglio di conoscenza, diventando così strumenti attraverso cui possiamo leggere meglio la realtà che ci circonda.

Ciò è talmente vero che più di una volta, durante le lezioni universitarie di psicologia, allo studio e alla spiegazione di un determinato argomento il docente ha accompagnato la visione di un film sul tema.

In una serie di articoli vorrei quindi guidarvi alla scoperta di nozioni psicologiche utili nella vita relazionale di ognuno di noi, attraverso l’analisi di personaggi cinematografici.

NON SI TRATTA DI RECENSIONI di film, bensì dell’illustrazione di una coppia di personaggi. Solitamente ci saranno il protagonista e il suo complementare, senza il quale l’analisi del protagonista stesso sarebbe soltanto parziale: tutto l’universo funziona per coppie di opposti-complementari, essendo questi due concetti inseparabili.

Film: Equilibrium (2002)                      Equilibrium

Interpreti: Christian Bale e Emily Watson

Doppiatori italiani: Riccardo Rossi ed Eleonora De Angelis

Siamo in un futuro distopico in cui, in seguito alla catastrofe di una terza guerra mondiale scoppiata nei primi anni del ventunesimo secolo, si è instaurato un regime dittatoriale con sede nella città-stato di Libria.

Il solo caposaldo su cui si regge questo governo è l’eliminazione di ogni sentire umano, nella convinzione che le emozioni e i sentimenti siano la causa delle guerre: pur di evitare il ripetersi della catastrofe passata è necessario e giusto sacrificare anche la gioia, l’amore, la compassione e l’amicizia, per poter stroncare la rabbia, l’avidità, il dolore e l’invidia.

Il regime mette in atto la soppressione dei sentimenti distruggendo sistematicamente qualsiasi cosa capace della più piccola evocazione emotiva, e obbligando i sudditi ad assumere regolarmente un potentissimo psicofarmaco che li inibisce, il Prozium.

Così, a Libria sono bandite cose come i colori, i libri, la musica, la parola “papà”, l’arte, gli animali domestici e ogni forma di bellezza. Fuori da Libria, le rovine del mondo così come lo conosciamo sono chiamate “l’inferno” e sono oggetto di continue irruzioni da parte dei Cleric, un corpo di polizia che ha il compito di distruggere ogni oggetto proibito dal regime e di catturare e uccidere i ribelli, ovvero i “colpevoli di emozioni” che portano avanti una resistenza organizzata contro il regime.

Tra i Cleric di rango più alto c’è appunto John Preston, stimatissimo dai colleghi e dal regime per abilità, spietatezza e inflessibilità. L’uomo ha due figli ed è vedovo: quattro anni prima, infatti, sua moglie è stata arrestata e bruciata viva semplicemente perché amava suo marito, senza che tutto ciò suscitasse in lui la minima reazione emotiva.

Una mattina, John infrange inavvertitamente la fiala di Prozium che stava per iniettarsi e va al lavoro senza essersi impermeabilizzato alle emozioni. Lui e i colleghi fanno irruzione in casa della bella Mary O’Brian, ribelle, colpevole di emozioni e collaboratrice della resistenza, e la arrestano.

Dopo questo incontro, il protagonista continua di nascosto a non prendere il Prozium. Nei giorni successivi, il suo atteggiamento nei confronti delle regole che sono sempre state la sua ragione di vita diventa ambivalente, mentre il suo essere viene a poco a poco travolto da un angosciante trionfo di emozioni: il rimorso per la morte della moglie, il senso di colpa per le uccisioni da lui compiute in nome del regime, la tenerezza per un cucciolo di pastore bernese salvato nel corso di una retata… fino al pianto dirotto e liberatorio suscitato in lui da quello che è evidentemente il primo ascolto di un brano musicale in vita sua. E, ultima ma non ultima, l’attrazione invincibile per la donna che ha innescato in lui un totale capovolgimento interiore.

Quello che doveva essere un interrogatorio diventa una sottile battaglia in cui ognuno dei due protagonisti cerca di scoprire l’altro, e che vedrà lei sicura e vittoriosa, lui perdente e più confuso che mai di fronte alla frase che riassume il senso del film:

“Senza amore, senza rabbia e dolore, il respiro è solo un orologio che fa tic tac.”

Da qui in poi, l’orologio dello spettatore scandisce solo il ritmo della trasformazione del protagonista da eletto del corpo di polizia del regime in eroe della resistenza, in un pericoloso doppio gioco che potrete godervi senza il mio commento.

L’ambientazione fantascientifica del film è solo una metafora che ci parla di una situazione fin troppo reale. Ognuno di noi potrebbe trovarsi nella vita reduce da una “guerra mondiale” come quella che ha dato inizio alla vicenda del film: la fine di un amore, la morte di una persona cara, una forte delusione da parte di un amico.

Può essere grande, allora, la tentazione di instaurare dentro di noi un regime come quello di Libria: bandire tutti i sentimenti, mettere in circolo un antibiotico psichico pur di liberarsi dalla rabbia e dal dolore, pur di proteggerci da noi stessi e dal mondo.

Il nostro Prozium può essere il lavoro su cui ci buttiamo con tutte le nostre energie, le avventure sessuali senza significato, l’alcol o qualsiasi cosa ci aiuti a non pensare, a non sentire, ad allontanare l’accaduto dalla nostra mente e “non ricascarci”. Possiamo distruggere come oggetti proibiti tutti i ricordi che ci riportano all’accaduto, lasciando la nostra psiche come la cattedrale in rovina all’inizio del film.

Ma se pure non soffriamo più, nemmeno noi al posto di John sapremmo rispondere alla domanda di Mary: “Perchè vivi?”

La casa grigia, spoglia e impersonale come quelle Libria nella quale abbiamo traslocato il nostro cuore non è una vera casa, questa vita non è una vera vita.

Inevitabilmente incontreremo anche noi Mary: lei si nasconde (ma solo perché vuole essere trovata) in un nuovo amore, in un’amicizia, nei nostri figli, in tutto ciò che ci circonda, perfino nel tempo.

Arriverà quando meno la aspettiamo, oppure ci renderemo conto che è sempre stata di fronte a noi: a quel punto, lasciamo che questo incontro o questo ri-incontro ci cambi: interroghiamola e lasciamoci interrogare.

Allora, come il protagonista, ricominceremo a toccare il mondo senza guanti, torneremo a guardare fuori dalla finestra, ci emozioneremo guardando la neve che cade sulla Tour Eiffel in una boccia di vetro… in una parola, ci ribelleremo piano piano al regime che ci siamo auto-imposti.

Sarà doloroso, sarà pericoloso, sarà faticoso, sì, molto. Restare a Libria invece non sarà un rischio: sarà una certezza di essere condannati.

E alla fine, dopo aver tanto combattuto, potremo tornare ad amare, a sorridere e a fidarci della vita.

Il pensiero laterale e il pensiero lineare: Hercule Poirot e Arthur Hastings

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Un film, in poco tempo e con grande efficacia, è in grado di veicolare significati profondi, e perfino di illustrare in modo chiaro concetti di psicologia anche molto complessi. Il fatto che si apprendano queste nozioni senza leggerle su un tomo specialistico non significa che non possano entrare a far parte del nostro bagaglio di conoscenza, diventando così strumenti attraverso cui possiamo leggere meglio la realtà che ci circonda.

Ciò è talmente vero che più di una volta, durante le lezioni universitarie di psicologia, allo studio e alla spiegazione di un determinato argomento il docente ha accompagnato la visione di un film sul tema.

In una serie di articoli vorrei quindi guidarvi alla scoperta di nozioni psicologiche utili nella vita relazionale di ognuno di noi, attraverso l’analisi di personaggi cinematografici.

Nonostante si tratti ovviamente di film che ho apprezzato e che consiglio, NON SI TRATTA DI RECENSIONI, bensì dell’illustrazione di una coppia di personaggi. Solitamente ci saranno il protagonista e il suo complementare, senza il quale l’analisi del protagonista stesso sarebbe soltanto parziale: tutto l’universo funziona per coppie di opposti-complementari, essendo questi due concetti inseparabili.

Cercherò per quanto possibile di non spoilerare il finale del film, o comunque l’esito della storia per i personaggi in questione: nei casi in cui questo non mi sarà possibile, l’articolo sarà preceduto da uno spoiler alert, e la patata bollente passerà a voi.

Film: serie TV realizzata a partire dal 1989 e tutt’ora non terminata, consistente finora in 65 episodi tratti dai romanzi e dai racconti di Agatha Christie.

Interpreti: David Suchet (Poirot) e Hugh Fraser (Hastings)

Doppiatori italiani: Eugenio Marinelli e Luigi La Monicapoirot&hastings

In ogni episodio, il celebre investigatore privato ormai in pensione ed il suo amico e socio si trovano, loro malgrado, a indagare su uno o più omicidi (più raramente si tratta solo di un furto o di un rapimento).

Siamo per lo più nell’Inghilterra-bene degli anni trenta e quaranta, dove i soldi e la reputazione sono tutto: ereditare può essere l’unico modo di mantenere il proprio alto tenore di vita, il giudizio della gente e i pettegolezzi condizionano pesantemente la vita di tutti, un figlio illegittimo o una relazione extra-coniugale possono diventare uno scandalo sociale assolutamente inaccettabile, i matrimoni combinati non sono cosa strana. Insomma, siamo in un mondo dove i più gretti moventi per uccidere abbondano.

Inoltre, l’assenza delle tecnologie odierne rende il “gioco” molto più facile ai criminali e più difficile alla polizia: cambiare identità, eliminare prove, alterare la scena del delitto e nascondere fatti importanti sono cose fattibili con una facilità oggi inimmaginabile. Solo l’abilità dell’investigatore  può portare a identificare il colpevole, il che in alcuni casi significa salvare la vita ad altre potenziali vittime.

I due approcci alla indagini usati dai due personaggi sono una perfetta esemplificazione dei possibili atteggiamenti di fronte a una situazione o ad un problema:

  • Il pensiero lineare o convergente, messo in atto da Hastings: rilevati pochi fatti che saltano all’attenzione con evidenza, ne deduce l’ipotesi più ovvia e logica, dopodiché cerca nei dati che emergono successivamente una conferma al suo giudizio iniziale.Si concentra su una visione parziale e semplificata del quadro, considera “distrazioni” i dettagli e giunge in fretta ad una propria soluzione.Si basa sulle proprie impressioni nei confronti degli imputati e ragiona talvolta per stereotipi, finendo spesso, nella seconda metà del film, per ritrovarsi con un pugno di mosche di fronte a nuove informazioni incompatibili con la sua versione, nelle quali non sa trovare una nuova chiave di lettura, ma soltanto un vicolo cieco dal quale la logica non riesce ad uscire.Nelle indagini, va alla ricerca diretta di ciò che gli interessa, attraverso domande trasparenti che il sospettato può facilmente eludere.Hastings incarna il senso comune, ed è in un certo senso un alter ego del pubblico, il quale infatti molto spesso si trova d’accordo con la sua ipotesi: senonché, dopo la visione di due o tre episodi, lo spettatore capirà che nel momento in cui una soluzione viene proposta da Hastings, può essere certo che non sarà quella giusta! Tutto ciò dà un risvolto comico al personaggio, che alleggerisce la drammaticità dei temi trattati e nel contempo stimola lo spettatore a tentare l’altra strategia, quella di Poirot.
  • Il pensiero laterale o divergente, messo in atto dal brillante Poirot: di fronte ad un enigma apparentemente insolubile, apre la mente ad ogni possibilità o come dice lui, “fa lavorare le celluline grigie”.Trae indizi di cruciale importanza da dettagli apparentemente inutili e insignificanti, che fa alla fine rientrare tutti nella ricostruzione veritiera dell’accaduto.
    Spesso alcuni personaggi si rivelano essere impostori che si fingono qualcun altro, oppure si scoprono avere un nesso sconosciuto con un altro personaggio: genitori e figli, amanti, ex tate, ex colleghi di lavoro o altro. Talvolta l’odio è in realtà amore celato, l’amore è una finzione che nasconde indifferenza, l’indifferenza è la copertura di un profondo legame. In alcuni casi si giunge ad un completo ribaltamento delle posizioni tra vittime e assassini. Solo l’intuizione di Poirot scopre tutti questi risvolti insospettabili.Questo si rende possibile quando l’intelligenza si spinge al di fuori da quello che per logica sembra un recinto senza uscita, prescinde dall’evidenza, cerca strade dove non sembrano essercene, genera grandi idee da piccoli elementi.Poirot indaga in modo indiretto, facendo per così dire un giro largo intorno alla verità fino a sorprenderla alle spalle: sposta l’attenzione dell’interrogato con domande apparentemente superflue e innocenti di fronte alle quali l’altro non si difende, rivelando involontariamente un indizio di colpevolezza; giunge talvolta a ingannare i sospettati escogitando messinscene molto ingegnose e ardite (finte accuse, finte morti, molteplici versioni dei fatti ad uso di diversi sospettati…) di fronte alle quali la reazione del colpevole lo smaschera come tale.A questa capacità di sconfinamento ed evasione si accompagna però un estremo rigore metodologico, che in alcuni aspetti caratteriali del personaggio assume proporzioni eccessive e talvolta comiche: l’anziano investigatore presenta infatti evidenti tratti ossessivo-compulsivi. Essi si mostrano nel suo assoluto bisogno di ordine, nella sua esasperata avversione per la minima sporcizia e nella sua cura maniacale del proprio aspetto.

Ogni episodio si conclude con una riunione di tutti i personaggi, convocati da Poirot stesso allo scopo di rivelare l’intera ricostruzione dei fatti, alla quale segue l’arresto del colpevole da parte della polizia e una scena di distensione e ritrovata serenità per tutti gli altri.

Per concludere, il pensiero laterale è l’essenza della creatività in ogni senso, tanto per la risoluzione di problemi, quanto per l’arte e l’espressione.

Ma come si ottiene questa abilità mentale tanto meravigliosa e produttiva, che consente di ragionare e creare ad un livello superiore?

Come per la maggior parte delle cose, si tratta di allenamento. Esistono giochi enigmistici appositamente studiati, e la vita stessa ci pone davanti ogni giorno sfide e opportunità che richiedono l’uso del pensiero laterale. Scovarle nel lavoro, nell’organizzazione del nostro tempo e nelle relazioni sociali è già un primo esercizio!

Professionisti della salute psicologica: un po’ di chiarezza

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Tempo fa scrissi, sempre su questo mio blog, un articolo in cui mi scagliavo non solo contro gli pseudo-professionisti che operano nel campo della salute psicologica senza un’adeguata preparazione, ma anche contro lo stato di generale disinformazione in cui il cittadino spesso viene lasciato.
Adesso cercherò di fare il poco che posso per modificare la situazione: cercherò di fare il punto in modo chiaro e conciso sulle molte professionalità che si occupano di salute mentale, sulle loro caratteristiche, competenze e differenze, cominciando da ciò che conosco più direttamente. Molti di questi professionisti operano in una grande varietà di campi e contesti, ma qui concentriamoci su quello clinico, ovvero la classica seduta, in gruppo o singola, nel privato o nel pubblico.

Lo psicologo: Ha una laurea magistrale in psicologia, ha superato un esame di stato alla fine degli studi per ottenere l’abilitazione alla professione, ed è iscritto all’ordine degli psicologi.
Lo psicologo opera avendo come obiettivo il benessere della persona, e partendo dal presupposto che il paziente non soffre di gravi e pervasivi disturbi psichici, ma si trova semplicemente in un momento di difficoltà dal quale può uscire con un po’ di aiuto.
Il suo unico strumento è la parola, che si esprime soprattutto attraverso il suo complementare, ovvero l’ascolto.
Può però effettuare diagnosi, e quindi usare quasi tutti i test diagnostici, da quelli sulla personalità a quelli sul livello cognitivo.
Nel caso in cui, nel corso dei colloqui o in seguito a questi accertamenti, emergano problematiche più profonde, uno psicologo onesto ha il dovere di ammettere i propri limiti e di affidare il benessere del paziente a un professionista maggiormente o diversamente formato. Lo psicologo non può condurre una vera e propria psicoterapia, e nemmeno dispone di strumenti efficaci per curare alcune tipologie di problemi, come quelli neurologici.
Lo psicoterapeuta: è uno psicologo o un medico che, dopo la laurea, ha frequentato un’apposita scuola di specializzazione riconosciuta dal MIUR della durata di almeno 4 anni.
Esistono moltissime scuole di specializzazione che si rifanno a impostazioni e scuole di pensiero molto differenti: per questo, gli psicoterapeuti operano in molti modi completamente diversi. Se vi siete trovati male con uno, fortunatamente non vale la massima tanto spesso attribuita agli uomini, ovvero che “sono tutti uguali”: provate a cambiare, scegliendone uno che segua una diversa scuola di pensiero, perché probabilmente quella precedente non faceva al caso vostro.
Inoltre, anche il fatto che lo psicoterapeuta sia uno psicologo oppure un medico può influenzare il suo modo di lavorare.
Abbiamo detto che è compito dello psicoterapeuta prendersi cura di pazienti che soffrono di disturbi di una certa entità: questo non significa però che un percorso psicoterapeutico sia riservato a persone “malate”, o che se vi viene consigliata una psicoterapia vuol dire che siete “pazzi”. Questi due termini hanno perso completamente il loro significato stretto, che era legato a una mentalità ormai superata e a una concezione di “terapia” che non aveva nulla, o quasi, a che vedere con la cura della persona. Anzi, un percorso psicoterapeutico è anche un’occasione di conoscenza e miglioramento di sé davvero arricchente e vivificante.
Psichiatra: è un medico che dopo la laurea di base ha conseguito una specializzazione quadriennale in psichiatria, ovvero una tra le tante possibili specializzazioni della facoltà di medicina.
Tra tutte le figure professionali qui elencate, è l’unico autorizzato a prescrivere farmaci. Purtroppo però, spesso per carenza di risorse nel sistema sanitario nazionale, alla pur talvolta necessaria prescrizione di farmaci non si accompagna quell’ascolto e quell’accoglienza che sono altrettanto importanti affinché una persona sofferente possa migliorare la propria condizione.
Qualora l’incontro si riduca a un mero rinnovamento della ricetta precedente e a un generico “come va?”, è molto difficile che un paziente possa realmente guarire: possono ridursi i sintomi, il che è però ben diverso dalla riconquista di uno stato di benessere e serenità.
I farmaci sono necessari nei quadri sintomatici più forti, ma ad essi va sempre accompagnata una psicoterapia, o almeno qualche forma di aiuto psicologico, da parte dello stesso psichiatra adeguatamente formato oppure di un altro professionista.
Psicomotricista: si è formato attraverso un apposito corso di laurea come Terapista della neuro psico motricità, e opera con i bambini. Il suo aiuto è il più indicato di tutti in caso di disturbi neurologici o sensoriali, ritardi cognitivi o motori, disturbi del linguaggio o dell’apprendimento.
La psicomotricità non va intesa però come una panacea per qualsiasi problema del bambino, né come un surrogato della psicoterapia. Difficoltà più legate all’emotività, alle relazioni e allo sviluppo affettivo vanno affrontate con l’aiuto di uno psicologo o di uno psicoterapeuta con esperienza e formazione specifica per i bambini.

Vi ho quindi descritto caratteristiche e differenze delle professioni “psi”, attorno alle quali c’è spesso un alone misto di confusione, curiosità e timore.
Queste sono le uniche professioni adeguatamente preparate per occuparsi della salute mentale.
Rivolgersi a loro non deve essere motivo di inquietudine, anzi, prendere questa decisione significa aver già compiuto una gran parte del lavoro verso la risoluzione dei problemi, e forse la più importante: ammettere l’esistenza del problema, accettarlo come parte di sé e riconoscere di avere bisogno di aiuto.
Congratulazioni se siete già a questo ottimo punto dell’opera.
Concludo ricordandovi che un professionista della salute mentale ha il dovere, durante il primo incontro e prima di stipulare anche solo a voce un contratto tra voi, di informarvi con precisione circa la propria formazione accademica e non, circa la propria scuola di pensiero e il proprio modo di operare. Domandate senza remore su questi punti, affinché la scelta consapevole del professionista a cui affidare voi stessi o il vostro bambino sia l’inizio di un nuovo modo di affrontare la vita da protagonisti.

Il parto oggi: tecnologia o natura?

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Grazie all’autrice dell’articolo: Antonella Sangone
Fonte: Consapevolmente
Eppure il parto non è una malattia che necessita di una cura. Non è come un’estrazione dentale: un intervento in cui il paziente si fa asportare qualche cosa che sta creando problemi al suo corpo. Il parto è l’atto di dare alla luce una nuova persona, ed ha due protagonisti che sono ugualmente attivi e senzienti, ed entrambi perfettamente attrezzati da madre natura per portare a compimento l’impresa.
Il dolore combattuto da chi propone l’epidurale come soluzione è in realtà sofferenza, e cioè dolore privo di scopo e di senso, sommato a sentimenti di impotenza, angoscia, paura, solitudine, disorientamento. Questo modo di “soffrire” il parto è il prodotto di una certa cultura e di un certo approccio all’assistenza in travaglio di parto.
Tale cultura ha imposto alle donne un modello sacrificale di maternità, e l’ha relegata in una posizione totalmente passiva, di “paziente”, facendo di un evento sano e vitale un fatto medico. E tale approccio di assistenza si avvale di pratiche che ostacolano, quando non rendono totalmente impossibile, l’attivazione di quel sottile gioco di ormoni che permette al travaglio di progredire in modo facile e fisiologico: ad esempio gli interventi medicalizzanti (tricotomia, clistere, visite invasive, rotture delle membrane, episiotomie, manovre compressive di “spremitura”, farmaci per pilotare il travaglio); ma sono anche quegli aspetti ambientali che inibiscono il rilassamento e l’innesco dei riflessi ormonali che modulano il travaglio in maniera corretta. Ostacoli ambientali sono ad esempio lo stare in un ambiente sconosciuto fra gente sconosciuta, avere troppa gente intorno, luci forti, rumori, odori “di ospedale”, gente che si rivolge alla madre impegnando la neocorteccia del suo cervello (cioè le attività intellettive superiori), razionali, in un momento in cui queste dovrebbero essere silenti per consentire l’attivazione della paleocorteccia, che regola i meccanismi nervosi ed ormonali istintivi.
La fisiologia del parto, questa sconosciuta
Chi ha avuto la fortuna di assistere o ancora meglio di vivere un parto attivo e spontaneo, in condizioni naturali, può testimoniare di quali straordinarie energie dispieghi. Perché il processo del parto possa esprimere tutte le sue potenzialità, tuttavia, occorrono alcuni requisiti ambientali importanti. Un ambiente familiare – idealmente la propria casa; un “nido” sufficientemente intimo per poter partorire in completa sicurezza e intimità; silenzio e buio o penombra; la presenza discreta di una persona competente come semplice “testimone silenzioso”, pronta a intervenire solo quando viene richiesto ma per gran parte del tempo semplicemente presente. Con queste condizioni ottimali (o vogliamo dire normali?) il travaglio si svolge armoniosamente.
Le sensazioni di un parto veramente naturale (che è qualcosa di più che un parto semplicemente “senza complicazioni”) sono complesse, potenti e difficilmente classificabili. C’è il dolore, ma è mescolato insieme ad altre sensazioni, compreso il piacere sessuale; e c’è anche qualcosa di più indefinibile ancora, una sorta di piacere “cellulare”, la percezione dell’enorme energia che si sprigiona mentre tuo figlio si fa strada nel tuo corpo.
Tutte queste sensazioni sono talmente intense e fuse insieme che è impossibile definirle, né se ne sente il bisogno durante un travaglio veramente istintivo, in cui c’è poco spazio per il ragionamento o per le definizioni, in quanto si è totalmente immerse nel “lavoro” di mettere al mondo.
Chi ha avuto la fortuna di toccare questa esperienza, ha potuto verificare quanto potenti siano i meccanismi che si attivano quando si permette alla natura di fare il suo corso. Il dolore di parto ha anch’esso una sua funzione in questo quadro, perché fa scattare la produzione di endorfine, che sono degli analgesici naturali. Michel Odent, pioniere del parto attivo, parla inoltre di “riflesso di eiezione del feto”: un processo mediato da potenti rilasci di ormoni, come endorfine, prostaglandine e soprattutto ossitocina, che dà luogo a fasi espulsive rapide ed estremamente efficaci. La donna che partorisce in questo stato raggiunge un livello di coscienza che la fa immergere profondamente nel proprio corpo, in una condizione rilassata e concentrata insieme, sa istintivamente come respirare e muoversi nei diversi stadi del travaglio, e difficilmente finirà per partorire supina, come uno “scarafaggio rovesciato”, secondo un’efficace definizione.
I rischi dell’epidurale
Quando si consente alla natura di esprimersi secondo il suo programma innato, il dolore rientra in un quadro che è gestibile dalla donna. Ma questo la maggioranza delle donne non lo sa, e in genere nemmeno lo ottiene, e allora giustamente chiede qualcosa per lenire questo dolore. Di fatto, dopo aver defraudato milioni di donne di questa esperienza vitale, e aver trasformato il parto in un evento penoso, pericoloso, lungo, complicato, faticoso e sofferto, si rivende alla donna la soluzione sotto forma dell’ennesimo farmaco o dell’ennesima pratica chirurgica. Si impone la posizione sulla schiena che aumenta il rischio di lacerazione, e si risponde al problema proponendo una lesione preventiva, l’episiotomia; si creano distocie di travaglio e si offre ancora una volta il bisturi del cesareo come salvezza; e si promuove oggi l’epidurale come soluzione definitiva al dolore di parto, facendone addirittura una battaglia di diritto, con energie degne di miglior causa.
Si tratta di una battaglia ben triste, considerando anche la falsificazione della realtà operata quando si afferma che tale pratica sia priva di qualsiasi rischio.
Questo non corrisponde affatto a verità; l’epidurale è un intervento medico delicato e comporta una certa percentuale di esiti problematici. Fra le conseguenze più frequenti e banali vi è ritenzione urinaria, febbre, ipotensione, mal di testa, mal di schiena che possono persistere anche a un anno dall’intervento; in rari casi si verificano danni neurologici e in rarissimi casi la morte perché, come in qualsiasi intervento dell’arte medica, l’errore è possibile. L’ipotensione che a volte si produce in travaglio in conseguenza dell’epidurale può ridurre l’ossigenazione fetale creando sofferenza e forse possibili disfunzioni neurologiche minori nel neonato. Al di là di tutto, il grave danno causato dall’epidurale è quello di sottrarre il processo del parto alla fisiologia e di consegnarlo nelle mani della tecnologia medica, rendendo necessaria tutta una serie di altri interventi, come il monitoraggio continuo, la posizione distesa e immobile, l’uso di ulteriori farmaci per indurre contrazioni valide e accelerare il travaglio – che è rallentato proprio a causa dell’epidurale stessa. Come conseguenza, con questo metodo di anestesia aumentano i parti indotti, operativi (con forcipe o ventosa) e raddoppiano i cesarei.Ma i danni dell’epidurale non si fermano al momento del parto. Vi sono ripercussioni anche sul bambino. Come evidenziano le ricerche, attraverso una catena di conseguenze ancora da chiarire, molti bambini nati con epidurale presentano una disorganizzazione dei riflessi fondamentali di ricerca e suzione del seno. Dopo la nascita non si mostrano attivi e non si orientano verso il capezzolo ma effettuano movimenti caotici o sono poco reattivi; la loro suzione spesso è meno valida e coordinata di quanto dovrebbe essere, e queste difficoltà di suzione possono persistere anche a un mese dal parto. Si può facilmente capire come tale condizione, considerato lo scarso sostegno tecnico ed emotivo che ha la donna che allatta nella nostra società, sia più che sufficiente per pregiudicare il successo di molti allattamenti al seno, con una grave ricaduta sulla salute di bambini e madri che avevano scelto invece di allattare.
Per non sentire “male”
Nessuno vuole imporre alle donne in travaglio la sofferenza. Non ci sarebbe nulla di più ingiusto e sadico che impedire ad una partoriente di ricorrere a tutti i presidi dell’arte medica per lenire il dolore, dopo che le è stato impedito di avere un parto fisiologico e attivo. Sarebbe, oltre che perverso, anche pericoloso: nel momento in cui si è imboccata una strada, quella del parto pilotato medicalmente, occorre percorrerla fino in fondo per non esporre donna e bambino ai rischi delle conseguenze di tali interventi medici. Tuttavia è molto triste che si sia costretti a discutere sul diritto della donna di non soffrire dolori intollerabili perché sono stati resi tali, e a prezzo di correre rischi come quelli collegati alla pratica dell’epidurale, dei quali peraltro la partoriente non viene quasi mai messa al corrente. La scelta informata è ben altro che questo… ma d’altronde, se anche la donna sapesse dei rischi, nel momento in cui sta travagliando in modo antifisiologico e intollerabilmente doloroso, che crudeltà sarebbe porla di fronte a una simile scelta!
Occorre avere il coraggio di prendere atto delle conseguenze degli attuali approcci di assistenza al parto. L’alta tecnologia e la raffinatezza dei farmaci messi a punto dalle industrie sono strumenti preziosi per gestire gli eventi patologici, ma risultano controproducenti e lesivi della salute di madre e bambino quanto sono effettuati su soggetti sani. Occorre ricordarsi della massima ippocratica che ammoniva a non utilizzare l’arte medica se non quando necessario, perché in medicina “ciò che è inutile è dannoso” e, anche, la cosa fondamentale è “non nuocere”.
L’attuale filosofia “anestetica” del parto è finalizzata ad evitare alla donna di “sentire male”. Ma questo sentire “male” può anche essere letto come sentire in modo antifisiologico, disarmonico, alterato a causa delle interferenze a un evento che è invece di per sé potenzialmente semplice e vivificante.
Non si tratta di aderire a una mistica sacrificale del parto, non è una ricerca del dolore in quanto tale, come espiazione o prezzo da pagare per il bene del bambino: si tratta di un modo diverso di gestire il processo del travaglio, che rende inutili gli interventi medici perché consente l’attivazione dei meccanismi di compensazione naturale che il corpo delle donne, modellato in millenni di evoluzione naturale, possiede a servizio della vita e del benessere proprio e del bambino.

Pseudoprofessioni, ovvero: se chi ci aiuta ne sa meno di noi

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Vi piacerebbe sapere che il bagnino incaricato di sorvegliare sulla sicurezza dei vostri bambini non ha mai fatto un corso di nuoto? O che chi vi opera al cuore non è laureato in medicina? Accettereste ugualmente di affidarvi a questi “professionisti”?

Immagino di no. Eppure questo è ciò che succede ogni giorno nel campo della salute psicologica. Certo, se affidate il vostro benessere emotivo a una persona incompetente, per male che possa andare almeno non rischiate di rimetterci la pelle. Ma la vostra felicità non è altrettanto importante? Per non parlare del tempo, dei soldi e delle energie mentali investiti.

Superare la propria infelicità, liberarsi delle proprie difficoltà psicologiche, risolvere un disturbo da attacchi di panico o un altro quadro sintomatico: aspettative così alte vanno trattate con il massimo rispetto.

Eppure, esistono moltissimi professionisti che offrono aiuto in tal senso senza avere l’adeguata preparazione.

Millantare una laurea in psicologia, una specializzazione in psichiatria o qualsiasi altro titolo di studio senza possederlo è un reato, e qui non ci piove. Queste misteriose figure, però, spesso evitano questo grossolano errore e ingannano l’utente in modo molto più sottile. Come? E’ molto semplice: sfruttano la confusione e la disinformazione in cui l’utente viene normalmente lasciato.

Si presentano con nomi e qualifiche fantasiose, contenenti spesso parole inglesi che fanno sempre un po’ più figo, e il prefisso psico- che fa da zona franca e da terra promessa.

Nel migliore dei casi queste persone hanno seguito un corso, possiedono un attestato e hanno imparato alcune tecniche relative a determinati aspetti del benessere mentale, come ad esempio il rilassamento, la gestione dello stress, l’assertività, la comunicazione efficace. Non posseggono però una conoscenza sistematica, fondata e approfondita della psiche. Molto spesso questi corsi sono brevi, non richiedono e non forniscono alcuna formazione in psicologia.

Questo in pratica significa che tali figure, sempre nel migliore dei casi, pretendono di guidarvi in una città di cui conoscono soltanto una o due vie e di cui non hanno mai visto una cartina.

Noi psicologi studiamo all’università per 5 anni, prestiamo un anno di tirocinio assolutamente gratuito, sosteniamo un esame di stato: alla fine di tutto ciò, quanti di noi sono davvero sinceri con se stessi e hanno vero rispetto del proprio lavoro ancora si sentono piccoli di fronte all’idea di toccare la psiche sofferente di chi si fida di noi.

Come possono quindi farlo queste nebulose figure dotate di conoscenze come minimo scarse e frammentarie, quando non francamente campate in aria e prive di qualsiasi fondamento, non dico scientifico, ma almeno clinico?

Non sto dicendo che le promesse di questi operatori siano sempre ingannevoli, né che i loro interventi siano sempre fallimentari.

Sto semplicemente difendendo quello in cui credo di più, ovvero uno dei principi cardine della psicologia dinamica e della psicoterapia: ciò che conta è mettere l’utente di fronte a una conoscenza piena, sincera, senza zone d’ombra. Rispetto a sé, ma anche rispetto a cosa il professionista gli sta offrendo. Solo così potrà essere l’utente stesso a giudicare e scegliere ciò che vuole.

Infatti non esiste ancora una normativa chiara e definita che regolamenti il proliferare deliberato di queste pseudo-professioni: per questo è così importante informare i cittadini, affinché siano loro stessi a prendere il coltello dalla parte del manico e scegliere liberamente.

Visto che nessuno di noi ha uno scontrino con cui tornare da chi ci ha dato la vita e farcela sostituire se non ci piace, sapere da chi farsi aiutare per migliorarla diventa piuttosto importante.